lunedì, 25 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La posizione dei socialisti sulla prima guerra mondiale
Pubblicato il 27-07-2014


Attentato-SarajevoIl 28 luglio di cento anni fa iniziava la prima guerra mondiale. Ma è il 28 giugno del 1914 che cambia la storia del mondo. A Sarajevo, in Bosnia, uno studente serbo, Gavrilo Princip, ammazza a colpi di fucile l’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria e la moglie. L’Austria addossa le responsabilità dell’attentato direttamente al governo serbo (in realtà aveva in mente da tempo un conflitto per la soluzione della questione serba) e così, poco dopo, diede l’ultimatum, seguito dalla dichiarazione di guerra. Scatta la clausola dell’Intesa. Ed è guerra europea. Poco dopo la dichiarazione di guerra, l’Austria bombarda Belgrado.

Il 31 luglio il socialista umanitario Jean Jaures è assassinato in Francia da un nazionalista e due giorni dopo la Francia entra in campo contro l’Austria, dopo che la Germania aveva dichiarato guerra alla Russia. L’occupazione del Belgio da parte delle potenze dell’Alleanza produce l’effetto di vincere le resistenze inglesi che vedevano il nemico di là dalla Manica e anche l’Inghilterra scende in guerra al fianco delle altre potenze dell’Intesa, mentre l’Italia, per il momento, si tiene fuori dal conflitto, di fatto staccandosi dai vincoli del vecchio patto della Triplice Alleanza che l’univa all’Austria e alla Germania. Anche in Italia si apre la grande questione dell’intervento o del neutralismo. E tale argomento spezza le forze politiche scomponendo anche le tradizionali divisioni tra destra e sinistra.

Un gruppo di nazionalisti era dell’idea di ricomporre l’alleanza cogli imperi centrali rimanendo fedele ai vecchi impegni. Si trattava però di una posizione fortemente minoritaria in Italia. La vera questione era se rimanere fermi alla posizione di neutralità (come suggerivano gli ambienti liberali vicini a Giovanni Giolitti e al ministro degli esteri Sidney Sonnino, che aveva denunciato il patto della Triplice Alleanza perché l’Italia non era stata consultata per l’ultimatum dell’Austria alla Serbia, e pressoché tutto il Psi), oppure scendere in campo a sostegno dell’Intesa anche per liberare le regioni irredente e impedire l’espandersi dell’imperialismo austriaco nei Balcani. Questa posizione era sostenuta da Leonida Bissolati e dal suo Psri, creato dopo l’espulsione dal Psi al congresso nazionale di Reggio Emilia del 1912, con l’unica eccezione di Nicola Badaloni, da Gaetano Salvemini, ma anche dai repubblicani interpretati soprattutto dal giovane Pietro Nenni, nonché da settori della sinistra rivoluzionaria sindacalista capeggiata da Filippo Corridoni.

Si aveva netta l’impressione che nel paese montasse un clima interventista che contestava l’abulia e l’indifferenza della maggioranza parlamentare. L’interventismo era dunque innanzitutto anti-austriaco e a difesa dei paesi che l’imperialismo austriaco stava per sottomettere, nonché, in Italia più specificatamente, teso a liberare i territori che ancora stavano sotto il dominio austriaco, anche se questa tendenza forse non interpretava l’opinione della maggioranza della popolazione di quei territori. Anche il fronte neutralista non era unito. Convergevano in esso i socialisti, ma anche i cattolici che non potevano accettare un nuovo spargimento di sangue. E con loro alcuni dirigenti liberali, tra i quali lo stesso Giovanni Giolitti, neutralista per calcolo politico.

Mano a mano che la guerra procedeva veniva sempre più scomponendosi il fronte dell’Internazionale socialista. I partiti socialisti assunsero sempre più posizioni ispirate alla difesa nazionale, prescindendo così dai deliberati dei precedenti congressi (di Stoccarda del 1907, di Copenaghen del 1910 e di Basilea del 1912), che impegnavano le classi operaie dei singoli paesi a compiere ogni sforzo per scongiurare la guerra. Il primo a rompere il fronte fu proprio il partito tedesco, considerato il principale e il più influente, che il 4 agosto votò a favore dei crediti di guerra, imitato poco dopo dal partito austriaco. Anche i socialisti francesi, dopo l’eliminazione di Jean Jaurès, visceralmente contrario alla guerra, furono col governo (anzi, lo stesso Guesde finì per farne parte), mentre i socialisti belgi, dopo l’invasione tedesca, furono tutt’uno col governo e una parte cospicua dei laburisti inglesi approvarono completamente l’azione dell’entrata in guerra, dopo la minaccia costituita dall’occupazione del Belgio da parte delle forze prussiane. I menscevichi e i socialisti rivoluzionari russi accettarono la guerra, contrariamente ai bolscevichi che la consideravano imperialista. Di fatto l’Internazionale, che era nata dopo i conflitti insanabili tra anarchici e socialisti, per coordinare e unificare i socialisti di tutta Europa, moriva così coi primi colpi di cannone.

