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Opinioni e commenti
 

I DUE FRONTI DI RENZI
Pubblicato il 07-07-2014


Renzi-sfida

L’incontro tra il Pd e il M5S alla Camera, almeno stando a oggi, non si farà. Lo ha comunicato direttamente il capogruppo del Pd a Montecitorio Roberto Speranza in una lettera alla presidente della Camera Laura Boldrini in cui spiega che “il confronto potrà svolgersi solo dopo formali risposte” da parte del movimento di Grillo. Motivazione ribadita successivamente su Twitter dalla stesso presidente del consiglio: ”Non è uno scherzo – ha detto – sono le regole! Chiediamo un documento scritto per sapere se nel M5S prevale chi vuole costruire o solo chi urla”. Insomma l’appuntamento per raggiungere un eventuale accordo sulle riforme è saltato.

Immediata la reazione di Bebbe Grillo che ha attaccato duramente il premier Matteo Renzi: “Si prende atto – ha detto Grillo – che un confronto democratico e trasparente in Italia è oggi impossibile. Il Pd ha annullato l’incontro con il M5S per la legge elettorale nonostante (o forse proprio per questo) l’apertura dimostrata dal M5S con l’intervista del Corriere della Sera di domenica di Luigi Di Maio. Si prende atto che il Pd preferisce gli incontri al chiuso di cui nessun cittadino sa nulla con un pregiudicato con il quale si appresta a fare la ‘riforma’ della giustizia”.

Sembrano parole abbastanza chiare di chiusura con pochi spazi all’interpretazione. Ma Grillo, da uomo di spettacolo, sa sempre come sorprendere. Infatti poco dopo ci ripensa e sempre sul blog afferma che “le porte per una discussione sulla legge elettorale per il M5S sono sempre aperte, né mai le ha chiuse nonostante continue provocazioni”.

Intanto la fronda trasversale ai partiti si irrobustisce e i mal di pancia crescono. Nel centrodestra il senatore di Forza Italia Augusto Minzolini torna a esprimere la sua posizione sulle nuove regole per il Senato e lo fa appellandosi al Capo dello Stato affinché faccia riflettere il premier: “Napolitano – ha detto – farebbe bene a far capire a Renzi, che dovrebbe leggersi un paio di pagine di Calamandrei, che su queste cose c’è bisogno di prudenza: stiamo parlando di regole”. Nel centrosinistra, Pippo Civati, dice: “Il gioco si fa parecchio pesante, si individuano i ‘nemici del popolo’ si chiude a qualsiasi discussione parlamentare, si vantano numeri che forse non ci sono, anche perché tutta questa tensione, se i numeri ci fossero, sarebbe davvero ingiustificata”. E poi affonda sull’incontro saltato M5S-PD: “Fatemi capire. I grillini devono scrivere (altrimenti niente), mentre a Berlusconi si concede la tradizione orale?”

Ma Renzi deve vedersela non solo con il fronte interno contro le sue cosiddette ‘riforme’, ma anche con quello economico. Ci sono le richieste dell’Europa che non vuole aprire a nessuna forma di flessibilità – dicono – senza riforme vere. Non bastano infatti, fanno sapere da Bruxelles, mere promesse di virtuosismo. Ci sono le riforme economiche per combattere la Grande crisi, aiutare la crescita e riavviare l’occupazione. Poi le riforme costituzionali per rinnovare l’impolverata macchina istituzionale italiana. A febbraio, quando si è insediato il suo governo, è partito subito a razzo ma gran parte del lavoro è da compiere. Renzi ha chiesto “di cambiare l’Europa”, di passare dal rigore finanziario alle iniziative per stimolare la crescita. Ha invocato la flessibilità sui conti pubblici italiani, quella già prevista dalle regole del Patto di stabilità per l’euro, perché non vuole “sconti”.

