mercoledì, 23 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Inps, nuove pagine su Facebook per famiglie e pagamenti online
Pubblicato il 06-06-2014


Dopo quelle su riscatto della laurea, buoni lavoro, lavoro domestico e sistema contributivo, l’Inps intensifica la propria presenza sui social network con due nuove pagine Facebook dedicate, questa volta, alla tutela della famiglia e alle modalità di pagamento online. La pagina ‘Inps per la famiglia’ è nata con lo scopo di rendere ancora più fruibili tutti quei contenuti informativi, disponibili sul portale istituzionale www.inps.it, indispensabili per un corretto utilizzo delle prestazioni erogate dall’Ente assicuratore a sostegno della famiglia, rendendoli disponibili a un numero sempre maggiore di utenti. Congedo di maternità, congedo parentale, permessi per allattamento, durata delle prestazioni, relative indennità economiche e altro ancora sono spiegati in modo sintetico ma esauriente, come anche le modalità per la presentazione delle rispettive domande: lavoratrici e lavoratori dipendenti o iscritti alla Gestione separata e lavoratrici autonome possono così trovare le prime indicazioni utili sui servizi disponibili.

Nella pagina trova ampio spazio, inoltre, il contributo sperimentale – previsto per gli anni 2013, 2014 e 2015 – per l’acquisto di servizi di baby sitting al termine del congedo obbligatorio di maternità e in alternativa al congedo parentale. Per accedere è necessario essere in possesso di un profilo Facebook dal quale digitare in ricerca ‘Inps per la famiglia’ o andare direttamente su https://www.facebook.com/INPS.PerLaFamiglia e cliccare su ‘Mi piace’. I contenuti di ‘Inps per la famiglia’ – che nel corso del tempo saranno via via integrati – rimandano al portale www.inps.it e al Contact Center Integrato Inps-Inail, oppure alle sedi dell’Istituto sul territorio. ‘Inps – Come pagare online’, invece, è una pagina informativa sui servizi offerti dall’Istituto con il ‘Portale dei Pagamenti’, lo sportello virtuale che raccoglie i diversi servizi Inps per pagare i bollettini online o stampare i Mav relativi a contributi per lavoratori domestici, riscatti, ricongiunzioni, rendite, versamenti volontari, attività sociali per i dipendenti pubblici, amministratori locali e Fondo Clero, o acquistare i voucher per il lavoro occasionale accessorio. Il Portale dei Pagamenti è raggiungibile direttamente dalla home page del sito www.inps.it e grazie alla facilità di accesso e alle sue funzionalità semplifica le operazioni di versamento, con il vantaggio di poter in ogni momento verificare direttamente online lo stato dei propri pagamenti. Per accedere alla pagina occorre essere in possesso di un profilo Facebook dal quale digitare in ricerca ‘Inps – Come pagare online’ o andare direttamente su https://www.facebook.com/INPS.ComePagareOnline e cliccare su ‘Mi piace’.

Per accedere invece agli altri servizi in rete dell’Inps bisogna inserire il proprio codice fiscale e poi il proprio Pin (Personal Identification Number), un codice segreto di identificazione personale. Per richiederlo o attivarlo bisogna andare su una sezione apposita del sito dell’Inps, seguendo il percorso Home page -> Servizi -> Richiesta Pin on line. Sia che lo si attivi per la prima volta o che lo si richieda dopo averlo smarrito, verrà assegnato un codice Pin di 16 caratteri. Dopo il primo accesso il Pin da 16 caratteri verrà trasformato in uno da 8 caratteri: sarà quello che dovrà essere utilizzato tutte le volte successive. Chi non riesce a orientarsi bene su internet, può chiamare – da telefono fisso – allo 803.164, il numero gratuito del call center dell’Inps. Oppure al numero 06.164.164 se si chiama da cellulare. La chiamata dal cellulare è a pagamento. Come ultima alternativa si può andare agli sportelli di ogni sede Inps per risolvere il problema di persona.

Inps: nei primi 4 mesi aumentano le entrate contributive

Nel primo quadrimestre del 2014, il totale delle entrate dell’Inps ha fatto segnare un aumento del +8,95% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, passando dai 109,4 miliardi di euro del 2013 ai 119,1 miliardi di euro di quest’anno. Gli incassi Inps da aziende private sono risultati nel periodo considerato di 34,9 miliardi di euro, con un incremento di circa 250 milioni di euro in confronto all’anno precedente (+0,69%). In diminuzione, invece, se raffrontate con il corrispondente lasso di tempo dello scorso anno, gli incassi contributivi della gestione dei dipendenti pubblici, passati da 19,6 miliardi di euro nello scorso anno a 19,3 miliardi nel 2014 (-1,33%). Nel complesso l’innalzamento delle entrate deriva da maggiori trasferimenti e anticipazioni da parte dello Stato (9,7 miliardi in più rispetto al medesimo periodo del 2013).

