domenica, 20 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Poesie sulla tragedia
di Lampedusa. E non solo
Pubblicato il 09-07-2014


renata_morresi_bagnantiRenata Morresi, docente universitario e traduttrice, con “Bagnanti” è al suo secondo lavoro poetico e con lei si vuole iniziare un invito alla lettura di alcune opere, una sorta di catalogo per l’estate: libri da portare con sé sotto l’ombrellone per sfatare il carattere ostico della lirica contemporanea. Il titolo, ripreso da un bellissimo verso di Antonio Porta, è già indicatore di un estraniamento, di un corto circuito: alla mente affiorano la villeggiatura marina, i dipinti di Cézanne e Renoir, il carattere ilare, giocoso dell’estate e la nudità corporea. Ognuno di noi può davvero crearsi un immaginifico e personalmente ho ripensato alle coste inglesi e alla Woolf, che è anche il primo autore citato in epigrafe da Morresi. Ecco vi è tutto questo in un’ottantina di pagina, ma è solo la superficie di un mondo scandagliato e che si presenta straniante e stranito rispetto alla nostra visione di spettatori.

Scandito in quattro sezioni, presenta per ciascuna una o più citazioni, chiavi di lettura del corpus poetico. Sembrerebbe un libro sulla solitudine e sulla desolazione, sui non vivi che sbarcano a Lampedusa e su un’indifferenza, che sembra atavica: “ufficio degli scomparsi/ ampio mar mediterraneo/ ognuno coi suoi vivi e i suoi morti/ opachi e momentanei// per un attimo evidente il profilo/ è lo stesso, il tempo fa mezzo/ cerchio-”. “Ho visto la testa tuo/ totem di terra spuntare/ flottante di loto non/ schiuso già bocca e/ pianeta una pianta/ di corpo di creta”.

Visitatori e visitanti, uomini e donne, vecchi e fanciulli, non vi è più distinzione in questo paesaggio fermato nel suo farsi istantanea di destini intrecciati col dolore e con l’assuefazione allo stesso. Sembra di assistere a un monito, a quello dell’Ecclesiaste: “Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c’è nulla di nuovo sotto il sole.”, senza aspettarsi una punizione, senza un intervento esterno, ciò che viene descritto dal poeta è un discorso immanente sull’umanità, che diventa catalogazione di fossili e di paure incistate che azzerano la “stagione di luoghi”, non più presenze, non impronte, ma “antiche genealogie anfibie”, tartarughe, crostacei e molecole animali.

E che ricorda per tessuto onirico il mondo di de Mandiargues Ma lo spazio di Renata Morresi va al di là di ciò, vi è il superamento del limite di coscienza: nelle sequenze successive assistiamo alle mancanze, alle scalcinature del tempo che sembra essersi fermato nella descrizione di appartamenti, il vuoto sembra lacerante (in Vendesi, terza sezione). Ogni cosa sembra congelata e per sempre, eppure questo libro è pieno di speranza e stupore e il lettore se ne renderà conto affrontando la seconda e quarta parte: due poemetti sulla partenza, su luoghi fisici ed esistenziali (un aeroporto e i vagoni di Trenitalia).

Quello che salva, quello che ci rende tutti più vicini e davvero umani è il destino, cui tendiamo, siamo tutti portati a rivivere, a farci carico della nostra e altrui esistenza: “ tutto questo vedremo/ lo vedremo sempre/ con respiro regolare”. Quello che salva è ontologicamente il noi, con cui Morresi propone, come i veri poeti sanno e fanno, la verità del reale. “Consoleremo”, ci dice Renata ed è terribile il compito dell’uomo ed è necessario. Ed ecco che, a libro terminato, possiamo davvero comprendere l’esergo proposto: “Non credo che siamo esseri separati, soli” (Virginia Woolf). Attraverso il noi testimoniamo che: “lo sguardo colma,/ torna tremore”.

Andrea Breda Minello

 

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