giovedì, 23 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

UN’EUROPA ROOSVELTIANA
Pubblicato il 01-06-2014


Europa-Parlamento

L’Europa si interroga sul domani. Le elezioni hanno delineato un quadro difficile per il Vecchio Continente: se la Francia, uno dei pilastri del progetto voluto dai Padri Fondatori, sceglie il Front National qualcosa vorrà pur dire. Anche la Gran Bretagna, non proprio un paese “europeista”, manda un segnale piuttosto chiaro: Nigel Farage, leader degli euroscettici UKIP conquista oltre il 31 per cento e i laburisti sembrano chiusi in un angolo, come un puglie suonato, ad incassare ganci. Se la Scozia il prossimo 18 settembre 2014 dovesse decidere di rendersi indipendente il bacino elettorale dei laburisti potrebbe definitivamente dissanguarsi. Ne parliamo con un attento osservatore delle dinamiche politiche e sociali, professore emerito dell’Università di Torino, ordinario di Storia delle dottrine politiche, autore di numerosi libri sulla sinistra e la democrazia in generale.

Professor Salvadori, in Francia il FN trionfa e il PS sembra sull’orlo di una crisi profonda. Cosa sta accadendo?

Credo che quello che sta capitando in Francia sia sicuramente assai grave. È evidente che una avanzata del Front National da un lato e, dall’altro, una sconfitta così significativa e pesante del PS ci mettono di fronte a una situazione quanto mai allarmante. Bisogna interrogarsi sulle ragioni della sconfitta disastrosa subìta dal PS in generale, ma anche da Hollande che ne è l’esponente di spicco in particolare. Io credo che il PSF abbia pagato in maniera pesante l’incapacità di dare risposte adeguate ad una Francia la quale resta un pilastro dell’EU, ma che attraversa una crisi economica significativa a cui i francesi non sono abituati. Non dobbiamo dimenticare che la Francia è un Paese, tradizionalmente, economicamente forte con una società molto sviluppata.

Le Pen ha dettato l’agenda del dibattito elettorale. Dall’altro lato il PS si rinchiudeva in slogan poco pregnanti. Non ha l’impressione che la sinistra francese sia stata incapace di produrre un’elaborazione politica?

Qui tocchiamo un punto molto importante. Il PS ha pagato l’incapacità della socialdemocrazia europea nel suo insieme di elaborare strategie e dare risposte all’altezza dei problemi che esistono nella UE. Da anni ci misuriamo con un’insufficienza molto grave dei partiti socialisti che conservano legami formali tra loro a cui non riescono a far acquistare sostanza. Ci troviamo a pagare il fatto che la socialdemocrazia europea e i socialisti europei non sono stati all’altezza della situazione: per fortuna, in Italia, abbiamo avuto l’exploit del PD che Renzi è stato capace di far entrare a tamburo battente nel PES aprendo una prospettiva che lascia sperare.

Anche nel Regno Unito trionfano i populisti del UKIP di Farage….

Sulla situazione britannica vorrei fare almeno due considerazioni. La prima è che la Gran Bretagna ha sempre avuto un atteggiamento, o apertamente negativo o comunque segnato da una forte reticenza nei confronti di un’accelerazione dell’unificazione e della fortificazione europea in una vera unità politica. Io sono persuaso che De Gaulle avesse visto molto bene quando aveva espresso la convinzione che mettere la Gran Bretagna nella allora Comunità fosse un errore. Gli inglesi sono entrati con un atteggiamento che arriva anche al sabotaggio e questo ha seminato i germi del trionfo del leader del partito populista UKIP, Nigel Paul Farage.

La seconda considerazione?

