giovedì, 21 settembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Scrive Lino Rossi:
Matteotti, la scuola che era
e quella che è
Pubblicato il 16-06-2014


Giacomo Matteotti ha rivolto nei confronti della scuola un interesse straordinario, intuendo l’importanza strategica che la formazione occupa all’interno di una società moderna e competitiva.

Per questa ragione, dopo il 1918 inizia un’azione di lotta senza pari per richiamare le forze politiche ad un impegno concreto per affermare il diritto allo studio, a partire dagli stessi socialisti. E lo fa a modo suo: utilizzando il “metodo Matteotti”, mediante cioè un’attenta riflessione sulle scelte di natura economica operate dai governi liberali, senza tuttavia trascurare le distrazioni e l’inerzia dei poteri locali, troppo poco interessati a sostenere in modo fattivo il funzionamento delle istituzioni educative. Ha certamente dalla sua parte il vantaggio di una non comune conoscenza delle questioni finanziarie, unica fra le fila dei deputati socialisti. Questo gli consente d’indirizzare lo scontro politico sulla scuola verso un terreno insolito rispetto alle schermaglie parlamentari, condotte su aspetti di contenuto ideologico, primo fra tutti il tema del laicismo e il dialogo con la Chiesa.

Si tratta di una peculiarità del pensiero e dell’azione di Matteotti, che si concretizzerà poi in modo esemplare, come metodo di lavoro politico, nella lucida analisi dell’ascesa al potere del fascismo, che rappresenta la causa della sua tragica scomparsa.

La paziente ricerca dei dati costituisce il fondamento di una riflessione critica sulla scuola che gli permette di mettere a nudo l’ipocrisia dello stato e la sua ambiguità in materia scolastica. Questo lo induce ad operare un richiamo sferzante nei confronti della maschera parolaia con cui i governi liberali prima e quello fascista poi hanno trattato il diritto allo studio. Il dibattito sulla scuola era infatti forzatamente imbrigliato attorno alle questioni politiche connesse alla formazione del consenso, senza alcun interesse per ciò che riguardava le finalità di una scuola capace di formare nuovi ceti sociali, di cui il paese aveva necessità per far fronte al cambiamento d’asse economico imposto dai nuovi mercati ormai in pieno sviluppo, fuori e dentro l’Europa.

Matteotti analizza i numeri, le cifre, con la splendida ossessione che lo caratterizza; agisce in parlamento, quando nel 1922 chiede lo stanziamento di fondi ordinari e continuativi per la scuola e nel 1923, quando, una volta ottenuti sessanta milioni, chiede conto del loro utilizzo concreto, attraverso la promulgazione di una legge applicativa.

Ma agisce anche in sede decentrata, pungolando le amministrazioni locali a dedicare alle scuole il loro massimo sforzo. Nel 1920 realizza un questionario per rilevare le condizioni degli edifici e delle strutture educative, quasi del tutto ignorato dalla maggioranza delle municipalità, comprese quelle socialiste. Scrive così su “La Lotta” del 23 ottobre: “Tanta è la fretta di andare a giurare dal Prefetto e di intitolarsi assessori e sindaci, quanto invece è la generale negligenza nel rispondere al nostro questionario sui locali disponibili per nuove scuole. Dieci risposte in tutto! Il governo borghese può rallegrarsi di non essere più solo a infischiarsene”.

Il diritto allo studio, la formazione dei giovani erano del tutto subordinati ad altre emergenze; la ricerca del consenso veniva prima di tutto, l’accettazione del compromesso ideologico col mondo cattolico lo prevedeva, la miopia nei confronti dello scenario internazionale lo permetteva.

E oggi?

Nell’attuale fase post-democratica, il dibattito ideologico è memoria d’archivio e la scuola non è più oggetto di riflessione. Sono scomparse le riviste educative: senza idee non più hanno ragion d’essere. Non esiste più neppure la pedagogia, sostituita dalle neutrali e pallide scienze dell’educazione.

Ma torniamo alla meravigliosa ossessione di Matteotti: i numeri. Questi ci sono, eccome. Tremendamente lì. Vediamone alcuni: nella graduatoria dei 27 paesi della UE l’Italia è quart’ultima per quanto riguarda la dispersione scolastica (al 17,6% ); fra i paesi Ocse si trova al fondo della graduatoria per la percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione; fonti del Miur e del bilancio MPI vedono negli ultimi anni un calo dei fondi per l’autonomia scolastica aggirarsi sul -50%, mentre quelli per l’aggiornamento degli insegnanti sono oltre il -75%.

Se poi osserviamo le condizioni degli edifici scolastici, il quadro che si ottiene è a dir poco raccapricciante, basta solo notare che più della metà di essi è a rischio sismico.

La scuola è una sorta di “non luogo”; un territorio di passaggio, che – come ricorda Andrea Bajani – non serve a niente.

Proprio perché non è utile a nessuno, neppure più agli ideologi e agli intellettuali, che preferiscono i social network per la loro urgenza di visibilità, è la vera emarginata del dibattito politico e culturale.

Ma i dati economici rivelano la centralità della formazione per lo sviluppo delle idee e della creatività.

Che fare allora?

Per tornare a Matteotti bisogna iniziare a non infischiarsene, a cominciare dal governo, passando dalle amministrazioni locali e anche dalle fondazioni private, in quanto proprio perché inutile, la scuola è il luogo in cui tutti sono chiamati ad investire, soprattutto in quanto scuola pubblica.

Purtroppo una scuola libera dall’utilità, è un luogo che fa pensare, immaginare e anche sovvertire. Purtroppo o per fortuna è inutile come la libertà.

Noi non possiamo infischiarcene.

Lino Rossi

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Grazie, caro Lino, del tuo contributo come sempre eccellente e moto utile. Anche io non conoscevo questo aspetto della politica di Matteotti. Credo che Matteotti abbia conosciuto bene un deputato che veniva proprio da Reggio, anche se era nativo di Imola, e che venne eletto proprio nel collegio rovigino di Lendinara. Era il 1913 e a succedergli, nel collegio proporzionale del 1919 che comprendeva anche la provincia di Rovigo, fu proprio Matteotti. Il deputato suo predecessore era quel Giuseppe Soglia, che impiantò a Reggio il modello di scuole comunali del quale parlò mezza Italia e del quale tu stesso hai cantato l’elogio. Casualità?

  2. Un paese come il nostro che, non essendo in possesso delle materie prime, deve caratterizzarsi sulla qualità del sistema produttivo, e per tanto,deve basarsi su di un sistema scolastico di qualità.
    Oggi è emersa il valore, di un istituto universitario di Milano:il 74% dei laureati trova collocazione il giorno, stesso, della laurea, il 26% entro un mese, il 40% in Italia, il 60% nel mondo.

Lascia un commento