mercoledì, 22 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

 ‘Morte di un uomo felice’
Un giudice e il terrorismo
Pubblicato il 26-06-2014


Copertina_Sellerio_Un_uomo_feliceMorte di un uomo felice, romanzo con cui Fontana è finalista al Campiello, forma col precedente Per legge superiore (2011, sempre Sellerio) un dittico con il quale si prosegue l’indagine quasi giansenistica sul senso di giustizia e di etica nel nostro paese. In realtà il libro è molto più di questo, scava e svela i meccanismi che conducono non tanto a concepire, ma tanto più a perseguire il male, cui si oppone fermamente lo sguardo e il senso ingenito dell’onestà di un uomo libero.

Il testo narra di uno dei periodi più bui e tragici della nostra storia: siamo a Milano durante l’estate del 1981 e il protagonista Giacomo Colnaghi, giudice cattolico, insieme ai suoi collaboratori, Micillo e la Franz, cerca di arrivare alle cellula dei fronti brigatisti, che hanno ucciso un medico, Vissani, troppo vicino all’area dell’Msi.

Colnaghi,  personaggio di fiction, ma che prende ispirazione dai magistrati Alessandrini e Galli, uccisi entrambi dal nucleo di Prima linea, si muove in un’estate torrida, afosa, tra l’hinterland milanese, il palazzo di giustizia e Saronno, città della famiglia, della madre, di sua moglie Mirella e dei bambini. Colnaghi cerca di capire, il suo motto è: “eccezioni sempre, errori mai”, cerca di intervenire, di sradicare, vuole immergersi e scardinare il meccanismo contorto che ha portato e porta le Br a uccidere senza guardare in faccia gli innocenti, e paradossalmente tutto in nome degli oppressi. Esemplare è il dialogo/scontro con il Meraviglia, ventiduenne, capo Br che ha dato l’ordine di uccidere il Vissani.

Morte di un uomo felice è tutto questo, ma ancor più può essere definito un romanzo sulla responsabilità civile e morale di ciascuno di noi e chi leggerà il testo capirà di trovarsi di fronte a un tema unico: al rapporto in mancanza con la figura paterna. Tutto il libro ruota attorno a questo. Colnaghi non ha mai conosciuto il padre, ucciso da partigiano alla fine del 1944, quando Giacomo aveva pochi mesi, un padre morto per inconsapevolezza e fretta di gioventù, per un’ideale di felicità da dare alla moglie e ai figli. Fontana ricostruisce l’ultimo anno di vita di Ernesto Colnaghi, sottolineando la necessità di questa partecipazione umana alla giustizia. E in questo si deve leggere in parallelo il modello di giustizia sociale proposto dall’ingenuo e puro Ernesto e quello distorto da comunista combattente del Meraviglia. Ma nel romanzo vi è anche l’incapacità del magistrato di relazionarsi al figlio Daniele, troppo fragile, troppo indifeso e anche lui con un padre assente, lontano, prossimo alla morte (il bimbo questo lo vive, lo sente).

Il libro è un tentativo di superare dunque il senso di colpa immanente individuale e collettivo di ciascun italiano. Di fare pace con se stessi e col prossimo. Colnaghi crede e la sua fede è incrollabile: misura ogni evento in base alla misericordia perfettibile dell’uomo rispetto a Dio, anche se il suo Cristo presuppone un sacrificio e la rinuncia alla felicità, di cui nonostante tutto e melanconicamente egli sembra pervaso. La chiave di lettura si trova a metà libro, nel dialogo tra Giacomo e una docente di teologia, con cui riflette sul senso umano e finito di giustizia umana rispetto a quella divina: “La colpa viene punita sempre, ma con un fine diverso – un fine sociale e non privato”. E più oltre: “Si tratta di perdonare senza chinare la testa di fronte all’orrore”. Poco prima di morire, colpito dalle raffiche di due pistole delle Br, Colnaghi ripensa alla madre, che dovrà subire nuovamente un lutto, alla moglie e ai bimbi e chiede loro perdono. Ma ripensa anche al dialogo avvenuto con la teologa e ai versi di Dylan Thomas da lei citati: “Muori in un amore che non giudica”.

Fontana ci consegna uno dei romanzi più belli della nostra narrativa, un capolavoro di scrittura e di umanità.
Andrea Breda Minello

Giorgio Fontana
Morte di un uomo felice
Palermo, Sellerio, 2014

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