martedì, 22 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

L’euro ha un problema:
manca l’Europa
Pubblicato il 27-06-2014


Secondo il premio Nobel Christopher Passarides, per salvaguardare la crescita e l’occupazione dell’Europa, l’euro “andrebbe smantellato il più presto possibile”; a sostegno di questa drastica affermazione, Pier Giorgio Gawronskj, della Scuola Normale dell’Amministrazione e membro della Direzione nazionale del Partito Democratico, dedica un lungo articolo, “Progetto euro: cosa è andato storto. La riforma necessaria dell’Eurozona”, apparso sui numeri I-III/2014 della Rivista di Politica Economica, il trimestrale confindustriale.

Secondo Gawronski, l’idea dell’integrazione europea ha goduto di una buona fama per oltre cinquant’anni nel dopoguerra; ma, oggi, il risultato di una sua parziale realizzazione, l’Unione Monetaria, si sta rivelando inficiata da vizi d’origine, al punto che i suoi esiti indesiderati rischiano di compromettere in modo irreversibile l’intera costruzione dell’Unione Europea e, forse, la pace, in funzione della quale, all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, il progetto era stato pensato e adottato dai padri fondatori.

L’evidenza empirica mostra forti divergenze economiche tra l’eurozona ed ogni altra parte del mondo, ma anche tra gli Stati che ne fanno parte; mentre le élite europee preconizzano, come risposta alle divergenze, una rapida realizzazione dell’unione politica, attraverso cui effettuare i necessari trasferimenti finanziari compensativi, per fare fronte agli squilibri prodotti dall’euro e alla disaffezione dall’Europa di molti cittadini dei vari Stati, a causa tali squilibri. Il grado di disaffezione, confermato anche dall’esito delle ultime elezioni del Parlamento europeo, è costantemente monitorato dall’”Eurobarometro”, che effettua indagini per conto della Commissione, allo scopo di controllare i fenomeni sociali, politici ed economici dei Paesi dell’area euro; secondo una delle ultime indagini, in 15 dei 17 Paesi che compongono l’eurozona i contrari all’unione politica dell’Europa superano i favorevoli, nel senso che i “popoli periferici” preferiscono conservare la sovranità degli Stati di appartenza, mentre i “Paesi del centro” temono che l’unità politica li coinvoga nel mantenimento dei primi.

Pertanto, secondo Gawronski, se l’unione politica si farà, sarà necessariamente imposta dall’alto attraverso una “compressione della democrazia”, che varrà a conservarla molto fragile sin dalla nascita; mentre, se non si farà, le élite finanziarie, politiche e diplomatiche dovranno accettare l’amara realtà di non sapere come “stabilizzare l’Eurozona”. Un modo per reagire a questo stallo, per Gavwronskj, è quello di riflettere sulle “debolezze strutturali” dell’euro, per capire quali riforme si rendono necessarie, al fine di trasformarlo in una moneta funzionale al sostegno del rilancio generalizzato della crescita europea e, con essa, del ricupero dell’affezione dei cittadini al disegno unitario.

L’obiettivo delle riforme dovrebbe essere la realizzazione di “assetti economici sostenibili”; a tal fine, occorre capire le ragioni della crisi dell’euro. Queste possono essere raggruppate in tre classi: la prima di queste include le spiegazioni della crisi, nell’assunto che l’Europa non sia un’“area valutaria ottimale”; una seconda classe comprende quelle che assumono la non adeguatezza delle istituzioni preposte al governo dell’euro; la terza classe, infine, è costituita dalle ragioni che spiegano la crisi dell’eurozona ipotizzando che i leader politici nazionali ed europei si siano affidati, nella formulazione delle politiche economiche, al “paradigma neoclassico” e alle virtù taumaturgiche delle libere forze del mercato.

Tenuto conto dell’insieme di tutte queste spiegazioni, afferma Gawronskj, l’eurozona potrebbe rilanciare la crescita e l’occupazione e rimuovere la sfiducia nelle istituzioni europee grazie a una “svolta politica” che affidi il governo dell’euro a dei tecnocati interventisti; in altri termini, tenendo conto delle spiegazioni suaccennate, diverrebbe possibile, innanzitutto confrontare le finalità del progetto iniziale dell’euro, e il modo in cui avrebbe dovuto funzionare, con ciò che si è verificato successivamente; in questo modo, diverrebbe possibile “capire dove la realtà ha deviato dal percorso previsto e, indirettamente, se e come è possibile rimediare”.

Poiché, per una data area economica, il beneficio principale dell’adozione di una moneta unica, ovvero la facilitazione del commercio fra i Paesi membri, non si è verificato, l’intera eurozona non è risultata un’“area valutaria ottimale”, in quanto la sua dimensione geografica è risultata troppo estesa e relativa a sistemi economici strutturalmente molto diversi; ciò ha fatto sì che i costi superassero di gran lunga i benefici. Fra l’altro, non essendo l’eurozona governata da uno Stato, i traferimenti pubblici compensativi, quando si sono verificati, sono stati del tutto indipendenti dal ciclo economico. Inoltre, i costruttori dell’euro attuale hanno ritenuto che la politica monetaria gestita dalla Banca Centrale Europea sarebbe stata sufficiente per affrontare gli “shock simmetrici” (cioè, i possibili squilibri macroeconomici coinvolgenti nello stesso modo tutte le economie dei Paesi componenti l’intera area valutaria dell’euro) e che le politiche di bilancio, cioè le azioni di politica economica riguardanti l’intera eurozona, potessero essere utilizzate per affrontare gli “shock asimmetrici” (cioè, i possibili squilibri macroeconomici coinvolgenti in modo diverso o opposto tutte le economie dell’area euro).

