martedì, 22 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Il nostro ruolo agli albori
della Terza Repubblica
Pubblicato il 16-06-2014


Intervengo volentieri nel dibattito in corso sul risultato delle elezioni europee  e dunque sul presente e sul futuro del PSI. Dico subito che concordo interamente con l’esegesi che Mauro Del Bue ha fatto a proposito  di quanto è già accaduto e di quanto potrà accadere ai naufraghi del vecchio PSI. Compagni, sono fra quanti, dopo la distruzione del PSI per mano giustizialista, non hanno abbandonato i resti della “vecchia casa”, quell’embrione di organizzazione che alcuni dei dirigenti del PSI hanno meritoriamente tenuto in vita. Non mi ha mai sfiorato la tentazione di trovare albergo nel PDS-DS-PD, o altrove. Ho anche sperato che, alleandoci con i radicali, avremmo potuto avere un  riscontro elettorale. Archiviata la Rosa nel Pugno, questo sogno è definitivamente evaporato. Chi finge di non vedere questa realtà, e invoca la presentazione di nostre liste solitarie alle elezioni, è fuori dalla realtà, prigioniero del passato. La verità è che negli anni alle nostre spalle abbiamo solo sperimentato sulla nostra pelle quanto sa di sale lo pane altrui: fino all’editto di Valter Veltroni, che ha preferito Di Pietro ai socialisti.

Gli eventi dell’anno alle nostre spalle hanno profondamente modificato la realtà. La scossa è iniziata con le primarie di coalizione organizzate dal PD, in vista delle elezioni del 2013. Vi racconto come le ho vissute io, in questa Emilia bersaniana, dove il gruppo dirigente post-comunista, ferocemente auto-referenziale, crede di poter controllare tutto e tutti.

Ho consultato alcuni vecchi compagni e qualche giovane amico del mio paese. Ci siamo detti: perché non andiamo anche noi a votare per Renzi? Ci siamo andati. I capi della piccola oligarchia locale, che controllavano le operazioni di voto, ci hanno guardato come se fossimo dei marziani, o comunque dei guastafeste. Bene: fra lo stupore e il livore del micro-soviet del posto, “abbiamo vinto il seggio”! La voglia di liquidare chi negli ultimi vent’anni ha saputo soltanto far la guerra a Berlusconi, anche perdendola, era diffusa e prepotente. Poi sappiamo come è andata. Bersani ha vinto le primarie, ma perso le elezioni vere. Renzi ha vinto le primarie di partito e ora è al governo; poi ha appena conquistato nelle elezioni europee una percentuale che nessun capo post-comuista aveva mai raggiunto. Nelle sconfitte di Occhetto, D’Alema e Veltroni c’è anche una ragione di giustizia sostanziale: non era giusto che chi aveva avuto torto dalla storia  conquistasse il consenso maggioritario degli italiani.

Perché mai Matteo Renzi è riuscito a fare del primo partito della sinistra il “partito della Nazione”, come dice Reichlin, mentre hanno fallito i discepoli di Togliatti-Longo-Berlinguer ?

Perché ha risuscitato la democrazia cristiana, come sussurra Cirino Pomicino sul Foglio, dove c’è chi lo chiama “fanfanetto”? Siamo fuori dalla realtà. Ho conosciuto molto bene Fanfani. Ha agito in un contesto che è distante anni luce da quello attuale. Dunque, niente corsi e ricorsi di vichiana memoria

Quando ricerco le cause del successo di Renzi alle elezioni europee ragiono così.

Le guerre e le grandi crisi che deprimono la vita dei cittadini sono il lievito di nuove leadership. È quanto è accaduto da noi. Poi, la notte del 25 maggio, mi è anche venuta alla mente una antica conversazione con Loris Fortuna. “Gli italiani – mi diceva Loris – sono una razza strana. Seguono in politica, anche a proprio danno, vie sbagliate. Ma hanno un sesto senso. Quando constatano che è in pericolo il futuro del Paese, sono saggi, almeno nella loro maggioranza: scelgono la via che può salvare la Nazione”. Vedeva giusto. È stato così il 18 aprile del ’48; è stato così in occasione dei referendum sul divorzio e sull’aborto; è stato così quando si è votato sul decreto di San Valentino di Bettino Craxi.

Anche oggi il quarantun per cento degli italiani ha votato per Renzi sospinto dalla consapevolezza che un nuovo risultato “alla Bersani” del PD  avrebbe gettato l’Italia nel caos.

Figuratevi se sono insensibile al grido di dolore del compagno che dalle colonne dell’Avanti esclama: “il solo pensiero di votare PD mi fa venire l’orticaria”.

