lunedì, 22 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Inail, infortuni sul lavoro ancora in calo nel 2013
Pubblicato il 13-07-2014


La serie storica del numero degli infortuni sul lavoro prosegue il suo andamento decrescente. Nel 2013, infatti, l’Inail ha registrato 694.648 denunce, circa 50mila in meno rispetto all’anno precedente, equivalenti a una riduzione percentuale di quasi il 7%; che sale al 21% nel confronto con lo stesso dato relativo al 2009. Gli infortuni riconosciuti sul lavoro dall’Istituto sono invece diminuiti di più del 9%, passando dagli oltre 500mila del 2012 ai circa 457mila dell’anno scorso. Questi alcuni dei dati principali sull’andamento infortunistico emersi dalla Relazione annuale illustrata recentemente nella Sala della Regina di palazzo Montecitorio dal presidente dell’Inail, Massimo De Felice, alla presenza della vicepresidente della Camera, Marina Sereni, e del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti.

Più della metà dei decessi legata al rischio strada. Più del 18% degli infortuni riconosciuti sul lavoro dall’Inail sono avvenuti “fuori dall’azienda”, cioè “con mezzo di trasporto” o “in itinere” (ovvero nel tragitto tra la casa e il posto di lavoro), ma la stessa percentuale sale fino a quasi il 57% nel caso degli incidenti che hanno avuto un esito mortale. Sul totale di 1.175 denunce di infortunio mortale (nel 2012 erano state 1.331), quelle finora riconosciute dall’Istituto come “sul lavoro” sono 660, di cui 376 avvenute “fuori dall’azienda”. Se i 36 casi ancora in istruttoria fossero tutti riconosciuti “sul lavoro” la riduzione sarebbe pari al 17% rispetto al 2012 e al 32% rispetto al 2009.

Oltre 11,5 milioni di giorni di inabilità. Dalla relazione di De Felice emerge anche che nel 2013 gli infortuni sul lavoro hanno causato circa 11,5 milioni di giornate di inabilità con costo a carico dell’Inail (nel 2012 erano circa due milioni in più): in media 81 giorni per gli infortuni che hanno provocato menomazione e circa 20 giorni per quelli in assenza di menomazione. L’indice di sinistrosità mostra per gli infortuni sul lavoro accaduti negli anni 2009-2011 un andamento lievemente decrescente verso il livello di 2,4 ogni 100 addetti esposti al rischio per un anno, mentre i casi mortali si mantengono sotto i quattro ogni 100mila addetti.

In aumento le denunce di malattie professionali. Le denunce di malattia presentate nel 2013 sono state 51.839, 5.556 in più rispetto alle 46.283 dell’anno precedente. Per 19.745, pari al 38%, l’Istituto ha riconosciuto la causa professionale, mentre circa il 3% è ancora nella fase istruttoria. Come sottolineato da De Felice, “è importante notare che le denunce riguardano le malattie e non le persone ammalate, che sono circa 39.300, al 41,9% delle quali è stata riconosciuta la causa professionale”. I lavoratori deceduti nel 2013 con riconoscimento di malattia professionale sono stati invece 1.475 (quasi il 33% in meno in confronto al 2009), di cui 376 per patologie asbesto-correlate protocollate nell’anno. L’analisi per classi di età evidenzia che il 62% di questi decessi è avvenuto oltre i 74 anni di età.

Nella sezione “open data” aggiornamenti a cadenza mensile. In un altro passaggio della sua relazione, De Felice ha ricordato anche che dopo l’apertura, nel corso del 2013, della sezione “open data” sul portale dell’Istituto, che mette a disposizione con cadenza semestrale le serie storiche quinquennali dei dati sui singoli casi di infortunio – corredati da modello di lettura, vocabolario e tabelle di sintesi – a partire dai primi mesi di quest’anno “sono stati resi pubblici, con cadenza mensile, i dati sulle denunce d’infortunio, garantendo il raffronto con gli andamenti di periodo dell’anno precedente”. La pubblicazione dei dati a cadenza mensile e semestrale è dettata dall’esigenza di tutelare la “data quality” ed è regolata da un calendario, anch’esso pubblicato sul portale.

Un perimetro da completare. “I dati dell’Inail – ha puntualizzato De Felice – si riferiscono ai suoi assicurati, non coprono cioè l’intero perimetro del mondo del lavoro”, essendo escluse dalla copertura garantita dall’Istituto alcune categorie di lavoratori come quelli delle forze armate e di polizia, i vigili del fuoco e i volontari della protezione civile. L’Inail, però, “è disponibile a ricevere ed elaborare dati per completare il perimetro e assolvere il compito di ‘authority delle conoscenze per la sicurezza e salute nei luoghi di lavoro’, come è stato auspicato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza nella Relazione programmatica 2014-2016”.

Predisposto un modello di lettura anche per le tecnopatie. Negli ultimi mesi è stato anche predisposto il modello di lettura delle malattie professionali, presentato agli organi dell’Ente assicuratore nel maggio scorso. Come già per gli infortuni, le scelte metodologiche alla base della pubblicazione saranno documentate in un Quaderno di ricerca dell’Istituto. Questa seconda fase del “progetto dati” dovrà essere conclusa entro l’anno, come annunciato nella sezione welfare dell’Agenda nazionale per la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico 2014.

