venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Rodolfo Ruocco:
L’Italia c’è, gli italiani no
Pubblicato il 09-06-2014


Caro direttore, la storia, alle volte, non si ripete. Matteo Renzi prende atto dell’esistenza della corruzione politica anche all’interno del Pd. Rompe con la tesi della “diversità morale” del Pci-Pds-Ds-Pd. Davanti allo scandalo delle “mazzette” sull’Expo 2015 di Milano e sul Mose di Venezia (il sistema di dighe mobili contro l’acqua alta) non ha guardato dall’altra parte, puntando il dito contro gli altri partiti coinvolti (tipo Forza Italia).

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha guardato in faccia alla realtà: “Il problema riguarda anche il Pd. A Venezia c’è una chiara responsabilità della politica, anche della mia parte. Guai a dire se uno è iscritto o no”.  Ha aggiunto: a Milano “Greganti è stato un errore e non posso dire solo che ‘io non c’ero’”. Ha annunciato misure contro la corruzione pubblica e avvertito: “Se nel Pd c’è qualcuno che ruba va a casa a calci nel sedere”.

Il Pd ha pagato un prezzo agli scandali. Pur piazzando molti sindaci nei ballottaggi di domenica, ha perso città come Padova (conquistata dalla Lega) e Livorno (espugnata dal M5S), lì dove nacque il Pci nel 1921.

Il “rottamatore” ha così messo in riga i renziani che avevano disconosciuto Primo Greganti, già uno dei misteriosi “cassieri” del Pci-Pds nella Prima Repubblica, e Giorgio Orsoni, sindaco di Venezia. Sono quindi cadute le audaci prese di distanza: Greganti non faceva parte del “nuovo Pd” perché era “di un’altra epoca” e Orsoni perché “non è iscritto al partito”.

Achille Occhetto, quando scoppiò Tangentopoli oltre vent’anni fa, si comportò in maniera molto differente, trincerandosi dietro alla “diversità” comunista teorizzata da Enrico Berlinguer. Subito dopo aver sciolto il Pci per dare vita al Pds si ritrovò con una settantina di dirigenti del partito inquisisti con l’accusa di “mazzette”, tra i quali tre parlamentari. L’epicentro del “vulcano” era Milano e il migliorista Gianni Cervetti era il nome più famoso a livello nazionale. Il segretario del Pds rivendicò le “mani pulite” del vertice del Pds e puntò il dito contro le mele marce: “Chiedo scusa al popolo italiano per quella colpa, ma pretendo anche delle scuse da chi l’ha commessa”. Bocca chiusa perfino sul mitico “compagno G”, un personaggio che ricompare anche oggi nelle inchieste per altre tangenti. Primo Greganti, del resto, rimase ostinatamente muto negli interrogatori in carcere davanti alle accuse dei magistrati sui destinatari a Botteghe Oscure delle “mazzette”.

La strategia della “diversità” non portò bene ad Occhetto. Il segretario del Pds nel 1994 perse prima alle elezioni politiche e poi a quelle europee contro Silvio Berlusconi, il fondatore di Forza Italia. Quel comportamento da “doppiezza comunista” e la sua “gioiosa macchina da guerra” non convinsero gli italiani che premiarono il Cavaliere, l’uomo che aveva unificato per la prima volta il centrodestra italiano. Occhetto fu rimosso. Massimo D’Alema vinse la sfida con Valter Veltroni e divenne segretario al suo posto.

Il Censis individua in un “deficit reputazionale” la fuga degli investimenti esteri dall’Italia. Corruzione politica, criminalità, burocrazia, carenza di infrastrutture sono i mali da curare per il Centro di analisi sociali. Lotta alla corruzione, alla crisi economica, alla burocrazia, all’invecchiata macchina istituzionale sono i “nodi” al centro della “rivoluzione pacifica” annunciata da Renzi. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha promesso di “cambiare verso” all’Italia. Su questo obiettivo il “nuovo Pd” ha raccolto a sorpresa il 40,8% dei voti nelle elezioni europee del 25 maggio.

C’è da combattere anche contro la sfiducia degli italiani verso lo Stato e verso i partiti in crisi e delegittimati. Manca il senso di responsabilità verso la collettività, un problema aperto dall’unità d’Italia. Gli italiani fanno prevalere gli interessi personali su quelli collettivi. Lo Stato è visto con ostilità, come un soggetto esattore di tasse. La sfiducia verso i partiti contribuisce ad allargare gli spazi alla corruzione pubblica. Massimo d’Azeglio, presidente del Consiglio del Regno di Sardegna, uno dei padri dell’unità d’Italia realizzata nel 1861, diceva: “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”. Siamo ancora a quel punto.

Rodolfo Ruocco

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Commenti all'articolo
  1. Anch’io ho apprezzato la diversità renziana, che però vorrei non sfociasse da un lato in una sorta di nuovo giustizialismo, in fondo i reati vanno provati e i processi celebrati, anche se i capi d’accusa sono davvero inquietanti, dall’altro in una resa dei conti interna.

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