martedì, 17 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

La ricetta Rousseff
per affrontare la crisi del Brasile
Pubblicato il 23-06-2014


 

I mondiali di calcio hanno aperto una finestra sul Paese ospitante, il Brasile. Le dure contestazioni popolari in occasione della cerimonia d’inaugurazione all’Arena Corinthians di San Paolo, hanno evidenziato ancora l’esistenza di povertà e di drammatiche contraddizioni sociali.

Eppure, il Brasile è una delle nazioni del cosiddetto “Brics”, acronimo che indica i Paesi emergenti a livello di economia mondiale, assieme a Russia, Cina, India e Sud Africa e la presidente Dilma Rousseff si è mossa in linea con il suo predecessore e mentore, l’ex sindacalista rivoluzionario Lula, nel condurre l’economia del Brasile verso lo sviluppo e la redistribuzione della ricchezza. Una politica economica anticiclica di ispirazione neokeynesiana per affrontare la crisi mondiale iniziata nel 2007 negli Stati Uniti con i mutui subprime e l’anno successivo con i crash bancari, che ha il suo perno nella Bndes, la banca pubblica di sviluppo, il motore dell’economia brasiliana, che già con Lula finanziò l’industria immobiliare e automobilistica e le infrastrutture. Il Brasile si era avvantaggiato duranti i due mandati di Lula (2003-2010) dall’inesauribile fame di commodities della Cina, soprattutto dallo sfruttamento dei giacimenti petroliferi off shore; così, il suo prodotto interno lordo è diventando il settimo del mondo.

Oggi però, la crescita del Brasile, che aveva superato senza gravi problemi la crisi finanziaria mondiale del 2008, sta subendo un forte rallentamento: il suo tasso di crescita è crollato dal 7,5% a poco più dell’1%. Le cause sono molteplici: la riduzione degli investimenti europei e statunitensi; il fallimento del piano di diversificazione dell’economia, troppo dipendente dall’esportazione di commodities e con un’industria poco competitiva, soprattutto per la scarsa qualità del capitale umano; l’apprezzamento della sua valuta, il real, a causa dell’eccessivo afflusso di capitali stranieri, con conseguente penalizzazione delle esportazioni; lo scarso sviluppo dell’industria per beni di consumo, che non regge l’importazione massiccia di prodotti cinesi.

Da keynesiana in economia e socialdemocratica in politica dal carattere esplosivo, la Rousseff ha favorito nel suo mandato più l’economia reale, cercando di arginare la speculazione finanziaria, soprattutto quella diretta da Wall Street e dalle grandi banche d’affari, i santuari della finanza globale indispettiti per l’abbattimento del tasso d’interesse brasiliano, Selic, arrivato nel 2013 al 7,5 per cento, dopo anni di tassi altissimi che hanno storicamente contribuito all’impoverimento dei ceti più deboli e all’arricchimento vorace degli istituti di credito.

E, probabilmente, l’impegno della Rousseff di spingere il credito bancario verso l’economia produttiva e non verso la finanza, sta alla base dell’atteggiamento negativo dei banchieri a livello internazionale e delle agenzie di raiting (che sembrano volere abbassare la valutazione dell’economia brasiliana), a fronte di quello che sembra un nuovo corso financo del Fondo Monetario Internazionale, finalmente più attento ai problemi della crescita economica e dell’equità sociale, dopo il caso della Grecia.

Forse, senza indugiare nelle “teorie del complotto”, lo sfavore della grande finanza globale, che ha prodotto la crisi planetaria che stiamo vivendo, gettando nella miseria milioni e milioni di persone a livello mondiale ma con ancora indennità e profitti enormi, nei confronti della Rousseff, deriva proprio dalla “ribellione” della presidente brasiliana alla dittatura dei mercati finanziari.

Maurizio Ballistreri

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