giovedì, 24 agosto 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Il neoisolazionismo britannico
può aiutare l’Europa
Pubblicato il 30-06-2014


Ci si interroga se l’Inghilterra guidata dal leader conservatore David Cameron, porterà alle estreme conseguenze la sconfitta politica conseguente all’indicazione di Jean-Claude Juncker, candidato della Merkel, alla guida della Commissione europea. Non si esclude infatti, una possibile uscita dall’Unione europea, riportando, così, indietro le lancette della storia ai tempi dell’isolazionismo.

D’altronde, l’isolazionismo sta all’Inghilterra come lo spirito della “grandeur” di stampo napoleonico alla Francia, e l’individualismo, spesso geniale quale tratto quasi genetico, all’Italia, che Gucciardini individuò nel “particulare”.

Se si guarda alle vicende storiche nel vecchio Continente e a livello internazionale, gli inglesi si sono sempre astenuti dall’intessere alleanze e dagli interventi assieme ad altri Stati, tranne quanto c’era di mezzo l’interesse nazionale.

Fu così per la “Guerra dei Sette anni” tra il 1756 e il 1763, a fianco della Prussia e del Portogallo contro Francia, Austria, Spagna e Svezia per interessi eminentemente commerciali, una sorta di globalizzazione economica dell’epoca, considerato che il conflitto avvenne anche nelle Americhe e in Asia. E poi, la guerra contro Napoleone I, il cui espansionismo dopo l’Egitto sembrava prendere la direzione dell’India dei Maharaja, cuore del colonialismo imperiale inglese. Sconfitto l’imperatore francese e definito il nuovo assetto geopolitico europeo con il congresso di Vienna del 1815, la Gran Bretagna ritornò nel cosiddetto “splendido isolamento”, gestendo i possedimenti di quello che all’epoca era il più grande impero al Mondo ed uno dei maggiori della storia. Anche gli interventi nelle due guerre mondiali nel ‘900 si devono ascrivere più che alla difesa dei valori liberali e democratici, all’esigenza di arginare la politica di potenza della Germania del Kaiser nella Prima e del nazismo hitleriano nella Seconda, circostanza che peserà, quasi a livello psico-politico, sulla fiera opposizione della “Lady di ferro” inglese, Margaret Thatcher, all’unificazione tedesca dopo la fine del comunismo conseguente al crollo del Muro di Berlino.

E, probabilmente, l’Unione nata con gli accordi di Maastricht, secondo quello che è stato definito “l’asse franco-renano”, continua a suscitare molte diffidenze della Gran Bretagna nei confronti dell’Europa, che ha esercitato spesso il proprio diritto di veto su alcuni temi, come quello della politica sociale, e non ha adottato l’euro, forse anche perché la sterlina è ritenuta retaggio di un passato glorioso, quando, cioè, gli inglesi erano egemoni nell’economia planetaria, prima che gli Stati Uniti, dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale, nei prendessero il posto.

E se il presidente francese Charles De Gaulle, sostenitore invero della “grandeur” transalpina, riteneva l’Inghilterra estranea all’Europa, mettendo il veto sul suo ingresso nel 1963 nel Mercato comune europeo, i britannici, ancora oggi, si ritengono quasi una sorta di “razza eletta”, in grado di esprimere egemonia culturale, geopolitica ed economica, quest’ultima grazie a quella che rimane la più importante piazza finanziaria internazionale, Londra, anche se del loro impero non rimane che un vuoto simulacro qual è il Commonwealth.

Naturalmente non bisogna demonizzare l’Inghilterra, la “perfida Albione” di fascistica memoria, anche se non fu Mussolini a inventare l’espressione, poiché le ricostruzioni storiche risalgono sino ai greci, che così definivano la Gran Bretagna già nel tredicesimo secolo; la sua canonizzazione però, viene attribuita al Marchese Agostino di Ximenes, un francese di origine spagnola, autore alla fine del Settecento di un verso che diceva “Attacchiamo la perfida Albione nelle sue acque”. Gli inglesi infatti, difendono i loro interessi senza l’accettazione acritica di un’Europa tecnocratica, rigorista e monetarista, in una situazione politica interna in cui avanza una destra antieuropeista che miete consensi, l’Ukip di Farage, e ci sono rischi concreti, con il referendum sull’indipendenza della Scozia del prossimo settembre, della fine del Regno Unito.

Forse le spinte neoisolazioniste inglesi potranno essere utili per ripensare l’attuale architettura europea.

Maurizio Ballistreri

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento