sabato, 16 dicembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Petrolio. California: basta fracking, costoso e pericoloso
Pubblicato il 30-06-2014


Shale-gasÈ un fulmine a ciel sereno quello che ha colpito, negli ultimi giorni, le lobby petrolifere interessate allo sfruttamento degli idrocarburi imprigionati nelle rocce del sottosuolo, shale gas e petrolio. Secondo un rapporto dell’US Energy Information Administration, infatti, sarebbero infatti soltanto 600 milioni i barili di petrolio estraibili, attraverso la tecnica del fracking, (la stessa che si usa per l’estrazione dello shale gas) dalla formazione di roccia compatta di Monterey, situata nella California centro- meridionale. Poco più del 4% delle stime precedenti, dunque, che ipotizzavano una capacità di estrazione di 13.700 milioni di barili, ovvero più del doppio delle formazioni attualmente sfruttate di Bakken (North Dakota) e Eagle Ford (Texas) messe insieme.

Il problema è legato alla geologia del Monterey Shale, una formazione di 1.750 miglia che corre lungo il centro della California, all’incirca da Sacramento al bacino di Los Angeles, comprendendo anche alcune regioni costiere. Questa formazione, contiene circa i due terzi delle riserve di petrolio di scisto della nazione. Una miniera d’oro nero che avrebbe ridotto la necessità, per l’America, delle importazioni petrolifere straniere. A differenza dei depositi argillosi di Bakken e Eagle Ford, che sono stratificati come in una torta, i depositi della formazione di Monterey sono stati piegati e frantumati dall’intensa attività sismica della zona, per cui il petrolio si trova troppo in profondità per poter essere estratto con le tecnologie attuali ed, inoltre, il giacimento si trova proprio sul limitare della celebre faglia di Sant’Andrea; visto i possibili legami con i terremoti, usare il fracking in questa zona non sembra proprio una grande idea.

Le organizzazioni ambientaliste hanno accolto la notizia come un punto di svolta in quella che era considerata come una vera e propria corsa al petrolio della formazione di Monterey. J. David Hughes, un geologo e portavoce per il no-profit Istituto Posta Carbon, ha affermato che, a suo parere, “la California dovrebbe prendere in considerazione il suo futuro economico ed energetico in assenza di quel boom di produzione di petrolio che ci si aspettava dalla trivellazione del giacimento Monterey”.

Le attuali stime dell’EIA rappresentano un duro colpo per chi sognava un nuovo futuro americano nel campo del petrolio e rende del tutto implausibile la prospettiva di 2,8 milioni di nuovi posti di lavoro ma, nonostante ciò, l’industria petrolifera ha espresso ottimismo pronosticando che le nuove tecniche possano riuscire a tirar fuori tutto quell’oro nero che oggi, con i metodi attuali, è impossibile estrarre: “Abbiamo molta fiducia nell’intelligenza e nell’abilità dei nostri ingegneri e geologi per trovare il modo di adattarsi”, ha detto Tupper Hull, portavoce del Western States Petroleum Assn: “Come le tecnologie cambiano, anche il tasso di produzione potrebbe cambiare radicalmente”.

Dunque la lobby petrolifera non si arrenderà tanto facilmente e continuerà a trivellare, ma dovrà fare i conti con la crescente ostilità dei cittadini e delle amministrazioni: due mesi fa la città di Los Angeles ha vietato il fracking sul suo territorio e questa settimana si è aggiunta la contea di Santa Cruz.

E c’è un’altra importante novità sulla scena dell’industria petrolifera, potenzialmente capace di incidere ben oltre i confini americani. Martedì 24 giugno, attraverso un semplice avviso amministrativo arrivato a Washington in serata, l’Ufficio per la Sicurezza e l’Industria del dipartimento al Commercio Americano ha autorizzato due piccole compagnie petrolifere americane, la a Pioneer Natural resoruces Co. di Irving in Texas e la Enterprise Products Partners LP di Houston, a vendere petrolio greggio ultraleggero all’estero. Si tratta di un traguardo ambito e importante in quanto la Russia e i grandi produttori mediorientali ed africani si troveranno un nuovo, temibile avversario sul mercato.

Le prime esportazioni sono già previste per agosto e questa sarà la prima volta, in oltre 40 anni, che le aziende americane hanno la possibilità di esportare petrolio greggio. Il problema, fino ad oggi, pare riguardasse un divieto sull’esportazione petrolifera per ragioni di sicurezza, problema che è stato aggirato dall’Amministrazione, tramite una procedura relativamente oscura chiamata “private ruling”. Si stima, che nel giro di poco tempo, gli Usa potranno arrivare ad esportare almeno 700.000 barili di petrolio al giorno, per poi salire gradualmente su livelli anche superiori, portando così ad una redifinizione di molti equilibri politici ed economici. Sempre che sopravviva il fracking, la gallina dalle uova d’oro dell’industria petrolifera americana.

Gioia Cherubini

Gli articoli precedenti:
Shale gas, non solo vantaggi e rischi, ma anche domande senza risposta
Shale gas tra risorse energetiche e interessi nazionali

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento