martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Ucraina, per favore
non prendeteci in giro
Pubblicato il 10-06-2014


Presentare le vicende internazionali come Sacra rappresentazione e cioè come scontro tra Bene e Male è stata lungo tutti i decenni postbellici, prerogativa della sinistra pacifista e/o antimperialista (Bertinotti sosteneva, ai tempi della guerra in Iraq che nel mondo erano rimaste due potenze: gli Stati Uniti e i movimenti…). Ma, all’indomani della caduta del Muro, sono entrate prepotentemente in campo le forze che si richiamano all’interventismo democratico. Con una narrazione anch’essa tutta ideologica: al posto della lotta all’imperialismo, i principi e i valori dell’Occidente; al posto degli Stati Uniti i Paesi e i movimenti che li violano e li contestano.

Ora, si ha la sensazione che l’epoca delle Sacre rappresentazioni stia volgendo al termine. Nel primo caso per l’assenza dei suoi promotori. Nel secondo, per la sempre minore consistenza della narrazione.

E qui, il caso dell’Ucraina è emblematico. Una rappresentazione che, se fosse spettacolo a pagamento, verrebbe rapidamente ritirata dalla circolazione per mancanza di audience. Una vicenda in cui le vittime non interessano a nessuno (dopo la Siria la cosa è comprensibile…). Una vicenda dove non ci sono personaggi positivi sulla scena (gli energumeni del Donbass fanno perfettamente il paio con i politicanti di Kiev, presidente in testa); e quindi dove non è possibile capire veramente dove stanno il Bene e il Male (c’è Maidan, ma nessuno può pretendere di rappresentarla, come nessuno difende i valori della ‘Primavera araba’). Una vicenda, ancora, in cui i vari interpreti o non sono credibili (vedi ancora i “ribelli senza popolo” dell’Est) o, peggio ancora, interpretano, a giorni alterni o a seconda delle circostanze, ruoli addirittura opposti (così Hollande, tra una denuncia e l’altra dell’Orso russo, conferma la vendita al medesimo di navi da guerra e la possibilità di formare in Francia il relativo personale; nel contesto di una posizione europea che tra un sì e l’altro alle sanzioni, continua sulla linea degli accordi commerciali e di cooperazione). Una vicenda in cui, infine, il personaggio oggettivamente più sgradevole – leggi Vladimir Putin – è anche di gran lunga il più onesto nella manifestazione dei suoi propositi.

Sin dall’inizio, infatti, doveva essere chiaro a tutti che l’“operazione Ucraina” – leggi l’occupazione da parte dell’Occidente degli spazi una volta controllati dall’Urss – poteva essere tollerata, ma a tre condizioni: che l’operazione stessa avesse connotati economici anziché politico-militari; che fosse gestita dalla Germania e non dagli Stati Uniti; e, infine, che si mantenessero i rapporti speciali tra Mosca e Kiev, garantiti dalla presenza di un governo amico. Tre requisiti che sono chiaramente venuti meno. Un quadro di riferimento che Putin intende chiaramente ripristinare.

Perciò nessun gesto irreparabile (tipo mancato riconoscimento del governo di Kiev o adesione alle posizioni irredentiste), ma nel contempo mantenimento delle pressioni sull’Ucraina e, soprattutto, sull’Europa per la riapertura del negoziato.

Una proposta che l’Europa può andare a vedere. Oppure no. Ma avendo ben chiare le alternative. E cioè il fatto che proseguire sulla linea delle sanzioni, proposta, non a caso, dall’establishment americano, avrebbe tre conseguenze di non poco momento. Primo, il ripristino della centralità della Nato, con i relativi nuovi oneri politici e militari e con il ritorno della logica dei blocchi. Secondo, la dipendenza dagli Stati Uniti per le forniture energetiche. E terzo a coronare il quadro, la ricostituzione di un blocco economico occidentale, secondo la logica del liberismo e, perciò stesso, della definitiva rimessa in discussione del modello economico e sociale europeo.

Tre prospettive che non sono dietro l’angolo e che non vanno demonizzate. Tre prospettive che però vanno valutate con estrema attenzione. Per diventare materia di dibattito politico. E per coinvolgere quei popoli di cui ci riempiamo sempre la bocca.

Si può decidere di aderire a una nuova divisione del mondo basata, questa volta, su criteri geopolitici anziché ideologici. Ma si può percorrere questa strada solo al termine di un grande dibattito a livello nazionale ed europeo. E non sotto l’impulso del tutto incontrollato di quattro responsabili Nato o di qualche tecnocrate europeo.

Mentre sarebbe politicamente e intellettualmente indecente avviarsi lungo questa strada in nome dello spettacolo da quattro soldi che oggi ci viene offerto dagli interventisti democratici in nome del fatto che Putin (“Hillary dixit”) si comporta come Hitler, che ha gli occhi di ghiaccio del gangster o che il suo regime è pessimo.

Dopo tutto non è affatto detto che la “negatività” di un regime interno si rifletta automaticamente sui suoi comportamenti internazionali. E che le guerre le facciano solo i regimi autoritari; non foss’altro perché le pratiche concrete dell’interventismo democratico – dal Kosovo all’Afghanistan, dall’Iraq alla Libia – dimostrano il contrario.

Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. E’ un quadro realistico e ben rappresentato. Forse va evidenziato l’errore del referendum della Crimea da parte di Putin, che poi ha dato forza alle altre realtà ad influenza Russa. Ovviamente va impegnata la strada diplomatica che tenga conto della particolare collocazione dell’Ucraina, da evitare l’adesione alla Nato e perseguire le linee dei poteri decentrati in quelle realtà, compresa la Crimea per evitare un vulnus internazionale dell’acquisizione di un territorio d un altro Stato.

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