martedì, 19 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Federico Caffè,
le idee socialdemocratiche
di un vero riformista
Pubblicato il 29-07-2014


Federico-CaffèIl 6 gennaio di quest’anno è stato ricordato il centenario della nascita di Federico Caffè, scomparso nella notte tra il 15 e il 16 aprile del 1987 dal suo domicilio di Roma e purtroppo, spesso, ricordato più per quella sua scelta che per il suo straordinario contributo scientifico ed etico.

Caffè è stato un economista di valore assoluto. Componente del Servizio studi della Banca d’Italia con il Governatore Menichella sino a Guido Carli che lo considerò “il più grande economista italiano del suo tempo”, partecipò alla Resistenza e fu collaboratore di diversi ministri nell’immediato dopoguerra, dedicandosi integralmente alla ricerca scientifica, all’insegnamento di Politica economica e alla funzione che egli definiva di “consigliere del cittadino”. A Londra per una borsa di studio, studiò la nascita del welfare state con il governo laburista di Clement Attlee e le teorie di Keynes, che introdusse nel dibattito scientifico italiano, che non conosceva ancora gli strumenti economici che avrebbero segnato l’affermazione delle socialdemocrazie in Europa.

Ma perché ricordare Caffè, se non per il suo autorevole contributo alla scienza economica? Perché egli non mancò mai di intervenire, a livello divulgativo, anche nel dibattito politico, denunciando l’inadeguatezza dei modelli di politica economica fondati sull’idea salvifica del mercato, che oggi appaiono trionfanti anche in quella che, absit iniuria verbis, si autodefinsice “sinistra riformista”. Denunciò sempre la “non politica per la piena occupazione” e nel fallimento del mercato, spettava soprattutto allo Stato il ruolo di “occupatore di ultima istanza”; di occupazioni utili certo.

Ecco, tra i tanti, due esempi della sua straordinaria attualità. In un famoso saggio sull’allarmismo economico”, Caffè contestò apertis verbis l’uso strumentale che la struttura oligopolistica del potere può fare e solitamente fa dell’informazione economica. Quanto è avvenuto con lo spread e la minaccia terroristica dei mercati, per imporre politiche antisociali è il riscontro alle denunce di Caffè e lo stesso si può dire per il famigerato fiscal compact o alle norme scritte dalla tecnocrazia europea che impongono il pareggio di bilancio e ci dettano i programmi, contro lo spirito e le stesse norme dei Trattati europei che hanno valore giuridico prevalente.

Oltre alle gravi conseguenze economiche e sociali per i paesi e per le aree più deboli come il nostro Sud. Caffè era convinto che l’Europa fosse il “nostro destino e il nostro futuro”, ma che l’adozione della moneta unica dovesse costituire il punto di arrivo e non di partenza di un processo di convergenza reale tra le economie degli Stati membri: “Ma c’è un più grave problema di democrazia. Quando eleggeremo i parlamentari, questi voteranno un governo che avrà la libertà solo di smantellare di più lo stato sociale, privatizzare un po’ di più, di peggiorare le condizioni di lavoro (di chi ancora l’avrà). Uno svuotamento sostanziale della nostra Costituzione. E persino, forse, una sua violazione quando all’art 11 si legge: [L’Italia] consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.
Critico nei confronti dei massimalismi a sinistra e nel sindacato ma anche dei liberismi alla moda, a rileggere Federico Caffè sembra quasi un veggente, sicuramente un riformista vero e convinto, con le stesse idee delle socialdemocrazie europee che nel ‘900 hanno creato prosperità e uguaglianza.

Caffè parlava di se stesso come “la solitudine del riformista”: “ben consapevole di essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi….Più che essere colpito dagli strali del retoricume neoliberista (sempre dello stesso stampo), il riformista avverte con maggiore malinconia le reprimende di chi gli rimprovera l’incapacità di fuoriuscire dal ‘sistema’ “.Quanto attualità in queste parole, alla luce dei tanti, troppi, “falsi riformisti” a sinistra!

Maurizio Ballistreri

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Commenti all'articolo
  1. Sono un operaio in disoccupazione (spero per poco) e penso che se le idee e le ricette di un economista così fossero state perseguite, forse oggi navigheremmo in acque migliori, in Italia ed in Europa. Un plauso al dott. Ballistreri per queste cose. Saluti socialisti!

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