Per quanto concerne le uscite, nei primi quattro mesi del 2014 si registra una lieve diminuzione (-0,16%) in confronto all’analogo lasso di tempo del 2013 (-158 milioni di euro). Tale risultato è determinato dalla contrazione delle prestazioni temporanee a pagamento diretto (- 379 milioni di euro, pari a -8.98%) e, in misura più significativa, della spesa per Tfr/Tfs della gestione lavoratori pubblici che segna una flessione del -26,95% (-478 milioni di euro). In lieve crescita invece il complesso delle prestazioni per pensioni, che lievitano del +0,17% (+115 milioni di euro) e dei trasferimenti passivi, dovuti essenzialmente alle imposte dirette sulle prestazioni da riversare all’erario, pari al 3,27% in più (+ 640 milioni).

Allarme imprese: 1 su 5 costretta a licenziare per ritardi pagamenti

Secondo un’elaborazione dell’Ufficio studi della Cgia su dati Intrum Justitia relativi a un’indagine effettuata nei primi tre mesi di quest’anno, un’impresa italiana su cinque (ovvero, il 20 per cento degli intervistati) è stata costretta a licenziare a causa degli effetti negativi dovuti ai ritardi nei pagamenti. “Nonostante il dato sia inferiore a quello registrato nei principali Paesi Ue – ha segnalato il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi – è drammatico che in l’Italia, con un tasso di disoccupazione che ormai galoppa verso il 13 per cento, molte aziende siano costrette ad espellere una parte del personale perché non vengono pagate con regolarità’’. Purtroppo, continuiamo a essere i peggiori pagatori d’Europa. Se mediamente la nostra Pubblica amministrazione paga le imprese a 165 giorni (+107 giorni rispetto alla media europea), nei rapporti commerciali tra imprese ci vogliono 94 giorni affinché il committente saldi il proprio fornitore (+47 giorni in confronto alla media Ue). Anche nei rapporti tra privati (cioè cittadini/famiglie) e imprese, la situazione rimane difficile: sono necessari mediamente 75 giorni per essere definitivamente pagati (41 in più della media Ue).

In tutti e tre i casi appena descritti, nessun altro Stato d’Europa fa peggio di noi. Nel rapporto tra Pubblica amministrazione e imprese in Bosnia i pagamenti avvengono in 41 giorni, in Serbia in 46 e in Grecia in 155. Questa situazione assume una dimensione ancor più preoccupante se si analizza l’andamento dei tempi medi di pagamento riscontrati in questi ultimi sei anni di crisi economica (2009-2014). Nel raffronto tra l’Italia, la Francia, la Germania e la Gran Bretagna, solo da noi si sono allungati i giorni occorrenti affinché il committente saldi il pagamento al proprio fornitore. Se tra privati (vale a dire cittadini/famiglie) e le imprese l’aumento è stato di 5 giorni, nelle transazioni commerciali tra imprese è salito di 6. Drammatica, invece, la situazione nei rapporti tra Pubblica amministrazione e i propri fornitori. I pagamenti si sono allungati di ben 37 giorni, sebbene dal 2011 la nostra Pa ha cominciato a migliorare la sua performance. Secondo Giuseppe Bortolussi “le lungaggini burocratiche, il cattivo funzionamento degli uffici pubblici, i vincoli economici legati al Patto di stabilità interno, l’abuso di posizione dominante del committente e la mancanza di liquidità sono alcune delle motivazioni che consegnano al nostro Paese la maglia nera nella correttezza dei pagamenti”.

