venerdì, 18 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

William Shakespeare
e la percezione dell’uomo
Pubblicato il 13-06-2014


ShakespeareLa drammaturgia shakespeariana possiede un merito connaturato: quello di rivelarsi una straordinaria bussola d’orientamento a disposizione di addetti ai lavori che intendano esaminare ed approfondire un soggetto multiforme come quello teatrale, colto nei suoi diversi aspetti multidisciplinari, nel suo rapporto con gli spettatori, nel suo essere mezzo di espressione in grado di comunicare e di contaminarsi con le altre forme d’arte e ancora nell’essere scandagliato nei suoi contenuti letterari, per capire dove si colloca la sua drammaturgia e verso quali orizzonti si sta posizionando.

Ma la funzione di William Shakespeare non si esaurisce cripticamente dentro i confini del suo “agire fisiologico”: il suo ago calamitato è in grado di vincere ogni turbolenza che minaccia il campo magnetico terrestre, scova i punti cardinali nelle più difficili intemperie per rivelare inaspettate rotte esistenziali a qualsiasi espressione politico/culturale voglia indagare la realtà sociale che lo circonda. Una bussola indispensabile dunque, gettata nei vasti spazi tra mareggiate di ansie ed incertezze, attanagliati come siamo in un periodo storico che appare svuotato delle sue memorie e delle sue identità comuni e minato da un orizzonte privo non solo di certezze, ma anche di chiare prospettive.

Questo straordinario artista dette dimostrazione di possedere un senso dell’ orientamento fuori dal comune, grazie al quale il suo talento universale seppe anticipare tempi e addirittura epoche, accompagnandoci verso una rivoluzionaria visione antropocentrica che non fu immediatamente capita e raccolta. La centralità dell’uomo nel pensiero dell’artista è infatti un punto focale della sua drammaturgia e figlia culturale di quel Rinascimento che ebbe nell’Italia la sua indiscussa forza motrice. Eppure il retroterra culturale su cui Shakespeare si solidifica ha un rapporto ambiguo con il Rinascimento italiano.

L’ascesa al trono di Enrico VII nel 1485 mise fine ai sanguinosi scontri tra le due casate rivali di York e di Lancaster, noti come la Guerra delle Rose, e suscitò anche un impatto immediato sul teatro inglese. Il nuovo re nel tentativo di riparare con ogni mezzo il prestigio nazionale rinsaldò i legami con l’Europa continentale incoraggiando uno scambio attivo di artisti e studiosi inglesi con altri artisti e studiosi provenienti dalla Borgogna, dalle Fiandre, dall’Olanda e dall’Italia. Per quanto riguarda il teatro, gli influssi di queste iniziative si fecero presto sentire nella corte, nelle università e in alcune importanti scuole, cosicché alla fine del regno di Enrico VII, nel 1509, era divenuta una moda nei circoli accademici discutere le opere dei drammaturghi greci e romani e gli scritti di Aristotele e di Vitruvio, come lo era già stato a Roma, a Firenze o ad Amsterdam.

Fu in questo periodo in Inghilterra che Erasmo completò la traduzione delle due commedie di Euripide; e con la sua chiamata nel 1508 a una nuova cattedra di greco a Cambridge era ben avviato il recupero della letteratura greca e latina, incluso il teatro, un recupero illuminato e rigoroso come quello in corso in Italia. Stesso orientamento culturale proseguì inizialmente anche sotto il regno di Enrico VIII; da questo momento in poi era dunque lecito aspettarsi che la drammaturgia e la messinscena teatrale in Inghilterra dovesse seguire gli stessi percorsi fissati nell’Italia rinascimentale, ma non fu così. Ne fu responsabile la Riforma, un autentico gelo che scese in Inghilterra sugli studi umanistici.

Fu diretta conseguenza del fatto che il latino era la lingua tradizionale della Chiesa cattolica romana e Roma era la sua roccaforte. Ben presto i passi fatti da Enrico VIII per fondere, in Inghilterra, Stato e Chiesa, servirono in realtà a dividere uomini e donne nel loro essere fautori delle due lingue antiche così come nella loro fedeltà, o meno, a Roma. Per i protestanti riformisti il latino era la lingua del Papa e quindi dell’Anticristo, dell’idolatria e della superstizione; il greco, invece, essendo la lingua in cui erano stati scritti originariamente i vangeli, era la fonte della verità. Sposare quindi la causa del latino sotto un monarca protestante – come lo stesso Enrico VIII (almeno dopo il 1531), Edoardo VI ed Elisabetta I – comportava il rischio di essere accusati di eresia e perfino tradimento.

In queste circostanze, appassì il fervore degli studi umanistici che avevano caratterizzato i primi quarant’anni del governo Tudor. Ma, come avviene solo per i talentuosi geni, Shakespeare irrompe nella letteratura innescando elementi come il dubbio, la malinconia, la ricerca del senso della vita, tipici dell’esistenzialismo moderno, o il problema dell’amore e della relazione tra individui, l’umana sete di potere e di autoaffermazione, i motivi dell’odio e della vendetta. Temi che lo staccano nettamente da tutti i letterati che lo precedono e lo seguono, ritagliandolo in un era che non appartiene a nessun secolo.

I versi shakespeariani sono ancora oggi costellazioni secolari, fisse ed immutabili, gettate nel firmamento della psicologia umana, punti di riferimento sovrastanti epoche e civiltà che scrutano tutte le sfumature dei contrasti: il bene e il male, il comico e il tragico, il forte e il debole, il maschile e il femminile, irrorando di bagliori contemporanei il percorso dell’uomo verso i grandi misteri della vita. Il centro della poetica di William Shakespeare è percepire quello che avviene all’interno dell’uomo oltre ai rapporti con i propri simili: grazie alle sue intuizioni drammaturgiche abbiamo avuto a disposizione una prima sintesi teatrale che ha saputo posizionare in modo inequivocabile l’uomo al centro dell’universo.

Carlo Da Prato

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