lunedì, 25 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’intensa tragicità
di “Cime Tempestose”
Pubblicato il 30-06-2014


wuthering_heights_by_darktok-d520dv8[1]“Il mio amore per Heathcliff somiglia alle eterne rocce che stanno sottoterra: una sorgente di gioia poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre nella mia mente; non come un piacere, come neppur io son sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere” (Catherine).

Cime Tempestose è uno dei romanzi, come lo definisce il Praz, “tra i più tumultuosamente romantici della letteratura inglese”, e ieri sera Rai Movie ne ha mandato in onda l’adattamento cinematografico del 1992, con Juliette Binoche e Ralph Fiennes. Già nel titolo sono contenute tutte le aspettative che diverranno presto stigmate di un poema che si nutre di intensa tragicità epica: le vicende di Catherine e di Heathcliff e del loro amore titanico vivono in simbiosi con l’esasperazione di una natura drammatica, segnata in modo irreversibile dagli elementi atmosferici e dall’asprezza nordica di brughiere tese a restituire il loro fascino poetico nella via diametralmente opposta all’inclinazione bucolico-pastorale.

Un evidente retaggio questo che Emily Bronte porterà sempre in sé, affascinata sin da bambina al patrimonio celtico tramandato dai genitori (il padre era irlandese e la madre originaria della Cornovaglia). Nel suo unico romanzo la scrittrice supera di slancio la narrativa vittoriana e va a sondare, all’interno dei personaggi, i misteri e le contraddizioni dell’animo umano. L’arrivo di un piccolo zingaro a Wuthering Heights sconvolge la vita di due famiglie, che il romanzo segue per tre generazioni; prima vittima e poi carnefice, Heathcliff consuma una vendetta feroce per un amore non vissuto e contemporaneamente si consuma fino alla morte per quello stesso folle amore.

Traspaiono dunque i valori eroici del romanticismo e della passione che sconfina nella pazzia, assieme ad elementi gotici e paranormali che convivono con scene di crudo realismo degne del miglior Zola. Heathcliff, privo di un passato e di una educazione, è una creatura selvaggia, il modello di un eroe diabolico che va dritto verso la perdizione senza riscattarsi. Anche Catherine risulterà essere un doppio dell’amato (Io sono Heathcliff): figlia della brughiera, indomita e capricciosa, diverrà inseparabile dal piccolo zingaro, cui la lega un sentimento fortissimo. Il soggiorno a casa Linton (luogo del mite conformismo) incide solo superficialmente sulla sua coscienza, poiché la sua natura, al ritorno di Heathcliff, riemergerà fiera e ribelle e si scaglierà contro la forza civilizzatrice.

Effettivamente chi ordina la vita secondo parametri che distinguono in modo netto il bene dal male può restare ancora oggi sconcertato, a distanza di quasi duecento anni, dal temperamento dei due protagonisti, dal loro lasciarsi fagocitare da un’ossessionante “affinità istintiva” che brucia il presente e divora il futuro in modo irreversibile. Il selvaggio Heathcliff e la spettrale Catherine procedono inarrestabili nelle loro azioni, nelle loro personali vendette, senza mai indugiare nell’impulso distruttivo che li contraddistingue e che travolge ogni passiva remissività. Sullo sfondo di questo “perverso” intreccio il senso di colpa è un germe che non riesce a svilupparsi, dunque anche la percezione del perdono resta inibita dentro un melmoso humus impermeabile alle costrizioni e alle convenzioni morali dell’epoca.

Stabilire quanto Emily Bronte può aver travasato il suo vissuto in questo romanzo è quanto mai difficile, ma una pista veramente interessante ci conduce al fratello di Emily. Ma procediamo con ordine: allevata dalla zia, Emily vive costantemente nel ricordo della madre, persa ad appena tre anni, e delle sorelline scomparse Maria ed Elisabeth, rivelando un carattere incline alla malinconia per gli affetti perduti. Il fratello Patrick era pittore e poeta, dedico all’alcol e all’oppio, perfetta incarnazione dell’eroe byroniano. Lui ed Emily erano legatissimi, vagavano insieme per la brughiera, paghi l’uno dell’altra; morì alcolizzato nel ’48 fra le braccia di Emily.

Lei non gli sopravvisse, o meglio non gli volle sopravvivere, si abbandonò con voluttà alla tisi che la corrodeva da tempo. Prese freddo durante il funerale, cominciò a tossire, non volle curarsi, spirò tre mesi dopo il fratello. Dopo la sua morte, Charlotte distrusse tutti gli scritti che avrebbero potuto comprometterne la reputazione ma anche illuminarci sull’origine dei suoi versi e del suo romanzo. “Dov’è? Non là, non in cielo, non morta: dov’è? (…) E io prego, la ripeto la mia preghiera finché la mia lingua riuscirà a pronunciarla: Catherine Earnshaw, possa tu non riposare mai finché vivo io! Hai detto che ti ho uccisa io… perseguitami, dunque! Credo che gli uccisi perseguitino i loro uccisori. So di spiriti che hanno vagato sulla terra. Rimani con me sempre, prendi qualsiasi forma, fammi diventar pazzo! Soltanto non lasciarmi in questo abisso dove non posso trovarti! Oh, Dio; è indicibile! Non posso vivere senza la mia vita! Non posso vivere senza l’anima mia!” (Heathcliff).

Carlo Da Prato

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