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Opinioni e commenti
 

Normalizzazione. Al Cairo, Al Sisi e a Damasco Assad
Pubblicato il 04-06-2014


Egitto-AssadElezioni decisive per Egitto e Siria, due Paesi dilaniati che dalla ‘Primavera araba’ in poi hanno imboccato una china pericolosa che li ha portati alla guerra civile.
All’indomani delle elezioni al Cairo come a Damasco si respira un’aria di cauto ottimismo. Soprattutto in Egitto la situazione sembra destinata a una svolta decisiva dopo l’elezione di Abdel Fattah Al Sisi a presidente. Il voto del 29 maggio, con Al Sisi che ha ottenuto il 96,91% e con un’affluenza del 47%, dimostra inequivocabilmente che il Paese era stanco delle violenze e non ne poteva più dei Fratelli musulmani, il movimento integralista che si era imposto dopo la deposizione di Mubarak. Il presidente uscente, Adly Mansour, nel suo ultimo discorso alla nazione prima di cedere i poteri al nuovo Rais ha comunque garantito che le operazioni di voto sono state condotte nel rispetto dei “più alti standard” di trasparenza.

Le opposizioni la pensano diversamente e l’‘Alleanza nazionale in difesa della legittimità’, fondata all’indomani della deposizione di Mohammed Morsi, il leader dei Fratelli musulmani, per chiederne la liberazione, ha convocato per venerdì nuove manifestazioni di massa per affermare che non riconoscono l’ex capo delle Forze Armate Abdel-Fattah al-Sisi come nuovo presidente dell’Egitto e definendo le elezioni appena conclusesi, ”non sono valide”.

A conferma invece del clima di apertura e attesa nei confronti di Al Sisi, ci so no invece le dichiarazioni della comunità cristiana-coopta che viveva nel terrore di violenze da parte del movimento integralista. Secondo monsignor Adel Zaky, vicario apostolico di Alessandria d’Egitto «Abdel Fattah al-Sisi è l’uomo giusto al momento giusto e la sua elezione significa per noi cristiani una maggiore sicurezza e migliori prospettive future». Il presule, appartenente all’ordine dei frati minori, ha sottolineato come nei suoi numerosi discorsi pubblici al-Sisi non abbia mai incitato all’odio religioso, né pronunciato parole che potessero essere ricondotte al fanatismo religioso. «Al-Sisi non fa alcuna distinzione tra cristiani e musulmani. È un uomo di fede, ma ritiene che la religione sia un fatto privato ». Come molti copti, monsignor Zaky riconosce al generale il merito di aver deposto Mohammed Morsi, sotto la cui presidenza i cristiani d’Egitto hanno vissuto tempi difficili.

Al-Sisi-CairoSecondo Zakky, «la gente non aveva i mezzi per difendersi dai Fratelli musulmani e l’esercito è intervenuto esclusivamente per volere del popolo egiziano». Quanto alle critiche rivolte all’esercito per aver deposto un presidente che comunque era stato democraticamente eletto all’indomani della cacciata di Mubarak, il vicario di Alessandria obietta che . «l’Occidente non comprende che dopo aver votato Morsi gli egiziani si sono accorti che con la sua guida il paese andava incontro alla rovina. E dunque hanno immediatamente revocato la fiducia riposta nell’esponente della Fratellanza, per impedire che la situazione si aggravasse ulteriormente».

Dello stesso tenore le dichiarazioni alla Radio Vaticana del vescovo di Assiut, mons. William Kiryllos, intervistato da Massimiliano Menichetti. « C’è soddisfazione, da ciò che vediamo, da parte di tutta la popolazione egiziana, – spiega Kiryllos – perché vede nella persona di al Sisi un eroe che ha salvato l’Egitto dai Fratelli musulmani: nessuno riusciva a credere che un giorno ci saremmo salvati da questo regime fondamentalista. Nessun presidente è stato eletto con questa maggioranza assoluta: il 96,1% dei voti! Non c’è alcun paragone tra lui e l’altro candidato Hamdin Sabahi, nonostante anche lui fosse molto apprezzato. Ma la gente voleva, in questo periodo, una persona forte».

E c’è anche un’altra comunità di cristiani che ripone molte speranze nell’uomo ‘forte’ di Damasco rimasto al potere nonostante i tentativi delle opposizioni di spodestarlo. Anche in questo caso la paura dell’integralismo musulmano, e in particolare del terrorismo qaadista, ha giocato un ruolo decisivo nel far volgere la bilancia della guerra civile a favore del presidente Bashar al-Assad.
Non c’è stata dunque grande sorpresa nel constatare che alle elezioni presidenziali la vittoria – i seggi sono stati chiusi a mezzanotte e lo scrutinio è in corso – viene data per scontata e che Assad verrà rieletto per un terzo mandato di 7 anni.

L’uomo forte siriano, al potere dal 2000, ha voluto le elezioni nonostante il Paese sia dilaniato da una sanguinosa guerra civile che in tre anni ha fatto più di 162 mila morti.
Secondo i dati del ministero dell’Interno, gli elettori sono 15,8 milioni per 9.600 seggi elettorali. Il voto si è svolto in gran parte del Paese, ma comunque soltanto nelle zone sotto il controllo del governo, con misure di sicurezza imponenti. L’unica città in cui non si vota è Raqqa, nel nordest, nelle mani delle forze dello ‘Stato islamico dell’Iraq e del Levante’. Si è votato anche nelle zone recentemente riconquistate dal governo, tra cui la provincia centrale di Homs. Gran parte dell’opposizione e della comunità internazionale considerano queste elezioni una “farsa” e u voto n libero per il clima di guerra civile.

Armando Marchio

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