martedì, 21 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Riforme. Berlusconi preme sui suoi parlamentari
Pubblicato il 04-07-2014


Berlusconi-Renzi-PDDal vertice di giovedì a palazzo Chigi, Renzi e Berlusconi sono usciti con la volontà di confermare gli accordi sulla legge elettorale e sulla cosiddetta riforma del Senato, ma i ‘mal di pancia’ all’interno dei rispettivi partiti e schieramenti sono tutt’altro che passati.

E anche l’incontro tra l’ex Cavaliere e i suoi parlamentari ieri pomeriggio non è stato per nulla risolutivo.

Così oggi ha convocato nuovamente i parlamentari e ha battuto i pugni sul tavolo: “Ho invitato ed invito i nostri deputati e i nostri senatori – spiega in in una nota – a sostenere convintamente questo percorso, a cominciare dalla riforma che riguarda il Senato, che sarà seguita dalla discussione e approvazione della nuova legge elettorale e dalla riforma del Titolo V». Non ci sono alternative, ha spiegato ai suoi, perché senza il sì alla cosiddetta riforma del Senato, non passa neppure l’Italicum e senza quella legge elettorale, Forza Italia rischia l’irrilevanza politica. Ma l’accordo si limita a queste due questioni. “Ribadisco – spiega – che il nostro dialogo con le forze che compongono l’attuale maggioranza di governo è limitato al solo tema delle riforme istituzionali. FI resta infatti all’opposizione non condividendo la politica economica e la politica sulla giustizia sino ad ora messe in atto da questo esecutivo”.

La verità che la fronda si irrobustisce tanto in FI quanto nel PD. A parte l’ex direttore del TG1, il senatore Augusto Minzolini (“io un Senato non elettivo non lo voterò mai”), a dare conto del trambusto interno ai berlusconiani c’è stato oggi il Mattinale, la nota politica redatta dallo staff del gruppo di Forza Italia alla Camera, che dopo aver minuziosamente ribadito la fedeltà al Capo, messo in guardia da “frantumazioni personalistiche, sia pure per nobili motivi”, conclude con qualche notazione a metà tra l’avvertimento e il veleno: “Siamo concordi sul fatto che le riforme siano necessarie. Ed è giusto che il pallino lo abbia la forza di maggioranza relativa, sia pure di uno 0,37 per cento, gonfiato da un premio elettorale elefantiaco. Ma questo non significa bere una pozione velenosa. È fuori discussione la bontà della decisione di Silvio Berlusconi di mantenere fede ad un patto di riforme. Ma questo patto non può implicare l’adesione passiva di Forza Italia a una forma istituzionale da Paese sudamericano bolivarista”.

Dunque la cosiddetta riforma del Senato – nel combinato disposto con l’Italicum, aggiungiamo – viene equiparata ai sistemi dittatoriali dell’America Latina, segno che non deve essere il solo Minzolini ad aver storto la bocca.

Se si passa poi alla legge elettorale, i lai più alti arrivano dall’interno del PD. Vale allora la pena di ascoltare quanto ha detto un bersaniano doc intervenendo ad Agorà Estate su Rai3, l’economista Miguel Gotor, Senatore del Pd, che si aggiunge alle critiche di altri da Fassina a Civati: “Le liste bloccate, lo dico con chiarezza, non funzionano e non possono funzionare – e da questo punto di vista io parlerei di meno con Verdini e di più col Partito Democratico – che ci sia un prossimo Parlamento formato da un Senato di eletti di secondo grado e una Camera dei deputati di nominati. Questo non funziona per la democrazia italiana e per la sua qualità, è evidente che c’è un problema. Di conseguenza ci sono due strade: la prima quella delle preferenze che per me sono una unica e, in caso ce ne diano due, una deve essere di genere diverso, oppure quella dei Collegi uninominali. Ma non si può arrivare ad un’idea di democrazia così secca: faccio notare che sono anni che non c’è comizio, non c’è primaria né altro momento in cui i membri del Pd non abbiano detto che bisogna restituire agli elettori il diritto di scelta e questo è avvenuto anche nelle ultime Primarie Renzi-Cuperlo che hanno deciso l’elezione del Segretario”. Chiaro?

Aggiunge critiche anche all’Italicum, Vannino Chiti, il senatore PD che col suo emendamento sull’eleggibilità sta tenendo sul filo dell’infarto la maggioranza: “Il premio di maggioranza perché sia

ragionevole, deve scattare non al di sotto del 40%. La soglia di sbarramento deve essere una sola, evitando così confusione, e non superiore al 5%: non è nemmeno immaginabile lasciare fuori dal Parlamento diversi milioni di voti. Il principio per il quale si sono sempre battute le forze progressiste è quello di allargare le basi della democrazia, non certo restringerle. Infine le liste bloccate, seppure più o meno corte, devono essere spazzate via. Veniamo da tre elezioni con il Porcellum e i danni sono sotto gli occhi di tutti: si è accentuato il distacco tra cittadini e istituzioni e si è affievolita l’autonomia dei parlamentari. I collegi uninominali sono la soluzione migliore e la posizione da sempre assunta dal Pd; in alternativa si può trovare un accordo sulle preferenze. La democrazia è partecipazione e diritto dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti. Serve una buona legge elettorale per la Camera, non fantasiose invenzioni: i buoni modelli si conoscono”.

Armando Marchio

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