sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Renzi e Fanfani,
analogie inconsistenti
Pubblicato il 16-06-2014


I metodi di gestione del Pd e del governo da parte di Matteo Renzi hanno evocato le teorie politologiche fondate sul “decisionismo”, in particolare quelle di Carl Schmitt sull’autorità politica che impone le norme facendo valere la propria volontà sotto forma di decisione.

Decisionismo o, addirittura, “cesarismo”, che dal punto di vista delle categorie politologiche è stato illustrato da Max Weber per spiegare le dittature fasciste del suo tempo, fondate non solo su strumenti di repressione ma anche sul consenso, essendo incentrate sulla figura di un capo carismatico e su un forte apparato statale in cui all’ideologia si sostituisce il carisma del capo e che è stato adoperato nel tempo anche per definire i regimi instaurati in Francia da Napoleone I e Napoleone III per i quali, tuttavia, sarebbe più opportuno parlare di “bonapartismo”, poiché sorti in condizioni storiche completamente diverse da quelle riscontrabili sul finire dell’esperienza dell’Antica Roma repubblicana, prima dell’avvento dell’Impero.

E in questa ricostruzione politologica, nella vicenda politica italiana del dopoguerra c’è chi ha visto notevoli analogie tra Renzi e la prima premiership di Amintore Fanfani, uno dei “cavalli di razza” della Democrazia cristiana, dopo il suo trionfo elettorale in un altro 25 maggio: quello del 1958. Un cattolico e toscano come Renzi, dai modi spicci e decisionisti, entrambi sostenitori di un modello di partito “di centro che guarda a sinistra” sul terreno della rappresentanza dei ceti sociali.

Sul piano elettorale, quello di Fanfani fu un risultato di gran lunga superiore al successo renziano: il 40,81% dei voti validi raccolti da Matteo Renzi nel 2014 (sul 58,69% di votanti) è un dato minore rispetto al 42,35% dei voti validi raccolti da Amintore Fanfani nel 1958 (sul 93,83% di votanti), in anni in cui straordinaria era la partecipazione politica e la mobilitazione ideologica attorno ai partiti dei tempo.

Prima di diventare presidente del Consiglio nel 1958, con un governo bicolore con i socialdemocratici di Saragat, Fanfani veniva da un decennio di importanti responsabilità governative nei gabinetti di Alcide De Gasperi. Tra le sue realizzazioni l’Ina-Casa, il piano di alloggi popolari che consentì l’edificazione di 300 mila abitazioni di edilizia residenziale pubblica ancora visibile nelle città italiane. Segretario della DC dal 1954, carica che tenne fino al 1959, quando logorato dai franchi tiratori, si arrivò all’epilogo della Domus Mariae, con le sue contestuali dimissioni anche da Palazzo Chigi e l’avvento alla segreteria di Aldo Moro sostenuta dal doroteismo democristiano per “narcotizzare” il nascente centro-sinistra con i socialisti, che Fanfani voleva come Pietro Nenni su una base programmatica fortemente riformatrice, con una politica estera filoarabe e pacifiste negli anni dell’Eni di Enrico Mattei e una strategia economica rivolta a contrastare il capitalismo monopolistico italiano attraverso le partecipazioni statali, che rilancerà presiedendo il governo nel 1962, il primo con l’appoggio parlamentare del Psi. Per non parlare della dimensione culturale e istituzionale di Fanfani, docente universitario di Storia economica, premier per altre quattro volte, presidente del Senato e senatore a vita e presidente della XX Assemblea dell’Onu nel 1965, con l’importante apporto culturale prodotto quale antitesi alle tesi di Max Weber: il libro ”Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo”, sulla base delle tesi del corporativismo cattolico e della dottrina sociale della chiesa.

Insomma, Matteo Renzi ha rappresentato una rottura politica ed ideologica all’interno del partito democratico e la sua audacia è stata premiata, ma si evitino analogie storiche forzate sul terreno del riformismo cattolico o socialista (nonostante l’adesione al Pse): le convention della Leopolda a Firenze non sono il Codice di Camaldoli del 1943 e nemmeno la Conferenza programmatica del Psi di Craxi e Martelli a Rimini del 1982 su “Meriti e bisogni”.

Maurizio Ballistreri

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