sabato, 23 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il fallimento politico
di Berlinguer
Pubblicato il 13-06-2014


Il recentissimo libro di Claudia Mancina, significativamente intitolato “Berlinguer in questione, merita la massima attenzione. La Mancina, infatti, sottopone il ruolo storico svolto dal leader comunista a una disanima tutt’altro che agiografica. Le sue critiche sono puntuali e ben argomentate. E tuttavia alla fine della lettura è difficile non provare una certa insoddisfazione. Non basta, infatti, dire che, dopo il fallimento della strategia del “compromesso storico”, Berlinguer non seppe fare altro che agitare la “questione morale”. E non basta sottolineare lo spirito antimoderno della condanna del consumismo in nome dell’austerità. Come non basta sottolineare il carattere velleitario della così detta “alternativa democratica”. Ci sono altre ragioni, assai più profonde, che rendono il lascito politico di Berlinguer del tutto negativo. E si tratta di ragioni che affondano le loro radici nella idea togliattiana della “democrazia progressiva” concepita come un vero e proprio “cavallo di Troia “ per conquistare la “fortezza borghese”.

Berlinguer, in ogni suo intervento, bruciò l’incenso davanti a quello che Filippo Turati, nel memorabile discorso di Livorno, definì “il feticcio di Mosca”. E sempre glorificò le “grandi conquiste” della Rivoluzione bolscevica e la superiorità morale del sistema sovietico, al quale contrappose una lettura demonizzante dell’Occidente, bollato come un mondo tutto dominato “dall’egoismo di gruppo e individuale, dalla corsa al consumismo, dalla degradazione della persona umana a puro strumento cieco di una attività produttiva frantumata, ideata da altri, appropriata da altri, con tutte le conseguenze di scissione della personalità, di degradazione e di disgregazione sociale e morale”.
Né è tutto. Berlinguer – ottenebrato dall’assunzione di massicce dosi di quello che la grande Simone Weil chiamava “l’oppio degli intellettuali” – non solo fu totalmente cieco di fronte agli orrori del così detto “socialismo realizzato”; giunse anche a tessere l’elogio della “ricca lezione leninista”, che del totalitarismo comunista era la matrice ideologica. Donde la condanna, ossessivamente reiterata, della socialdemocrazia, colpevole di aver rinunciato alla fuoriuscita dal capitalismo.
È vero che Berlinguer sventolò la bandiera della “terza via”. Ma questa altro non fu che una formula vuota, uno slogan propagandistico ideato per mascherare il fatto che il Pci , quando passava dal linguaggio della critica al linguaggio della proposta, diventava completamente afasico. E questo perché non aveva un modello di sviluppo democratico alternativo a quello della disprezzata socialdemocrazia. Ciò è tanto vero che nel 1977 Alberto Asor Rosa, costretto dall’evidenza dei fatti, così si espresse: “Ci manca un’idea di ciò che dovrebbe essere una formazione economico-sociale non fondata sul profitto; e un’idea di una istituzione statuale, o comunque di una qualsiasi organizzazione della società, che non ripeta i modelli, sia pure corretti e integrati, della democrazia rappresentativa. Cioè, ci mancano le due idee fondamentali”.
Di fronte a questa franca ammissione, sarebbe stata cosa affatto logica imboccare la via del socialismo riformista, come proponeva, del tutto inascoltato, Bettino Craxi. E, invece, Berlinguer mai rinunciò all’idea della superiorità intellettuale e morale del Pci. Al contrario, egli sempre rivendicò – e con la massima energia – quella “diversità” comunista glorificata da Pier Paolo Pasolini con le parole che la Mancina opportunamente ricorda: “Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un pese ignorante, un Paese umanista in un Paese consumista”.
Luciano Pellicani
Dal blog della Fondazione Nenni

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Commenti all'articolo
  1. Grazie dell’articolo, questo è quello che abbiamo imparato noi giovani socialisti.
    Pero’ chi ha letto altri libri ed altra stampa in questi anni ha un’altra idea di tutto.
    Si dice che guardare indietro non serve. Per me serve eccome.

  2. Ha ragione leonardo guardare indietro serve eccome. Proprio per questo mi auguro che i socialisti si battano affinché la nostra segreteria si dimetta e si vada al congresso. Ci stanno svendendo al pd e si fanno coinvolgere nella distruzione della repubblica voluta dal pd di Renzi.

    • Svendendo al Pd?? Ma come si fa a dire certe sciocchezze? Le alleanze elettorali non stanno per nulla a significare svendita del Partito, e del suo patrimonio ideale e politico, tutt’altro! Dobbiamo operare, noi socialisti, costruendo un terreno unitario di cambiamenti, di riforme in cui si riconosca tutta o la maggior parte della sinistra, dentro la cornice del socialismo europeo.Non esiste altra possibilità.

  3. Con riferimento a coloro che mi hanno preceduto, sono convinto che si possono fare tatticamente/politicamente anche accordi o patti con il Pd, ma guai e sottolineo guai se in questa azione smarriamo la nostra identità valoriale, la nostra storia.

  4. Sottoscrivo totalmente l’articolo. Le cose sono andate esattamente come dice Lei, e purtroppo gli eredi di quella impostazione continuano a sbagliare, anche se il Renzi, per sua convenienza ha aderito al PSE. Questi del PD la parola socialista in Italia evitano di pronunziarla si dichiarano progressisti e ciò proprio per non fare i conti con gli errori del passato e del presente. All’assemblea dell’altro ieri il logo col PSE lo avevano già tolto, le elezioni europee erano passate.

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