Per me è stata decisiva l’adesione del PD al PSE. E così, senza diventare un tifoso di Renzi, ho fatto il segno di croce sulla parte inferiore del simbolo, dove era scritto PSE ed ho evitato di turarmi il naso dando la preferenza alla nostra Rita Cinti Lucani! Ho forse sfregiato la mia autonomia e la mia storia? No, tant’è che nella parallela elezione del sindaco del mio comune ho votato, come 5 anni or sono, per la lista civica che ha vinto ancora, liquidando definitivamente l’oligarchia post-comunista del luogo.

Ha dunque regione il nostro Mauro, quando ricorda che anche il PSI degli anni migliori fuorusciva dallo schema della sinistra “di classe”, acquisendo frazioni dell’elettorato  “centrista”; le nostre sezioni erano interclassiste e Craxi si rivolgeva a “tutti coloro che vivono del proprio lavoro”.

Si apre dunque per il PSI una stagione nuova. Noi manteniamo e rafforziamo il nostro tessuto organizzativo: nazionale, regionale e locale. Non diventiamo una sotto-corrente del PD, né una reincarnazione degli “indipendenti di sinistra”. L’Avanti!, ne sono certo, manterrà fermo il nostro dissenso sulla riforma del Senato e sulla legge elettorale. Il cosiddetto patto federativo non è un protocollo burocratico che regola per sempre i nostri rapporti con il PD. E’ in corso con il PD un rapporto organico di cooperazione politica, all’interno del quale la nostra autonomia esiste non perché viene solennemente proclamata, ma perché si nutrirà della nostra azione politica di ogni giorno. La nostra libertà di giudizio sarà tanto più incisiva se, utilizzando la nostra storica “cassetta degli attrezzi”, sapremo orientare in senso liberal-socialista l’azione del governo. Sarà di decisiva importanza, oltre all’azione della nostra Direzione e dei nostri parlamentari, il ruolo dei nostri “serbatoi di idee”: la Fondazione Socialismo, Mondoperaio, ed anche la battaglia quotidiana di questo antico e libero giornale. Sottolineo ancora l’importanza del raccordo con le altre fondazioni che si richiamano alla storia del socialismo italiano.

Vi sono alcuni campi in cui la nostra iniziativa potrà essere particolarmente efficace: penso alla riforma della giustizia, alle riforme istituzionali e a quella elettorale, ma anche alla legislazione sul lavoro e alla riforma della RAI. Sogno personalmente che i socialisti si faranno promotori di un grande piano nazionale per la difesa del suolo. Proprio perché il PSI non è rappresentato al Parlamento Europeo, sarà utile un nostro convegno sull’Europa in fieri e dunque sulla politica estera. Senza dire che ogni giorno l’agenda politica offrirà occasioni per far valere le nostre ragioni.

Dopo vent’anni di sterile vivacchiare, il post-comunismo e il catto-comunismo italiani sono in dissolvimento. E questa è una buona notizia. Ho sentito suonare la campana di fine corsa degli eredi del più forte partito comunista del mondo occidentale non solo qui a Tizzano. A due passi da casa mia, a Langhirano, la capitale del prosciutto, dove il comunismo all’italiana è al comando dal 1945, alle elezioni comunali la lista ufficiale del PD, di stampo vetero-emiliano, ha raccolto il 20 per cento dei suffragi, sconfitta da una lista civica, guidata da un renziano non iscritto al PD, che ha conquistato il 72 per cento.

Agli albori della Terza Repubblica si aprono nuove possibilità di affermazione delle nostre idee. Intanto, prepariamoci per le elezioni regionali del 2015. Buon lavoro, compagni.

Fabio Fabbri

P.S.- Mi scuso per aver abbondato in richiami alla mia realtà locale. Ma spesso i microcosmi sono utili per capire la realtà più grande.

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Commenti all'articolo
  1. Non sono andato a votare pd per il motivo che non lo ritengo un partito della sinistra. Il pd ha perduto il vecchio elettorato di sinistra perché ha accettato la svolta economica, imposta dalle classi dirigenti mondiali, in senso liberale anzi in senso liberista. Ritengo opportuno leggersi il libro di T.Piketty “Il capitalismo nel XXI secolo” per verificare che la svolta cosiddetta riformista è soltanto una svolta in senso liberista che ha completamente abbandonato la giustizia sociale e la libertà; per credere verificare in che condizioni hanno ridotto la scuola e in che condizioni di povertà stanno costringendo i popoli europei.

  2. Una lucida analisi senatore! Dovremo essere bravi noi militanti a trovare la nostra “terza via”, ne succubi al PD, ne coraggiosi romantici verso il nulla! Se sapremo costruire questa strada, giorno dopo giorno, fattto dopo fatto, azione dopo azione, ne potremo cogliere i risultati e i frutti, diversamente la colpa sarà solo nostra. E ricordiamoci che il tempo è sempre galantuomo.
    Manuel Magnani
    Segretario prov.le PSI Parma.

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