giovedì, 18 ottobre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

A 20 anni dal genocidio
il riscatto del Rwanda
Pubblicato il 08-07-2014


Rwanda“La priorità adesso è quella di far rinascere e crescere il Rwanda, imponendo anche forzatamente la riconciliazione: tutti rwandesi, non più Hutu o Tutsi”. Pia Locatelli, presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne e deputata del Psi è appena rientrata da Kigali dove ha partecipato in rappresentanza della Camera dei deputati, al Summer Summit 2014 del Women In Parliaments Global Forum, (WIP), in corso dal 1º al 3 luglio, e alle celebrazioni per il ventesimo anniversario della liberazione del Ruanda, a 20 anni dal genocidio del 1994.

“Quello che ha trovato è un Paese inaspettato, in parte moderno, che guarda al futuro aperto alle relazioni internazionali, con grandi ambizioni economiche. Sono passati vent’anni da quando, il 6 aprile del 1994, l’aereo che trasportava il presidente e dittatore del Ruanda Juvénal Habyarimana, al potere dal 1973 e di etnia Hutu, fu abbattuto da un missile, dando inizio al genocidio nei confronti della minoranza dei Tutsi. Per circa 100 giorni, vennero massacrate sistematicamente a colpi di armi da fuoco, machete, pangas e bastoni chiodati circa 1.000.000 di persone…Uno sterminio pianificato e capillare, preceduto da una campagna d’odio, che ha radici lontane, da quando i colonialisti belgi introdussero carte d’identità “etniche”, rendendo impossibile di fatto passare da un gruppo all’altro, come si poteva fare anticamente, e cristallizzando le divisioni tra la maggioranza Hutu, prevalentemente contadini, e i Tutsi, gli “altissimi negri” della canzone, l’elite più colta e ricca.

“In seguito all’indipendenza del 1962 e dopo sanguinose rivolte e massacri,- ricorda Pia Locatelli – gli Hutu, con l’accordo dei belgi, presero il potere e iniziò la lunga persecuzione dei Tutsi che fuggirono nei Paesi limitrofi, soprattutto in Uganda dove si organizzarono nel Fronte patriottico ruandese (FPR), fino all’esplosione della guerra civile, alimentata dagli estremisti Hutu contrari alla ratifica degli accordi di Arusha del 1993 che concedevano rappresentanza politica al RPF. A metà luglio del ’94 le milizie Tutsi, guidate da Paul Kagame, con la presa di Kigali misero fine al massacro. Kagame, eletto nel 2003 e rieletto nel 2010, con una maggioranza imbarazzante, così come quella raggiunta dal suo partito nelle elezioni dello scorso anno, ha fatto fare grandi passi avanti al Paese e continuerà in questa direzione, forse a spese di una libertà complessiva”.

Una sorta di democrazia “controllata”, molto liberale per quanto riguarda l’approccio economico, ma certamente non liberale nei confronti delle libertà personali, anche se quest’oppressione “non è mai manifesta, ma solo chiaramente percepita”. Di fatto il Rwanda sta molto meglio degli altri Stati africani, limitrofi e non, e per l’ascetico Kagame, che ha fatto della sobrietà e della lotta alla corruzione la principale caratteristica del suo Governo, il fine, ossia il benessere del Paese, giustifica… ogni mezzo o quasi.

L’obiettivo è quello di fare del Rwanda una sorta di hub del businnes con l’uso tecnologie avanzate per la regione dell’Africa orientale. “Il Rwanda Development Board , che ho visitato – racconta Locatelli – è l’agenzia del governo incaricata di promuovere lo sviluppo economico, favorito dall’uso di procedure rapide. Sotto lo stesso tetto sono riuniti tutti gli uffici e le competenze necessarie per avviare una nuova società che è costituita e registrata in un giorno. In sei ore viene predisposto il certificato di esistenza della società e si può iniziare ad operare. La registrazione gratuita per gli imprenditori locali e della regione, costa 120 dollari per gli stranieri. Nello stesso edificio, nel centro di Kigali, oltre agli uffici del Board c’è l’ufficio visti per persone e società, un notaio, la banca, il rappresentante delle dogane, l’ufficio per le tasse, connessione internet 4G, possibilità di effettuare pagamenti via cellulare. Nella classifica di Doing Business il Rwanda è al 35° posto, l’Italia al 65”.

Cinque Paesi (Rwanda, Burundi, Tanzania, Uganda e Kenia si sono uniti nella East Africa Community per istituire un mercato unico. Di questi tre (Rwanda, Kenia, Uganda) hanno assunto una direzione di marcia più veloce con un patto tripartito in vista dell’avvio del processo per una moneta unica.  “Il mercato di riferimento, quindi, non sono gli 11 milioni di rwandesi ma i 140 milioni della Est Africa Community. Il Rwanda però, – ha aggiunto Locatelli – non è all’avanguardia solo in campo economico, ma anche per quanto riguarda la rappresentanza femminile nelle istituzioni (64% donne parlamentari, 48% donne nel governo), le politiche di genere e la lotta alla violenza nei confronti delle donne. Abbiamo visitato il Centro di polizia che comprende gli uffici di polizia con sportello unico (one stop centre), il gender desk (centro antiviolenza), lo women’s pavilion (con reparto di ostetricia-gincologia). Il gender desk è stato istituito nel maggio 2005, si occupa di accoglienza di donne vittime di violenza e di educazione al genere” .

Non è un caso quindi che il Women in Parliaments, abbia scelto proprio il Rwuanda per il suo secondo Global Forum , che ha visto riunite le rappresentanti parlamentari di 51 Paesi. Locatelli, che ha parlato dell’esperienza italiana, ha puntato il suo intervento sullo stretto legame che unisce l’istruzione allo sviluppo e alla crescita. “Educazione, educazione, educazione. Solo così si potranno compiere concreti passi avanti per sconfiggere malattie e prevenire la piaga dei matrimoni precoci, una sorta di pedofilia legalizzata che vige ancora in molti paesi, contro la quale stiamo mettendo a punto una mozione parlamentare. Dall’Agenda post 2015 delle Nazioni Unite bisogna riprendere due obiettivi ancora non raggiunti che si riferiscono alla salute materna e infantile, – ha aggiunto, parlando dei lavori del Summit – ma bisogna anche insistere sui diritti sessuali e riproduttivi: un tema controverso, che è spesso messo da parte nelle discussioni proprio per evitare spaccature, ma che è fondamentale per migliorare la condizione delle donne”. Un terreno sul quale c’è ancora molto da fare, e sul quale il Rwanda se vuol davvero diventare la locomotiva dell’Est Africa, dovrà imprimere una forte accelerazione.

Cecilia Sanmarco 

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento