martedì, 22 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Iraq, ecco la mappa dei finanziatori dei jihadisti
Pubblicato il 23-06-2014


Ribelli IsisLa situazione in Iraq sta seriamente precipitando se oggi a Bagad è giunto persino il segretario di Stato americano, John Kerry, per incontrare il premier sciita Nuri al Maliki. I jihadisti dello ‘Stato islamico dell’Iraq e del Levante’ (Isis), infatti hanno consolidato il controllo di ampie zone nel nord e nell’ovest dell’Iraq e hanno conquistato l’aeroporto di Tal Afar, dopo aver preso le città di Rawa e Ana, tanto che il Kuwait ha richiamato l’ambasciatore per motivi di sicurezza mentre la Exxon e la BP, e da qualche giorno anche l’ENI, stanno  smobilitando perché gli impianti petroliferi sono un obbiettivo privilegiato dei jihadisti.
Ma come ha fatto l’organizzazione terroristica dei ribelli iracheni a battere su più fronti l’esercito dei regolari e ad impadronirsi in così poco tempo dei punti nevralgici del Paese? E soprattutto come riesce a finanziarsi?

L’emittente tedesca Deutche Welle ha ricostruito nel dettaglio le possibili implicazioni finanziarie del gruppo terroristico.

Il Governo degli sciiti in Iraq accusa l’Arabia Saudita e alcuni Emirati del Golfo, di sostenere i jihadisti. Appena una settimana fa, martedì, il premier iracheno Nouri al-Maliki ha ritenuto “l’Arabia Saudita responsabile” per il sostegno finanziario e morale dato all’ISIS.
Gli Stati Uniti, il più importante alleato dell’Arabia Saudita, hanno respinto l’accusa del premier iracheno mentre Jen Psaki, portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ha definito l’accusa “umiliante”. Ma dall’analisi di Günter Meyer, Direttore del Centro di ricerca sul mondo arabo presso l’Università di Mainz emerge il contrario: “La più importante fonte di finanziamento dell’ISIS fino ad oggi è stato il supporto dei Paesi del Golfo, innanzitutto l’Arabia Saudita, ma anche il Qatar, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti”.

Meyer ha spiegato alla Deutsche Welle che gli Stati del Golfo finanziano gruppi come l’ISIS per sostenere la loro lotta contro il regime del presidente Bashar al Assad in Siria che si regge sulla minoranza alawita. Tre quarti della popolazione siriana sono infatti musulmani sunniti, ma la Siria è governata da un’élite degli alawita che a loro volta sono un ramo dell’islam sciita, anch’esso a sua volta minoranza nell’universo dei credenti musulmani dove la maggioranza è sunnita. Altre fonti di finanziamento principali per l’ISIS, sempre secondo Meyer, sono i campi petroliferi del nord della Siria da dove il greggio viene esportato a bordo di autobotti e finisce in Turchia.

Secondo Charles Lister dell’istituto Brookings Doha Center, l’ISIS riesce ad autofinanziarsi anche con l’estorsione e il saccheggio nelle città recentemente conquistate come Mosul.

“L’estorsione avviene contro le piccole e grandi imprese di costruzione, e se le voci sono vere, anche contro i rappresentanti delle amministrazioni locali – sostiene Lister – Inoltre, si sospetta che l’organizzazione prelevi tasse nelle zone che controlla completamente, come a Raqqa, nel nord-est della Siria”.

Sull’autofinanziamento è d’accordo anche il direttore Meyer che il più grande colpo di auto finanziamento dell’ISIS è stato “senza dubbio il saccheggio della banca centrale a Mosul, che fruttò un bottino equivalente a circa 429 milioni dollari in contanti. Altre banche filali di quella centrale di Mosul, e in altre aree controllate dall’ISIS, sono stati saccheggiate”. Un vero colpo per l’organizzazione.
Sicuramente l’Isis utilizzerà quel denaro per comprare materiale militare, ma dopo la loro conquista di Mosul, i combattenti sono riusciti a rifornirsi di molte armi americane e di veicoli.

E grazie al loro bottino “sarà facile per l’ISIS – ammette Meyer – acquistare altre armi di alta qualità sui mercati internazionali degli armamenti”.
Errata infine, secondo Günter Meyer, la convinzione che il denaro dell’ISIS arrivi da circoli sunniti legati all’ex dittatore iracheno, Saddam Hussein. Gli obiettivi dell’ISIS sono troppo diversi da quelli di persone legate a Hussein. Entrambi i gruppi vogliono sì rovesciare il governo sciita dell’Iraq, ma l’ISIS vuole stabilire una teocrazia islamica, mentre i sunniti dal partito Baath di Saddam Hussein vogliono stabilire una democrazia laica.

Dall’altro versante la comune lotta contro gli jihadisti sunniti, sta cementando l’alleanza tra sciiti e curdi, che è alla base del nuovo Iraq. E i Peshmerga curdi sono in prima linea nei combattimenti. Proprio per questo le relazioni della Turchia con l’Iraq sono sempre state tese a causa del conflitto della Turchia con i separatisti curdi, molti dei quali vivono ormai oltre il confine turco, nella parte settentrionale dell’Iraq governata autonomamente da curdi.

La stessa Turchia ha agito in modo anomalo: all’inizio ha sostenuto l’opposizione nella guerra civile siriana, dopodiché ha cominciato ad opporsi all’ISIS ora che l’organizzazione ha preso il controllo di vaste aree nella Siria orientale e nella parte nord-occidentale dell’Iraq, ai confini con la Turchia. Nella prima parte del conflitto in Siria, la Turchia ha permesso ai combattenti estremisti di attraversare le sue frontiere liberamente, ma recentemente ha invertito la rotta dopo che è risultato chiaro che invece di rovesciare il presidente Bashar al-Assad, i militanti si stavano ritagliando un proprio stato in Siria, arrivando a scontrandosi con le forze di opposizione più moderate.

Maria Teresa Olivieri

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