giovedì, 16 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

I venti minuti che potrebbero cambiare il Brasile
Pubblicato il 09-07-2014


Prima_pagina_NYTIl New York Times, il più autorevole quotidiano degli Stati Uniti, nazione in cui il “soccer” è molto seguito e praticato dalle ragazze (la nazionale femminile non a caso è campione del mondo in carica), ma non è certamente lo sport che appassiona gli yankee, ha deciso di aprire la prima pagina dell’edizione odierna con un titolo a nove colonne in cui la parola goal, ripetuta 7 volte è seguita dalla frase “un giorno nero per il Brasile”, corredata da una foto che ritrae gli sguardi attoniti degli sgomenti componenti della “torcida” accampati sulla spiaggia di Copacabana.

Che la vincitrice della semifinale del mondiale di calcio sia stata la (formidabile) Germania, il lettore americano, ammesso che gli interessi il risultato sportivo, lo apprende leggendo la didascalia posta in calce alla foto e, ovviamente, il pezzo.

Il titolo del giornale americano, farà probabilmente inorridire i cultori del giornalismo sportivo tuttavia è la sintesi perfetta dell’evento andato in scena (e in mondovisione) l’8 luglio 2014 allo Stadio Minerao di Porto Alegre, In altre parole per la stampa newyokese la notizia da offrire ai lettori  non è stata la vittoria della Germania ma la sconfitta, rovinosa per le imprevedibili modalità con cui si è consumata, della Selecao, liquefattasi in poco meno di venti minuti in cui ha incassato la strabiliante cifra di cinque goal, con l’ ulteriore appendice dei due che ne sono seguiti nella ripresa.

Nello spazio temporale di venti minuti, dall’11° al 29° minuto del primo tempo, non si è verosimilmente verificata solo una disfatta sportiva: dal catino dello stadio della capitale dello stato di Minais Gerais, divenuto  luogo simbolo di tutto il Brasile, c’è da crederlo, ha preso l’avvio una fase storica della nazione sudamericana che va ben oltre il mero dato tecnico e sportivo, di per sé comunque, sorprendente.

Non è certo il caso di abbandonarsi né ad analisi tecniche, né di scrivere epigrammi crepuscolari e retorici in cui, specie sui social network, tra i tanti, si è cimentato, ad esempio, l’eurodeputato del Pd ed ex mezzobusto del Tg3, David Sassoli (“rendiamo onore a questa squadra di vinti. Perché tutti, a turno, siamo vinti nella vita”. Mah!).

Continueranno nelle prossime ore a scorrere fiumi di inchiostro e assisteremo al consueto festival delle analisi della partita “a babbo morto”.

Il tema meritevole di attenzione è un altro: come uscirà la nazione brasiliana da uno psicodramma collettivo che colpisce un Paese in cui la religione del “futebol” con le suggestioni e le radicate certezze che per anni sono stati il principale collante e nutrimento che ha accompagnato e incoraggiato una crescita economica per alcuni aspetti abnorme di cui l’evento sportivo sarebbe dovuto essere il punto di riavvio di un’ulteriore espansione sociale ed economica che, peraltro, alla vigilia dell’evento, era già apparsa problematica? Le dichiarazioni a caldo del giocatore David Luiz e i cinguettii su Twitter della presidente Rousseff che, giustamente ha esortato i brasiliani a guardare avanti, sono le spie che suggeriscono il probabile aprirsi di una fase complessa e niente affatto tranquilla, con non irrilevanti conseguenze sul piano sociale.

Brasile-GermaniaLa Rousseff, in scadenza di mandato, dovrà fare i conti con il malcontento e le proteste di settori sempre più ampi dell’opinione pubblica, soprattutto rivolte contro sprechi e corruttele, che sono rimaste  sottotraccia durante la kermesse ma che, presto o tardi potrebbero riesplodere fragorosamente, poiché è evidente che la non gloriosa e traumatica fine di quella che avrebbe dovuto essere l’epopea della Selecao avrà ricadute devastanti e anche drammatiche su una nazione che, privata della realizzazione di un sogno non solo sportivo, si ritroverà a dover fare i conti con un risveglio in cui verranno al pettine tutti i nodi e le contraddizioni che, peraltro, erano già abbastanza evidenti.

L’impressione è che si aprirà il vaso di Pandora da cui usciranno in tutta la loro cruda evidenza gli errori e gli orrori che hanno contrappuntato l’organizzazione del mondiale: a cominciare dalle spese faraoniche e incontrollate per la ristrutturazione e la ricostruzione degli impianti, alcuni dei quali resteranno cattedrali nel deserto o nella foresta amazzonica. Ritenere che il conto di tali eccessi non arrivi è una favola a cui non crederebbero neppure i bambini in lacrime ripresi da fotografi e  cineoperatori nel corso del “Mineiranazo”.

Il Brasile non potrà più guardare se stesso attraverso  lo specchio deformato nel quale prevaleva l’immagine felice di un Paese in rapida emancipazione, con una crescita sociale e con un benessere maggiormente diffusi, peraltro in misura ancora insufficiente, che pure, in particolare con la presidenza Lula, erano stati la cifra prevalente negli anni passati.

Si apre una fase nella quale la forbice, ancora ampia, che separa le élite economico e finanziarie dal resto della popolazione rischia di allargarsi ulteriormente con modalità e successivi costi sociali prevedibilmente importanti.

In altre parole, un periodo torbido e dalle prospettive tutt’altro che rassicuranti.

Emanuele Pecheux

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