I “falchi” tedeschi custodi del rigore finanziario, alle richieste di Roma, hanno risposto un secco “nein”, cominciando da Jens Weidmann, presidente della potente Bundesbank, fino al presidente dell’eurogruppo Jeroen Dijsselbloem che ha oggi ribadito (non da solo a dire il vero) che “non bisogna solo parlare di riforme ma occorre farle, ed è allora che si può avere più tempo”. Certo, il tipo di deviazione dal target che puoi fare “dipende dalla situazione dei Paesi”, ma in ogni caso si può fare solo “se le riforme sono fatte e non solo promesse, e quello lo decide la Commissione, così come l’impatto che queste hanno sul Paese”.

E così alla partita europea, più aperta che mai, si somma quella italiana per approvare “le riforme radicali” del governo in Parlamento. L’impresa non è facile. Renzi deve affrontare le critiche e le riserve delle opposizioni, della maggioranza e della sinistra del Pd. Le polemiche forti sull’incontro fissato per oggi tra il Pd e il M5S. Luigi Di Maio, M5S, ha addossato al Pd la responsabilità di aver fatto saltare “il tavolo”. I contrasti sulla riforma elettorale e del Senato restano aspri, sono già emersi nei due precedenti vertici tra il Pd e il Movimento 5 Stelle. Invece Silvio Berlusconi ha confermato la scorsa settimana, in un incontro a Palazzo Chigi, l’intesa con il presidente del Consiglio sulle riforme istituzionali che resta per Berlusconi l’unico modo per ottenere l’Italicum e non condannarsi alla marginalità politica. Ma all’interno di Forza Italia una parte dei parlamentari continua a contestare la linea dell’”opposizione responsabile”. Così l’ex Cavaliere tornerà ad incontrarsi con i suoi parlamentari per convincerli a concedere il “sì” all’intesa sulle riforme.

Poi, per Renzi, c’è il fronte interno. Le minoranze di sinistra del Pd criticano il progetto del governo sulla riforma del Senato e l’Italicum, la proposta di legge elettorale basata sul’intesa Renzi-Berlusconi. Vannino Chiti insiste nel chiedere l’elezione diretta e non indiretta dei senatori (da parte dei consiglieri regionali). Chiti ha presentato un emendamento per l’elezione diretta. Da domani la richiesta di modifica sarà messa in votazione nella commissioni affari costituzionali di Palazzo Madama e poi la parola passerà all’aula. E, nell’assemblea di Palazzo Madama, potrebbero arrivare dei guai per il governo. Una trentina di senatori della maggioranza (20 del Pd e 10 centristi) e una trentina di Forza Italia potrebbero votare contro il progetto dell’esecutivo. Sono volate pesanti accuse contro Renzi, su queste riforme, per la gestione del Pd e dei gruppi parlamentari del partito. Pier Luigi Bersani, ex segretario dei democratici, ha accusato: “Non funzionano le democrazie padronali, e semplificare e basta non significa necessariamente far funzionare”. Il senatore Chiti è stato altrettanto duro: “Con il partito personale che sta bene a Renzi, la democrazia parlamentare è a rischio”. Renzi è deciso a dare battaglia all’esterno e all’interno del Pd, forte del successo elettorale ottenuto alle elezioni europee. Più volte ha ripetuto: le riforme aspettano da più di venti anni, non lo bloccherà “la palude”.
Questa sera l’assemblea dei senatori del Pd si riunirà a Palazzo Madama, senza Matteo Renzi, per discutere del ddl sulle riforme. La riunione sarà comunque interlocutoria, in attesa di un’altra assemblea del gruppo che dovrà votare il testo così come definito dalla commissione e che sarà presentato in Aula. E proprio nell’assemblea di Palazzo Madama, potrebbero arrivare dei guai per il governo.

Dal segretario del Psi Riccardo Nencini invece arriva una proposta per smaltire il grande numero di provvedimenti in discussione. “Sono troppi – ha detto Nencini – i provvedimenti da smaltire. Troppe le riforme da portare a conclusione. Nella loro autonomia, Camera e Senato prendano in considerazione l’ipotesi di chiudere i battenti solo per un paio di settimane. Io sarò comunque a lavoro anche nel mese di agosto”.

Redazione Avanti!

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