martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’euro, la Germania e l’incubo
ricorrente dell’accerchiamento
Pubblicato il 06-06-2014


Germania-UECon la crisi economica dell’eurozona, la dolorosa storia della Germania è “tornata a perseguire il Paese”; molti quotidiani dei Paesi che maggiormente hanno subito gli esiti negativi della crisi e i diktat anti-crisi tedeschi hanno, in più di una circostanza, paragonato la cancelliera Angela Merkel a Adolf Hitler e, nel nostro Paese, persino il “Corriere della Sera”, nel 2012, non si è sottratto alla tentazione di dichiarare che “l’Italia non è più in Europa, ora fa parte del Quarto Reich”. Con questo incipit, Hans Kundnani, professore nell’Università di Birmingham, studioso della politica estera della Germania, nonché direttore di ricerca in tema di relazioni internazionali presso il Consiglio Europeo, inizia il saggio, pubblicato su “Limes” del 5 maggio 2014, dal titolo “Esporto, dunque sono. Il ritorno del nazionalismo tedesco”; egli in questo saggio sostiene che, nella conduzione della politica tedesca, così come la nascita del Reich nel 1871 aveva disintegrato gli equilibri europei, dando vita ad una potenza espansionista, oggi al militarismo di allora è subentrata l’economia, dimostrando, a ragione, che le analogie non mancano.

I tedeschi mostrano di risentirsi di fronte ad analisi di questo tipo, al punto che la maggior parte di essi tende a considerare la storia nazionale anteriore al 1945 come irrilevante rispetto ai problemi attuali dell’eurozona e ad interpretare i paralleli storici come “un tentativo di estorsione da parte dei governi più indebitati”. Nel contempo, però, nell’ambito di alcuni ambienti accademici, sono evocati altri paralleli riguardanti la storia nazionale tedesca, per ammonire che in futuro il termine “’Maastricht’ potrebbe assumere in Germania la stessa connotazione negativa un tempo propria di ‘Versailles’”; nel senso che l’adozione dell’euro potrebbe avere, sul piano politico, le stesse conseguenze negative delle dure condizioni imposte alla Germania dal Trattato di Versailles dopo la sconfitta subita nella prima guerra mondiale.

In assenza di accordo fra i tedeschi sulla rilevanza della loro storia nazionale – osserva Kundnani – si discute poco su come tale storia possa influire sull’attuale situazione europea, nonostante che l’influenza ci sia, se si considera la storia della Germania almeno da due punti di vista fondamentali: il primo concerne la considerazione delle dimemsioni e della posizione geografica centrale della Germania, che, dopo la sua unificazione, l’hanno resa presenza “intrinsecamente destabilizzante” degli equilibri europei, fino a trasformarla, al cospetto degli altri Paesi, in “questione tedesca”; l’altro punto di vista riguarda, invece, il “parallelo ideologico” che può essere fatto con il “senso di missione” di cui la nazione tedesca, per pura e semplice difesa nei confronti dell’esterno, si è compiaciuta d’autoconsiderarsi portatrice. Questi due punti di vista sono, secondo Kundnani, particolarmente rilevanti “rispetto alla situazione odierna e la loro analisi può aiutare a comprendere i dilemmi attuali”.

L’unificazione della Germania è valsa a far nascere nel cuore dell’Europa un “nuovo gigante”, sconvolgendo l’equilibrio realizzato dopo le guerre napoleoniche che aveva garantito un lungo periodo di pace nel Vecchio Continente. La Germania unificata è risultata dotata anche di un’economia industriale avanzata in rapida espansione, nonché del “migliore sistema d’istruzione del mondo” e di un “esercito formidabile”, che nell’insieme hanno contribuito a rafforzare il convincimento dell’esistenza della “questione tedesca”. Questo convincimento ha spinto gli altri Paesi europei a formare, secondo la logica dell’equilibrio di potenza da tutti condivisa, coalizioni ed alleanze per controbilanciare appunto la potenza tedesca.