La lotta di classe veniva sopravanzata improvvisamente dalla guerra tra le nazionalità, che in molti casi diventava lotta per l’indipendenza nazionale. Giovanni Zibordi commentò su “La Giustizia”: “Il coro pettegolo si ripete, avvalorato dall’esempio: vedete i socialisti di Germania e d’Austria? Vedete i compagni di Francia e del Belgio? Voi rimarrete soli con la vostra protervia d’ingenui e d’illusi. Ebbene. Dico subito senz’esitanza, che sento alto l’orgoglio di socialista italiano di essere ingenuo e illuso”. Il primo socialista a prendere posizione contro la guerra, prima ancora che venisse ufficialmente dichiarata, è Mussolini che, sull’Avanti del 26 luglio 1914, proclama la “neutralità assoluta” e riprende il vecchio detto di Andrea Costa: “Né un uomo, né un soldo. A qualunque costo”. Morgari, Turati e Treves convocano lo stesso giorno il Gruppo parlamentare socialista. La riunione si svolge il 27 luglio a Milano nei locali dell’Avanti. Si riprende il tema della “neutralità assoluta” e ai lavoratori si raccomanda “di tenersi pronti per quelle più energiche misure che il partito intendesse adottare”. Da ricordare che le prime nette posizioni contro la guerra si riferivano all’ipotesi di una discesa in campo dell’Italia coi paesi della Triplice alleanza, dunque a fianco dell’Austria, che aveva iniziato la guerra contro la Serbia.

Più sfumata era la contrarietà all’ipotesi di una discesa in campo dell’Italia a fianco dell’Intesa Il comunicato finale della Direzione, riunita il 3 agosto, attribuisce infatti ogni responsabilità del conflitto alle “cupidigie balcaniche dell’imperialismo austro-ungarico”. Il giorno prima Mussolini aveva scritto: “In caso di spedizione punitiva contro l’Italia da parte di un’Austria vittoriosa è probabile che molti di quelli che oggi si sono occupati di anti patriottismo saprebbero compiere il loro dovere”. L’Avanti, il 4 agosto, parla “ di orda teutonica scatenata su tutta l’Europa” il 6 di “sfida germanica contro latini, slavi, ed anglosassoni”,  mentre su “Critica sociale” Turati ipotizza una non ben decifrabile “neutralità non dogmatizzante e imperativa”. Fino alla pubblicazione de “Il Popolo d’Italia” le posizioni di Mussolini sulla diversa valutazione dell’intervento italiano con gli imperi o contro gli imperi centrali, erano anche più o meno quelle di Turati. E quando lo stesso Mussolini, il 10 settembre, scrisse l’articolo sull’Avanti in cui si osservava la necessità di scegliere “tra i due mali, il minore e cioè la vittoria dell’Intesa”, nessuno lo contestò.

Solo dopo il fondo del 18 ottobre “Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante”, esplose il caso. Mussolini non faceva altro che sintonizzarsi alle posizioni che già nel Psi Graziadei aveva interpretato e che non erano sostanzialmente difformi da quelle degli stessi riformisti. A giudizio di Mussolini non si poteva essere spettatori se in gioco c’era “un dramma grandioso”. Era possibile la neutralità assoluta con una distinzione così marcata tra guerra e guerra? Anche Turati non aveva sostenuto cose molto diverse e aveva scritto che la sua neutralità, se non era “attiva e operante”, era pur tuttavia “non dogmatizzante e imperativa”. Il ché non era molto diverso. Infatti Turati commenterà: “Se il direttore del nuovo giornale avesse continuato nell’atteggiamento assunto nei suoi ultimi articoli pubblicati sull’Avanti (…), molti proseliti avrebbe potuto fare”. E questa era anche l’opinione di Giovanni Zibordi, che scrive su “La Giustizia” del 18 ottobre: “Che ha detto di strano Mussolini?”. Non ha aggiunto nulla se non “che mentre noi ci saremmo opposti anche con la rivolta ad una guerra in appoggio dell’imperialismo teutonico, potremo invece opporre soltanto la nostra protesta ad una guerra contro l’Austria e la Germania”.