La seconda riguarda il ruolo giocato dai laburisti inglesi nel processo che ho appena descritto. Io non sono mai stato fan di Tony Blair che, per troppi aspetti, ha incarnato il degno erede di Margaret Thatcher. Insieme con Clinton, infatti, proprio Blair è stato uno dei grandi responsabili della crisi economica che si è aperta nel 2008 negli USA con ripercussioni in tutto il mondo. Furono proprio Clinton e Blair a smantellare tutto quel complesso di regole che impedivano alla cosiddetta “finanza creativa” di fare il proprio comodo. Hanno creato le condizioni affinché le oligarchie finanziarie internazionali potessero fare il bello e il cattivo tempo, hanno smantellato tutte le barriere.

Un danno irreparabile?

La socialdemocrazia deve riscoprire quella capacità di intercettare le masse lavoratrici e denunciare lo scempio che si sta consumando sotto i nostri occhi, il disastro provocato dalla finanza senza regole. Io credo che sia in atto una situazione che ricorda molto quella che fu la prima fase della rivoluzione industriale che dette vita ai grandi partiti: è vero che oggi, in Occidente, quasi non esiste più la classe operaia, ma ci sono milioni di disoccupati e classi medie in semirovina. Il socialismo europeo dovrebbe avere il coraggio politico e morale di lanciare nuovamente la battaglia per l’eguaglianza, una battaglia, non dimentichiamolo, che ha una dimensione intimamente umanistica. Certo le belle parole e i proclami non bastano, ma ci sono le condizioni perché il socialismo torni ad essere innanzitutto internazionalista. Faccio un esempio: ci sono situazioni a cui guardare con attenzione come quella che ha interessato la Cina circa un mese fa. C’è stato il più grande e imprevisto sciopero mai verificatosi sotto quel mostruoso regime che incarna una combinazione di comunismo, fascismo e capitalismo. I lavoratori cinesi si sono ribellati contro il fatto che sono nei luoghi di lavoro privi di qualunque assistenza medica. La socialdemocrazia deve essere capace di guardare a questi fenomeni, stimolarli.

Su quali altre battaglie dovrebbe focalizzarsi una forza socialdemocratica internazionalista come quella che lei immagina?

Dovrebbe riprendere la difesa e l’estensione dei diritti sociali. Al di fuori di questo schema la socialdemocrazia europea è condannata a traccheggiare, a estinguersi perché priva di anima e significato. Le priorità sono dunque, innanzitutto, organizzare una proposta che sia internazionalista. Intercettare le masse di disoccupati e precari in Europa perché altrimenti queste realtà, se la sinistra non è in grado di offrirsi come punto di riferimento, si rivolgeranno a chi, come la Le Pen, manda messaggi semplici basti sul nazionalismo.

C’è chi dice che, rispetto al passato, il vero problema, oggi, sia che non si riesce a produrre, a creare lavoro. Che ne pensa?

Sono state le crisi che hanno messo in moto le politiche di welfare. Addirittura sono stati i nazisti e i fascisti a reagire alla crisi del ‘29 costruendo sistemi di welfare. In America il riformismo roosveltiano è nato dalla reazione alla crisi del ‘29 in condizioni di disastrosa povertà diffusa. Non c’è nesso tra sviluppo rampante e condizioni di lotta, la storia insegna il contrario. Occorre che, proprio quando la crisi colpisce più duramente, ci si organizzi intorno a una proposta politica che abbia il coraggio di combattere contro le forze negative. C’è bisogno di una vera e propria cultura che contrasti l’idea per la quale la crisi economica deve congelare le istanze di giustizia sociale. Ci sono soggetti che proprio sfruttando la difficoltà economica del momento cercano di giustificare la diseguaglianza affermando che per avere maggiore uguaglianza si deve avere maggiore ricchezza. Ma, lo ripeto, la storia ci ha dimostrato che è stato nei periodi di reazione alle grandi crisi che si sono poste le condizioni per il progresso sociale, in Europa come negli Stati Uniti, esprimendo capacità di elaborazione politica e forza morale, costruendo condizioni per un avanzamento della civiltà.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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