martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Tidei, addio
senza rimpianti
Pubblicato il 16-06-2014


“Sono stato vittima dell’invidia sociale perché sono ricco”. Così Pietro Tidei, ex sindaco, senatore, da più di una generazione boss/ras di Civitavecchia, ha commentato, per così dire a caldo, la sua bruciante sconfitta a Civitavecchia; e ad opera di un giovanottino sconosciuto del M5S.

Un evento (Davide che abbatte Golia, l’innocenza che trionfa sulla corruzione, il Nuovo che elimina il Vecchio) che appartiene al già visto; mentre è la dichiarazione ad essere stupefacente e inedita. Se non ne conoscessimo l’autore, potremmo attribuirla a qualche nuovo ricco della destra americana o berlusconiana; mai e poi mai a un esponente della sinistra italiana, conclamata diversità etica compresa. Oggi poi, l’uscita del Nostro è da suicidio in diretta: se questo o quel Paperone esibisce la sua ricchezza entrando in politica va bene, anzi benissimo; vuol dire che non ha bisogno di rubare. Se vi fa riferimento invece un politico di lungo corso, va male, anzi malissimo; vuol dire autorizzare urbi et orbi a sospettarne il suo illecito arricchimento. E mettere, di sua propria volontà, la testa sul ceppo, condannato insieme dal giudizio del popolo e da quello di Renzi.

Nella fattispecie si tratta di giudizi complementari, ma anche diversi. Ciò che il “popolo” rimprovera a Tidei è l’affarismo, ma soprattutto la pretesa di continuare essere controllore e crocevia dei complessi e tormentosi rapporti tra politica ed economia. In un contesto in cui ambedue sono forti, così da non restare mai sotto un unico padrone, partito o persona che sia.

Ma su Civitavecchia come realtà a sé, vera e propria repubblica autonoma, non è il caso di soffermarci qui. Basterà sottolineare che un modo siffatto non consente a nessuno di “vivere di rendita”; per richiamare la spiegazione, come sempre brillante, ma superficiale, che il nostro Presidente del Consiglio ha dato della sconfitta dei candidati Pd in alcuni dei loro feudi tradizionali.

In realtà Tidei paga più di altri (per averlo interpretato in modo più personale e volgare di altri) il progressivo deterioramento, in questo caso a livello locale, del rapporto tra potere politico e potere economico; leggi del rapporto tra “sinistra di governo” e mondo delle imprese. Siamo alla fase finale di una lunga evoluzione/involuzione che prende le mosse, nei primissimi anni del dopoguerra dal testo di Togliatti sui ceti medi nell’Emilia rossa. Allora si trattava di annunciare la coesistenza pacifica tra due mondi, dopo gli aspri conflitti del primo ventennio del secolo. Niente più concorrenza del pubblico rispetto al privato; niente più vincoli e conflitti sociali distruttivi. Al loro posto, varie possibilità di collaborazione, nell’interesse generale e in una prospettiva di sviluppo. Una coesistenza/collaborazione che si è poi intensificata, negli anni sessanta- settanta: piani regolatori ambiziosi, grandi infrastrutture, edilizia popolare. La politica al posto di comando, anche nelle sue fonti di finanziamento, ma con il reciprocamente fruttuoso coinvolgimento dei privati.

Negli anni settanta, la svolta a partire dalla restituzione ai privati del totale controllo della gestione dei suoli. Allora, gli enti locali si trovano progressivamente di fronte al sempre maggiore squilibrio tra ampiezza dei progetti e scarsità delle risorse. La risposta sarà il ricorso crescente ai privati. Prima, con faticose mediazioni. Poi, facendo propri i loro progetti.

Oggi siamo appunto nella fase finale, anzi terminale. Con i tagli, la corruzione, l’autoreferenzialità della casta, la spesa pubblica corrente serve a mantenere in piedi baracche sempre più malmesse; per il resto ci si affida al concorso, che dico all’aiuto dei grandi capitali privati. Saranno, allora, loro al posto di comando. E, naturalmente, senza alcun mandato popolare e senza alcun controllo da parte della collettività.

È il caso, a questo punto, di tornare al nostro Tidei. E non come persona fisica da sottoporre a un qualche processo. Ma come simbolo di un’epoca. Che non è affatto, come ci si vuole far credere, quella della prevalenza del privato, buono sul pubblico, cattivo o, ancora, del mercato sullo stato. Ma, piuttosto, dell’intreccio, in una situazione di totale opacità, tra politica e affari; un intreccio in cui, come dire, ognuno tende a rubare il mestiere all’altro.

Così i privati si ingegneranno a formulare “progetti per la città” su cui esercitare i loro talenti senza controlli e senza vincoli concorrenziali. Abdicando così, in qualche modo, alla loro funzione imprenditoriale. Così i responsabili della cosa pubblica delegheranno ai privati le scelte più rilevanti per il futuro della loro collettività, al punto di adottarne passivamente logiche e interessi, abdicando così, in qualche modo, alla loro funzione politica.

Un rapporto perverso che diventa, col tempo, una seconda natura. Un orizzonte autoreferenziale. In cui l”invidia sociale”, almeno nella versione Tidei, non è quella del povero verso il ricco; ma di chi sta fuori dal gito verso chi sta dentro.

Alberto Benzoni

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