Diciamo che nel Psi era passata l’idea delle differenza tra le due guerre, una a favore degli imperi centrali, e l’altra, che veniva considerata anche di difesa, contro l’imperialismo austro-tedesco. Rispetto a quest’ultima veniva mossa un’obiezione di carattere morale (“Guerra al regno della guerra e morte al regno della morte”, titolò in prima pagina, a partire dal numero del 23 settembre 1914, il giornale di Prampolini), e in più una valutazione politica e cioè che non si riteneva in pericolo l’indipendenza nazionale. Zibordi aveva scritto: “La stessa guerra nazionale la subiamo come un meno peggio. L’accettiamo come una necessità, perchè riconosciamo che l’invasione straniera, oltre che essere un’ingiustizia in sé e una violazione dei principi internazionali, aggraverebbe politicamente la servitù del proletariato e assommerebbe, economicamente, un di più di sfruttamento allo sfruttamento normale”. Poi Mussolini andò oltre. Osservò Turati: “Mussolini è andato repentinamente oltre i confini degli stessi nazionalisti”. E questo era avvenuto, dopo le sue dimissioni da direttore dell’Avanti (venne subito sostituito da Lazzari, Bacci e Serrati) e soprattutto dopo la riunione della Direzione del Psi del 18-21 ottobre che si concluse con il suo isolamento (il suo ordine del giorno venne votato solo da lui). Più ancora egli, che sull’Avanti del 2 settembre definiva “un delitto”, “un disastro doloso” la violazione della neutralità, crede adesso e ha dichiarato nelle sue interviste al “Corriere della sera” e a “Il secolo”, che la guerra contro l’Austria non solo si farà, ma deve farsi. “L’Italia interverrà”, egli ha detto,“dovrà intervenire, se no la monarchia si vedrà sorgere in faccia lo spettro della rivoluzione”. Il caso Mussolini si allarga oltremodo dopo la pubblicazione del nuovo giornale “Il popolo d’Italia”, finanziato da settori interventisti, che uscì il 15 novembre.

Il 24 novembre la Federazione milanese propose la sua espulsione dal Psi, e Mussolini si indignò per la mancata discussione delle sue idee e per l’impossibilità di sviluppare la sua difesa. Più o meno le stesse accuse lanciate da coloro che egli aveva espulso due anni prima al congresso nazionale del Psi di Reggio Emilia. E che adesso, paradossalmente, si erano trovati in consonanza con lui. La verità è che la posizione del Psi sull’intervento a favore dell’Intesa e contro l’imperialismo austro-tedesco, che peraltro veniva proprio ritenuto tale, fu alquanto oscillante. A parte le considerazioni di Bordiga che faceva risalire alle conseguenze della crisi del capitalismo il conflitto bellico, anche quello supposto di difesa, e quelle di Giacomo Matteotti, che proclamava la necessità, qualora la guerra fosse stata dichiarata, di una vera e propria insurrezione popolare, si snodavano analisi e proposte abbastanza contraddittorie. Vi era, ad esempio tra i riformisti, e soprattutto in Prampolini, un’avversione etica riferita alla guerra che sarà prevalente e alla quale non sarà insensibile lo stesso Turati, anche se poi l’uno e l’altro riconosceranno la cause economiche del conflitto. Ma affermare che la ragione stava da un parte e non scendere in campo a sostenere quella parte, portava ad assumere atteggiamenti che potevano anche apparire contradditori. Come quel “né aderire, né sabotare”, coniato dal segretario del partito Costantino Lazzari, che era un monumento all’ambiguità.

Turati, che aveva commentato quello slogan “un filo di rasoio (perché “non aderire era già in qualche modo un inizio di sabotare, e non sabotare era anche un po’ un aderire”), pensava che l’Italia volesse davvero star fuori dalla guerra. Non ipotizzava che anche Giolitti potesse finire in minoranza. Anche perché più il conflitto avanzava e più la politica dell’intervento faceva proseliti. Enorme emozione popolare suscitò ad esempio la morte dei due figli di Garibaldi sulla Argonne, dove si erano recati volontari come il padre sui Vosgi nel 1870, per difendere la Francia dalla tracotanza austro-germanica. Turati confidava ancora in Giolitti e in un momento di ironica e disincantata confessione, scrisse alla Kuliscioff, a proposito della posizione del leader liberale: “Abbiamo inscritto Giovannino segretamente al nostro gruppo. E’ il solo che abbia la testa sulle spalle e oggi credo che abbia salvato il paese”.

Giolitti non credeva alla guerra, conosceva l’impreparazione militare italiana, peraltro reduce dalla guerra di Libia, prevedeva un conflitto di lungo periodo e pensava che il crollo dell’impero austro-ungarico non avrebbe certo favorito il nostro paese.

Turati si sbagliava a considerare Giolitti ancora quel che era, il dominus del gruppo liberale, perchè ormai egli era un uomo in grande difficoltà politica, esattamente come lo era lo stesso Turati. E l’incontro tra i due, che nei primi del nuovo secolo era quello tra due mondi, rischiava d’esser solo un romantico rendez vous di due uomini al tramonto.

Mauro Del Bue

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Commenti all'articolo
  1. Mauro, bella ricostruzione di quegli avvenimenti apparentemente così lontani ma decisivi della futura storia europea del novecento a cui noi apparteniamo. Interessante anche vedere come le diverse tendenze del socialismo italiano così apparentemente lontane, in quegli anni in qualche modo si confondevano e si intersecavano facendo del socialismo un corpo per molti aspetti più omogeneo di quanto uno sguardo superficiale porterebbe a pensare

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