sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

E’ l’integrazione il vero
problema dell’Europa
Pubblicato il 03-06-2014


ImmigrazioneIn un appassionato articolo, apparso di recente su “la Repubblica”, Saskia Sassen, sociologa della Columbia University, lancia l’accusa ai Paesi dell’Unione Europea di aver rinunciato a risolvere i problemi che li affliggono, preferendo opportunisticamente rinchiudersi all’interno di bunker che li rendono insensibili alle ingiustizie che caratterizzano, sia le loro reciproche relazioni, sia, più in generale, quelle tra i loro residenti (cittadini e non).

Accade così che l’Europa stia tradendo se stessa, ovvero l’“Europa come era stata pensata, cioè basata su un forte contratto sociale” e orientata alla realizzazione di una condizione di giustizia sociale e alla protezione degli svantaggiati. Quest’Europa, per la Sassen, è “venuta meno e nel corso degli ultimi anni ha preso alcune decisioni che l’hanno allontanata da quello che doveva essere”.

Due dei bunker nei quali l’Europa si è rinchiusa per evitare di dare risposte responsabili ai motivi dello “smarrimento” dei suoi ideali originari sono, a parere della Sassen, il nuovo progetto di unione bancaria e il regime di asilo stabilito per gli immigranti dal regolamento “Dublino III”.

Riguardo alla disciplina dell’attività bancaria, invece di un’unione bancaria che avrebbe dovuto dare vita a processi ridistributivi dei surplus monetari dei “Paesi ricchi” in favore dei “Paesi poveri”, si è preferito un accordo che prevede un meccanismo di governance della Banca Centrale Europea, fondato sulla separazione delle decisioni di politica monetaria da quelle di supervisione. Così è stata accolta la mozione della Germania, preoccupata che decisioni di politica monetaria troppo permissive nei confronti dei Paesi in difficoltà possano compromettere la stabilità finanziaria e monetaria, a prescindere da quanto questo possa costare in termini di crescita e di stabilità sociale, non solo dei Paesi in crisi, ma anche dell’intera eurozona.

Riguardo al regime di asilo, come nel caso dell’unione bancaria, è stato raggiunto un accordo su una regolazione dell’immigrazione che lascia irrisolto il conflitto tra i Paesi europei dell’area meridionale e quelli dell’area settentrionale; infatti, le nuove norme, pur stabilendo i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata da un soggetto extracomunitario o da un apolide in uno degli Stati membri, si limita a modificare, rispetto al precedente regolamento, solo alcune disposizioni riguardo a questo aspetto. Con ciò, l’assenza di un progetto unico europeo sull’accoglienza degli immigranti, trasforma in vittime, sia coloro che cercano asilo, sia i Paesi meridionali europei (soprattutto Italia, Spagna, Grecia) che subiscono la maggiore pressione dei flussi migratori.

“Dublino III” costituisce, secondo la Sassen, il peggior patto possibile, perché, oltre a denunciare l’atteggiamento egoistico e di chiusura dei Paesi dell’Europa del Nord rispetto ad uno dei più gravi problemi umani del nostro tempo, mette in rilievo la mancata disponibilità di tutta l’Unione Europea a volere farsi carico della necessità che sia finalmente adottata una politica di integrazione di chi chiede asilo, dimenticando che una delle caratteristiche della storia del Vecchio Continente più ammirate nel mondo – afferma la Sassen – è costituito dal fatto d’essere sempre stato una “città aperta”. L’Europa, ricorda la sociologa americana, “ha una sua storia particolare…di migrazione interna di lavoratori”.

Un fenomeno rimasto nell’ombra rispetto alla storia ufficiale, nella quale predomina l’immagine di un’Europa come continente di emigrazione; anche se molti dei lavoratori europei migranti sono poi tornati nei loro Paesi d’origine, tanti altri però sono rimasti, integrandosi progressivamente nelle strutture delle società dei Paesi accoglienti, soprattutto perché questi ultimi, con apposite regole, hanno saputo elevare il livello del loro senso civico. È questa propensione che, secondo la Sassen, i Paesi europei di oggi devono riscoprire e ricuperare, al fine di affrontare le sfide poste dall’integrazione del “diverso” e trasformare le loro risposte in strumento per fare evolvere in positivo il proprio senso civico; si eviterebbe così il pericolo, evocato da Michael Walzer, che l’eccessiva attenzione riservata egoisticamente solo nei confronti di chi è garantito dall’essere cittadino vada a scapito del rispetto dei diritti universali dell’uomo, da secoli patrimonio della cultura europea.

Come viene giustamente osservato da molti, la concessione della cittadinanza agli stranieri residenti da parte dei Paesi europei è un nodo cruciale perché si possano definire civili. In questi ultimi decenni, i Paesi europei, alcuni dei quali con una lunga storia di emigrazione alle spalle, hanno conosciuto una crescente immigrazione; ma la normativa che è stata adottata, a causa delle molte sovrastrutture ideologiche all’interno delle quali i problemi dell’integrazione dell’immigrato sono sempre stati ricondotti, non ha mai consentito di armonizzare regole e diritti, per un’evidente incapacità politica di affrontare questi temi in modo razionale e complessivo. Ciò è accaduto soprattutto per l’incapacità dell’Europa di assumere criteri certi e condivisi da porre alla base di una politica comune dell’immigrazione; è accaduto, così, che la disciplina dell’accoglienza sia stata lasciata prevalentemente alla libera iniziativa dei singoli Paesi membri dell’Unione Europea.

L’Italia, ad esempio, ha sempre risentito dell’incertezza, se la politica dell’immigrazione dovesse ispirarsi a criteri umanitari oppure a criteri di mera opportunità; da ciò è derivata un’estrema confusione di idee, con l’effetto di non riuscire a conciliare il principio universale del rispetto dovuto a tutti gli uomini con la tendenza dello Stato a garantire la soddisfazione dei diritti dei suoi cittadini, intesi come insieme definito di contribuenti.

Oltre a questo tema, ne esistono anche altri, riflettenti la considerazione che l’accoglienza sul piano giuridico non ha niente a che vedere con l’integrazione politico-culturale; l’integrazione è un problema molto più complesso dell’accoglienza e a dimostrarlo può valere ricordare il fatto che in alcuni Paesi europei (come Francia e Inghilterra) i figli di immigrati di seconda generazione dotati di cittadinanza, e quindi integrati almeno dal punto di vista politico, per loro stessa ammissione non si sentono affatto fare parte della comunità nazione dei Paesi dei quali sono a tutti gli effetti dei cittadini.

Insomma, le problematiche che l’immigrazione solleva, di difficile soluzione se affrontate dai singoli Paesi, dovrebbero essere affrontate a livello dell’intera Europa, sulla scorta della memoria storica del Vecchio Continente. Se ciò avvenisse, è sicuro, come riconosce la Sassen, che tutti i Paesi europei potrebbero compiere “un notevole passo avanti verso un’integrazione degli stranieri. E ne beneficerebbero anche i nativi”.

Gianfranco Sabattini

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