Contrariamente a quanto ipotizzato, anche per fare fronte agli shock simmetrici, è stato necessario fare ricorso alle politiche di bilancio; queste, sotto l’impulso della Germania, sono state ridotte all’effettuazione di un mero coordimamento, attraverso l’esercizio di una sorveglianza multilaterale, della consistenza dei deficit pubblici dei singoli Stati. Le procedure di sorveglianza invalse dal 2000 al 2007, cioè sino all’inzio della crisi, hanno caratterizzato una diversità di posizioni dei singoli Stati, nel senso che alcuni all’inizio della crisi hanno presentato debiti pubblici e deficit ordinari molto bassi, mentre altri, come l’Italia, debiti e deficit più alti del dovuto. Gli squilibri dei bilanci di questi ultimi hanno originato l’instabilità dell’intera eurozona; instabilità, questa, che è scaturita, perciò, dalla “cattiva” ingegneria” dell’auro.

Conclusivamente, secondo Gavwronskj, la “malformazione” di questa ingegneria è all’origine dell’instabilità e delle difficoltà sociali, politiche ed economiche dell’eurozona; ciò per motivi strutturali, istituzionali e politici. Dal punto di vista strutturale, l’eurozona non si è rivelata, com’era nella aspettative, un’area valutaria ottimale, per cui gli shock asimmetrici sono risultati più “forti” del previsto e gli stabilizzatori automatici nelle relazioni intraeuropee si sono rivelati “deboli”; dal punto di vista istituzionale, le regole che ne hanno disciplinato il funzionamento sono risultate inadeguate, in quanto costruite sulla base del paradigma della teoria neoclassica e conformate all’operare delle libere forze di mercato; dal punto di vista politico, infine, le scelte di politica economica hanno sofferto di un’eccessiva discrezionalità, causata dall’assenza di una leadership credibile e responsabile.

A quale rimedio possono fare appello gli Stati membri dell’eurozona per rimuovere i limiti dell’euro attuale? Secondo Gawronskj, occorre una riforma della Banca Centrale Europea, per assicurare una nuova governance dell’intera zona che ha adottato la moneta unica. Alla BCE, in particolare, dovrebbe essere consentito: di svolgere il ruolo di prestatore di ultima istanza (lender of last resort) nei confronti di tutte le istituzioni perivate e pubbliche giudicate “troppo grandi per fallire”, inclusi gli Stati; di intervenire sul mercato primario dei titoli pubblici, al fine di promuovere gli obiettivi del proprio mandato; di avvalersi di valutazioni (realizzate all’esterno della Banca) della congruità dei bilanci pubblici dei singoli Stati ai fini della sostenibilità dei debiti, a patto che esse siano depoliticizzate e libere da ogni foma di condizionalità imposta; di fruire del supporto di un’Unione Bancaria Europea che sappia garantire un’assicurazione dei depositi, ovvero un meccanismo per la liquidazione delle banche insolventi in grado di minimizzare l’onere per i contribuenti, attenuando l’instabilità finanziaria.

Secondo Gawronskj, per realizzare una simile riforma, in funzione della conservazione di un euro affrancato dai limiti attuali, l’Europa non avrebbe bisogno di un’unione politica; ciò è spesso sostenuto da molti politici chiamati a rispondere ad elettorati che considerano gli Stati Uniti d’Europa una “disgrazia”, “una possibile esternalità negativa dell’euro. Anche perché temono che la convivenza politica … esiga in seguito anche un’omologazione culturale e antropologica”. Insistere, perciò, nel perseuire un obiettivo politico che non gode di una buona stima presso una parte considerevole dei cittadini europei, conclude Gawronskj, non è una grande idea; ciò di cui l’eurozona, allo stato attuale, ha necessità è una “grande riforma” delle sue istituzioni e delle regole che presiedono al loro funzionamento, per pervenire ad una nuova governance dell’intera zona.

La riforma preconizzata non dovrebbe trovare molte difficoltà sul piano politico, in quanto coloro che condividono i timori di un’unione politica hanno “più interesse nelle ricerca di una soluzione politicamente meno impegnativa e rischiosa”, che risulti funzionale al rilancio della crescita, dell’occupazione e della stabilità dell’intera area euro.

Questo potrà anche essere vero; resta però il dubbio che la “grande riforma” suggerita da Gawronskj, pur non implicando alcuna unione politica nella forma di una struttura istituzionale federale, la sua attuazione coincida in realtà con la tanto agognata Unione Politica dell’Europa. La grande riforma auspicata è, infatti, contraddittoria, in quanto non si può ipotizzzare di assegnare alla BCE le funzioni proposte fuori da una completa unione politica degli Stati dell’area euro; pena, se ciò non fosse, i continui “disturbi”, apportati all’azione della Banca Centrale dai singoli Stati membri in disaccordo, quando la governance dell’erozona continuasse ad essere fondata sulla stipulazione di Trattati, come sinora è avvenuto.
Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. La conclusione critica di Sabattini centra il punto, ed è perciò profonda. E’ possibile avere una banca centrale sottomessa alla democrazia, che quindi promuova la ripresa, al posto della tecnocrazia attuale che da ordini e detta l’agenda agli stati nazionali democratici (con la minaccia di far scattare di nuovo gli spread?) provocando deflazione depressione e crescita del rapporto debito/pil? Ma si badi bene: la domanda non è nient’affatto scontata né retorica. L’ingegneria istituzionale conosce pochi limiti. Regole precise (per una BCE in stile FED) più il Parlamento Europeo a fare il cane da guardia non potrebbero risolvere il problema, senza fare l’unione politica europea?

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