venerdì, 19 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Immigrati, in dieci anni sono quasi triplicati
Pubblicato il 07-07-2014


Immigrati-lavoroL’Italia, insieme alla Spagna, è il Paese dell’OCSE che dal 2000 ha vissuto la maggiore crescita annuale della popolazione immigrata. La percentuale di immigrati sul totale della popolazione è quasi triplicata tra il 2001 e il 2011 fino a raggiungere il 9%, ovvero circa 4,5 milioni di persone, che rappresentano quasi l’11% della popolazione in età lavorativa, quella compresa tra i 15 e i 64 anni.

Una situazione difficile che spesso si percepisce soltanto attraverso la cronaca degli sbarchi che invece è solo la punta di un iceberg di grande complessità e problematicità.

Secondo un rapporto stilato dall’OCSE, l’Italia dovrebbe impegnarsi per favorire l’integrazione degli immigrati e dei loro figli nella società e far sì che acquisiscano le capacità necessarie per migliorare le loro prospettive lavorative e i loro salari.
Nel rapporto Lavoro per gli immigrati: l’integrazione nel mercato del lavoro in Italia si afferma che molti immigrati arrivano in Italia per lavorare, piuttosto che per ricongiungimento familiare o per ragioni umanitarie, e nella popolazione in età lavorativa il loro tasso di occupazione è maggiore rispetto ai nativi. Molti di loro, però, sono intrappolati in lavori a bassa produttività e mal pagati e costituiscono una buona parte dei lavoratori in condizioni di povertà.

Un fenomeno di dimensioni enormi e scandalose che vede questi immigrati usati come mano d’opera a basso costo soprattutto nel Mezzogiorno, dove il lavoro viene pagato meno che agli italiani. E naturalmente si tratta di ‘lavoro nero’ senza nessuna copertura assicurativa e previdenziale e al netto delle tasse evase. A partire dal 2007 la disoccupazione ha colpito soprattutto gli stranieri meno istruiti, attestandosi nel 2012 al 12,6% per gli uomini e al 15,9% per le donne, in qualche modo protette dal persistere della domanda nei settori dei servizi domestici e alla persona. Ma non va meglio neppure per quella parte di loro (il 10%) classificati come altamente qualificati, che rappresentano l’unico gruppo con tassi di occupazione più bassi rispetto agli italiani.

Ancora secondo l’Ocse, gli immigrati di sesso maschile sono stati colpiti molto duramente dalla crisi economica, data la loro concentrazione nell’edilizia e nel settore manifatturiero. Il loro tasso di occupazione ha raggiunto il 72% nel 2012 diminuendo di 10 punti percentuali dal 2008, circa il doppio rispetto ai nativi. Quasi la metà delle donne immigrate, nota il rapporto, lavora come badante, un’occupazione che dipende principalmente dai risparmi delle famiglie che si stanno notevolmente riducendo.
Complessivamente, gli immigrati, uomini e donne, costituiscono rispettivamente il 31% e il 40% dei lavoratori poco qualificati nel 2012. Solo la metà di loro ha un titolo di studio superiore alla licenza media e pochi parlano italiano al momento dell’arrivo.

Inizialmente gli immigrati provenivano dall’area europea e poi dal Nord Africa e dalle Filippine. Con la caduta del Blocco sovietico e con l’allargamento dell’Unione, sono cresciuti rapidamente gli immigrati di origine europea, soprattutto Albanesi, Rumeni ed ex-Jugoslavi, che oggi sono più della metà del totale. Particolarmente deficitario è il sistema dei permessi che attualmente fa sì che venga concesso uno status temporaneo prolungato solo al 50% circa degli immigrati extracomunitari mentre l’altra metà deve affrontare un percorso lungo e incerto per la naturalizzazione. Un pasticcio all’italiana che si ritrova anche nelle procedure per l’acquisizione della cittadinanza, introdotte da riforme recenti, e che sono molto rigide rispetto ad altri Paesi Ocse.
Ma la sfida cruciale, quella che avrà riflessi pesanti sul futuro degli immigrati e del nostro Paese, è quella dell’integrazione. E qui sono dolori perché l’Italia integra e poco e male.

È necessario, suggerisce l’Ocse, un coordinamento meglio definito e più efficiente per le politiche di integrazione tra livelli locali e sub-nazionali. Rendere più efficiente la burocrazia, identificare i progetti di integrazione efficaci e prenderli come modello da seguire sono passi da compiere. L’offerta di corsi di lingua è un esempio di mancanza di coordinamento, dal momento che esiste una miriade di soggetti diversi che finanzia e offre questi servizi, spesso con forti sovrapposizioni.

Un’altra importante sfida a lungo termine è l’integrazione dei figli degli immigrati nel sistema educativo e nel mercato del lavoro. È un punto fondamentale dato che la percentuale di bambini immigrati raggiungerà presto le proporzioni viste in altri Paesi con un’immigrazione di lunga data, come l’Austria e l’Olanda. La maggioranza degli studenti immigrati ha genitori poco istruiti e non ottiene buoni risultati a scuola. Per i quindicenni coinvolti nell’indagine PISA, la differenza tra i risultati ottenuti dagli studenti immigrati e quelli ottenuti dai nativi è una tra le più alte nei Paesi OCSE.

I dopo-scuola, insieme a corsi di lingua, servirebbero a migliorare la situazione, insieme a misure per incentivare le famiglie a portare in Italia i loro figli il prima possibile, così che possano imparare la lingua a scuola.
Non tutti i figli degli immigrati sono consapevoli del loro diritto alla naturalizzazione. L’acquisizione della cittadinanza dovrebbe essere facilitata ed incoraggiata, dal momento che i figli degli immigrati naturalizzati hanno risultati migliori nel mercato del lavoro. Sarebbe compito dei Comuni diffondere le buone pratiche esistenti per raggiungere i minori e le loro famiglie ed incoraggiarli a sfruttare questa possibilità.

Redazione Avanti!

Per scaricare il rapporto si può visitare la Divisione Media dell’OCSE  o contattare la news room (news.contact@oecd.org).

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