Ciò ha alimentato il timore della Germania che si realizzassero delle coalizioni ostili, generando la cosiddetta “dialettica dell’accerchiamento”, che ha condotto alla tragedia della prima guerra mondiale. Se la questione tedesca è apparsa risolta con la fine della seconda guerra mondiale, con la divisione della Germania e l’integrazione della Repubblica Federale Tedesca nello schieramento occidentale attraverso la NATO e la UE, dalla fine della Guerra Fredda la stessa Germania è tornata ad esercitare il suo ruolo centrale nel cuore dell’Europa; ma mentre nel passato, osserva Kundnani, si contrapponeva a nemici dei quali temeva un possibile accerchiamento, oggi è circondata da Paesi amici, con gran parte dei quali è unita all’interno di un mercato unico governato da istituzioni politiche ed economiche comuni. Per questo motivo si dovrebbe poter pensare che, in termini geopolitici, la Germania sia diventata “potenza benigna”.

Tuttavia, è forte l’idea che la dimensione dell’economia tedesca e l’interdipendenza di questa con le economie degli altri Paesi europei stiano creando instabilità, per via del fatto che la Germania persegue una politica economica da piccolo Paese, non adeguata al “peso” della propria economia, che è di dimensioni tali da giustificare l’assunzione di “obblighi stabilizzatori” all’interno del marcato unico della UE. Essa, invece, non fa nulla per evitare che in Europa prenda di nuovo piede l’idea dell’esistenza di una questione tedesca vecchio stile, sino a spingere molti Paesi a fare fronte comune contro Berlino, rinverdendo l’antico timore tedesco di un possibile accerchiamento. Timore, quest’ultimo, che sarebbe aumentato, dopo il vertice europeo del 2013, per iniziativa di Francia, Italia e Spagna, allorché la cancelliera Merkel ha dovuto accettare la decisione di creare un “fondo salva Stati”, ovvero un fondo permanente di salvataggio dell’eurozona, per la ricapitalizzazione delle banche dei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi economica. Da ciò Berlino ha tratto la paura che la Banca Centrale Europea possa abbandonare la rigida ortodossia monetaria e finanziaria propria dell’ideologia dell’ordoliberismo nella quale la Germania si è sempre cullata e, a causa della quale, dal punto di vista economico, ha “contratto” una sorta di “autismo culturale”, che l’ha condotta ad aborrire qualsiasi idea che la stabilità dei moderni sistemi economici possa a volte richiedere politiche economiche e finanziarie permissive.

Il convincimento, maturato dai tedeschi nel corso dello svolgersi della crisi di questi anni, d’essere cioè i più probi nel governo dell’economia, li ha condotti a favorire il riproporsi di una nuova versione della questione tedesca, che si è estrinsecata con la pretesa della Germania di potere esportare, soprattutto all’interno dela UE, il proprio modello economico, cercando di europeizzare la propria storia. In tal modo, il nazionalismo politico dei decenni anteriori al 1945 è stato sostituito da un nazionalismo economico, fondato sull’”export ipercompetitivo”, col quale le esportazioni sono assurte a supporto, non solo dell’economia, ma anche dell’identità nazionale; così, conclude Kundnani, il nazionalsimo del marco è stato sostituito da quello dell’export denominato in euro.

In conclusione, sulla scorta dell’analisi di Kundnani, si può dire che in passato la Germania ha rinvenuto la spinta alla crezione di un impero tedesco nell’idea che il futuro appartenesse alle potenze di dimensione continentale, in funzione della creazione di uno spazio vitale, rinvenendo nello spirito nazionalistico la forza con cui realizzarlo; ora, dopo la raggiunta riunificazione, la spinta al consolidamento della propria egemonia economica nel mondo globalizzato, viene trovata dalla Germania nell’idea che sia possibile conseguirla, non attraverso la realizzazione di una Germania europea, così come era nelle aspirazioni dei padri fondatori dell’unificazione europea, ma nella realizzazione di un’Europa germanizzata, al fine di poter competere vittoriosamente a livello globale. È questo il motivo per cui i Paesi dell’eurozona, interessati ad evitare che il riproporsi della questione tedesca possa produrre effetti indesiderati, devono premere ed agire perché il processo di unificazione politica dell’Europa sia portato a compimento, anche per non doversi poi pentire di non aver dato ascolto allo storico inglese Alan John Percival Taylor che, anteriormente alla rimunificazione tedesca, ebbe ad osservare che il miglior stato in cui conservare la Germania, per impedirle di perseguire le sue aspirazioni ataviche, era quello di tenerla disunita.

Gianfranco Sabattini

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