“Nonostante dal 1° gennaio 2013 la legge stabilisca che il Pubblico deve pagare entro 30/60 giorni, mentre i privati tra 60/90 giorni, queste disposizioni continuano a essere palesemente inapplicate, con ricadute molto pesanti soprattutto per le piccole imprese che dispongono di un potere contrattuale molto limitato’’, ha seguitato Bortolussi. La Cgia ricorda che in attesa di conoscere l’effettivo stock di debiti accumulati dalla nostra Pa nei confronti delle imprese private, nel biennio 2013-2014 sono stati stanziati 47 miliardi di euro. Ad oggi sono stati pagati circa 23,5 miliardi di euro, mentre il Ministero dell’Economa ha annunciato nei gironi scorsi l’avvio di una procedura di erogazione di un’altra tranche per gli Enti locali pari a 1,8 miliardi. Infine, secondo la Legge di Stabilità 2014, il Governo Renzi ha pianificato per l’anno in corso un intervento pari a 13 miliardi di euro, anche se secondo la Relazione tecnica potranno essere pagati nel 2014 solo 5.

Censis: gli 80 euro hanno dato segno di forte inversione tendenza

“Gli 80 euro dati dal governo ai lavoratori in busta paga hanno inciso certamente sull’ottimo risultato elettorale del Pd, ma non tanto per i soldi in sé, quanto piuttosto per il forte segnale di inversione di tendenza che hanno dato ai cittadini, dopo che tutti i governi prima di quello attuale avevano solo aggravato il peso della fiscalità sui lavoratori dipendenti. Per la prima volta, invece, ai lavoratori dipendenti sono state ridotte le tasse”. Così Giuseppe Roma, sociologo e direttore generale del Censis, ha commentato con Labitalia la netta affermazione del partito guidato dal premier, Matteo Renzi, alla tornata elettorale europea. “In questo senso – ha spiegato Roma – non regge proprio il paragone fatto da qualcuno con ‘una scarpa prima e una scarpa dopo le elezioni’ dei tempi di Lauro. Questa degli 80 euro non è una regalia, ma una misura politica precisa, annunciata e realizzata subito dopo con un decreto”. Insomma, ha rilevato Roma, “un ‘detto e fatto’ che ha dato certezza agli elettori, che, al momento di votare, hanno optato per chi si era ‘sporcato’ le mani con qualcosa di concreto (anche se non risolutivo) preferendolo ai paroloni e ai toni roboanti di Grillo e del Movimento 5 Stelle, che però di cose ne hanno fatte poche”.

“Teniamo conto che il Pd ha preso circa 3 milioni di voti in più, quindi un forte spostamento di voti”, ha concluso Roma. “Renzi non ha scelto di fare ideologia, ma di governare. Per questo i lavoratori l’hanno votato, nonostante l’atteggiamento dei sindacati verso il primo ministro non sia stato positivo e nonostante lo stesso premier non abbia coinvolto i rappresentanti dei lavoratori nelle decisioni più importanti”, ha sostenuto ancora il direttore generale del Censis. “In questo esecutivo c’è molta rappresentanza del lavoro: abbiamo un ministro del Lavoro che viene dal mondo cooperativo, un ministro dello Sviluppo che viene dalla Confindustria, ma Renzi non ha scelto di fare ideologia, ma di governare, di fare delle scelte e di prendere decisioni. Ristabilendo così i ruoli che sono propri delle parti: il sindacato faccia il sindacato, il governo faccia il governo. Una cosa che piace anche ai lavoratori”, ha puntualizzato Roma. Roma ha inoltre ricordato che, “in un passato anche recente, abbiamo assistito a un forte peso dato al sindacato e alla firma di accordi per sopperire alle carenze della politica”. “Ma se la politica c’è – ha concluso – il sindacato, come le altre associazioni di categoria, dice la sua, ma quando c’è da prendere una decisione, la prende l’esecutivo”.

“Sono elezioni in cui ha trionfato il realismo e in cui gli italiani hanno votato con lo spirito del padre di famiglia, scegliendo con molto buon senso. E sono anche elezioni in cui, sia per l’affluenza sia per la pazienza con cui gli elettori si sono messi in fila per rinnovare le tessere elettorali, gli italiani hanno dato prova di civismo”, ha dichiarato Roma. Che ha aggiunto che “tutto il livore espresso in altri Paesi europei contro l’Ue in Italia alla fine non si è manifestato”. “Gli italiani – ha evidenziato – si lamentano spesso dell’Europa, ma poi sono ben contenti di farne parte. Sono più partecipi all’Ue che non al Mediterraneo”. Gli euroscettici da noi non hanno trovato lo stesso spazio “perché non siamo isolazionisti come la Gran Bretagna o la Francia”, ha chiosato Roma. “Siamo un po’ meno egoisti, e poi abbiamo paura di uscire dall’euro: la gente lo sa che se torniamo alla lira perde di botto il 30-40% della sua ricchezza”, ha terminato.

 Carlo Pareto

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