mercoledì, 26 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

G.G. Marquez: il caribeño
che raccontava la verità
Pubblicato il 08-07-2014


Marquez..Lo scorso 17 aprile si spegneva, all’età di 87 anni, lo scrittore premio nobel per la letteratura Gabriel Garcia Marquez. Autore di capolavori letterari come “Cent’anni di solitudine” e “L’amore ai tempi del colera”, Marquez era ben più di uno scrittore: la sua attività giornalistica e la sua passione per il cinema lo rendevano una figura completa nel panorama intellettuale e politico latinoamericano, utilizzando la sua notorietà come megafono per un impegno in nome della giustizia e della libertà, valori fondamentali e spesso dimenticati in paesi dove vigono regimi dittatoriali.

Un personaggio apprezzato in tutto il mondo, ma amato principalmente dal suo paese, che viveva ormai da troppo tempo “cent’anni di solitudine”e a cui ha dato voce. Considerato dai più come il padre del realismo magico, egli preferiva considerarsi un “caribeno”, un colombiano nostalgico ed errante che raccontava solo la verità, la relatà nostalgica ed errante di un paese che è in se stesso realismo magico. Ed è proprio per questo che il presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, ha proclamato tre giorni di lutto nazionale in patria, per omaggiare un uomo che “ha dato voce ai nostri silenzi e alle leggende dei nostri nonni”.

Nato a Aracataca nel 1928, Gabo ha frequentato la facoltà di giurisprudenza a Bogotà, mentre scriveva e pubblicava già i suoi primi racconti. Nel 1950, si recò a Roma affascinato dalla figura dello sceneggiatore e scrittore Cesare Zavattini, uno dei teorici di spicco del neorealismo, e si unì al Centro Sperimentale di Cinematografia di Cinecittà, che, all’epoca, viveva il suo periodo più splendente. Molto importante è stato per Gabo il cinema neorealista italiano e, poco tempo fa, a Roma, è stato ricordato proprio questo. “Nostalgia di Gabo e il suo amore per il neo-realismo” è il titolo del tributo, tenutosi presso la Casa del Cinema di Roma dall’Ambasciata della Colombia, che è stato “un interessante omaggio non solo delle sue opere, ma anche del suo rapporto con il cinema”, ha detto l’ambasciatore Juan Sebastian Betancur.

Infatti, “Gabo ha sempre amato il mondo del neorealismo. Pur non avendo studiato cinema, ha amato il neoralismo cinematografico quasi quanto la letteratura”, ha detto l’amico e giornalista Gianni Minà, che ha partecipato alla celebrazione al fianco dei registi Francesco Rosi e Fernando Birri, e della docente di letteratura ispanico-americana Alessandra Riccio. Dopo la visione di “Miracolo a Milano – ricorda Fernando Birri, co-fondatore della Scuola Internazionale di Cinema e Televisione a Cuba – Gabo saltellava tutto eccitato, quasi commosso. Quello spettacolo ci aveva cambiato.

Avevamo capito che grazie al cinema povero, ma denso di umanità, ci sarebbe stata una chance anche per noi paesi latinoamericani, per raccontarci e per farci conoscere”. Non è un segreto, dunque, e Gabriel lo ha sempre ribadito, che la sua iniziazione culturale è nata in Italia, principalmente attraverso il nostro cinema. Lui stesso, nel corso di un’ intervista, disse testualmente: “Credo si possa affermare che la radice del realismo magico del romanzo latinoamericano sia in un film come ‘Miracolo a Milano’. Non c’è stato un tentativo di imitazione da pare nostra, quel cinema ci ha solo svelato una realtà che noi eravamo abituati a guardare con occhi diversi. Il ‘realismo fantastico’ della letteratura del nostro continente l’ha inventato Cesare Zavattini”.

Ed effettivamente, è anche comprensibile che, i latinoamericani abbiano da sempre amato neoralismo e documentari, due generi che permettono loro, senza risorse e con pochi mezzi, di raccontare con le immagini la loro esistenza, la sofferenza, le lotte, le sconfitte, la loro allegria e la loro tenerezza. Gabriel Garcia Marquez, nei suoi racconti, si tuffa nelle imprese, rivelandoci che il tempo non è lineare, bensì curvo, attraverso un ostinato e persistente dettaglismo cui appoggia le sue straordinarie esagerazioni, consentendo di creare una letteratura povera e realista attraverso la ricchezza e la spettacolarità dei suoi incipit letterari, come quello oramai famosissimo che apre “Cronaca di una morte annunciata”, portata sul grande schermo dal regista Francesco Rosi.

Se n’è andato un personaggio di estrema rilevanza per l’America latina, ma anche per tutti noi, “un piccolo uomo che porta felicità”, come lo appellò Pablo Neruda, contornato da un alone di farfalle gialle visibili solamente con gli occhi della poesia. E’ volato via, come il suo amato Totò di Miracolo a Milano, “verso un paese dove buongiorno significa davvero buongiorno”.

Gioia Cherubini

 

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