Un programma per la valutazione dell’impatto economico. Nel frattempo è stato definito il programma di lavoro sulla valutazione economica di infortuni e malattie. Si tratta di “un passo importante – ha precisato De Felice – perché si riverbera sull’analisi dei dati contabili, sui metodi di valutazione delle grandezze attuariali, in particolare sulle basi tecniche per il calcolo della riserva, e quindi sugli schemi di controllo della solvibilità. Il programma, perciò, è strettamente collegato all’impegno di revisione dei premi e delle prestazioni richiesto nella legge di stabilità, alla verifica di sostenibilità economica, anch’essa prevista a seguito della riduzione dei premi e di adeguamento delle prestazioni nella legge, e al progetto di bilancio attuariale”.

Poletti: il lavoro dell’Inail per la prevenzione da’ risultati

Il miglioramento dell’andamento degli infortuni sul lavoro non induca ad abbassare la guardia, ma rappresenti uno stimolo per incentivare ulteriormente la diffusione della cultura della sicurezza. Questo l’auspicio comune espresso formalmente, nella Sala della Regina, a Montecitorio, dalla vicepresidente della Camera, Marina Sereni, e dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, in occasione della presentazione della Relazione annuale 2013 del presidente dell’Inail, Massimo De Felice. I numeri diffusi dall’Istituto sono certamente positivi – è la valutazione – e proprio per questo è necessario proseguire nella strada della prevenzione e del contrasto a ogni forma di illegalità.

Sereni: “Mettere in atto tutte le misure di contrasto agli infortuni”.

“Bisogna garantire a tutti la possibilità di lavorare senza compromettere i più elementari diritti della persona umana, come quelli alla vita e alla salute – ha affermato Sereni, portando il saluto del presidente della Camera, Laura Boldrini – In tempi di crisi come quelli attuali le persone sono più fragili e più vulnerabili rispetto alla prospettiva di ottenere comunque un posto di lavoro, anche in nero ed esposto a rischi. Proprio per questa ragione devono essere oggi raddoppiati gli sforzi per vigilare sulle norme di sicurezza e per mettere in atto tutte le misure atte a prevenire gli incidenti nei luoghi di lavoro”.

Il riconoscimento all’azione di sensibilizzazione del presidente Napolitano. Dopo aver ricordato “l’instancabile azione svolta dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per sensibilizzare gli operatori economici e l’opinione pubblica sul problema della sicurezza nei luoghi di lavoro”, Sereni ha sottolineato che “i controlli non devono essere ottusamente burocratici, appesantendo le nostre imprese di adempimenti meramente formali, ma mirare a prevenire in modo intelligente i rischi reali per la salute dei lavoratori”.

“L’Italia deve aspirare a un primato mondiale nella prevenzione”. “Il benessere dei lavoratori è un obiettivo che premia quelle imprese che vogliono competere non in una corsa verso il basso nella tutela dei diritti, ma nell’eccellenza delle risorse umane impiegate – ha concluso Sereni – Un grande paese industriale come l’Italia deve aspirare a un primato mondiale nel campo della prevenzione, della riabilitazione, del reinserimento degli infortunati. Si tratta di obiettivi ambiziosi, ma alla nostra portata”.

Poletti: “Il calo degli infortuni non è imputabile solo alla crisi”. Forti contenuti propositivi hanno caratterizzato anche l’intervento del ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Giuliano Poletti. Evidenziando come il miglioramento dell’andamento infortunistico non sia dovuto solo agli effetti della crisi economica, Poletti ha rimarcato che “il lavoro sul versante della prevenzione e dell’informazione tra l’Inail e le imprese dà risultati”. “Nonostante la depurazione della diminuzione percentuale degli occupati e del numero delle aziende, il calo degli infortuni e delle morti sul lavoro è effettivo – ha rilevato – E’ un buon dato, ma non è un punto di arrivo. Potremmo essere soddisfatti quando gli infortuni non ci saranno più. E’ evidente che sia in atto una dinamica positiva, ma dobbiamo fare in modo che le cose migliorino ancora”.

“Istituire un’Agenzia per le ispezioni”. Il ministro ha espresso parole di apprezzamento anche per l’attività svolta dall’Inail in relazione agli “open data”. “Il fattore della trasparenza, inteso come buona conoscenza dei fenomeni, è un elemento di importanza essenziale – ha puntualizzato. “Credo che la migliore vigilanza sia quella che possono fare i cittadini e, da questo punto di vista, il lavoro dell’Inail è particolarmente importante” ha seguitato. Infine, Poletti ha annunciato che è allo studio la possibilità d’introdurre un’Agenzia per le ispezioni. “Oggi Inail, Inps e ministero del Lavoro svolgono ognuno le proprie operazioni di vigilanza – ha concluso – Occorre, invece, una strumentazione più adatta, con cui cercheremo di dare efficacia e efficienza finalmente alle attività di controllo, riducendo il numero di presenze nelle aziende, ma facendo un lavoro più qualificante”.

Fisco online

I CITTADINI ANCORA NON SI FIDANO DEL WEB

In Italia, ancora solo il 23,5% dei cittadini afferma di aver effettuato almeno un pagamento elettronico alla pubblica amministrazione, anche se le percentuali variano sensibilmente a seconda della tipologia di pagamento. E’ quanto è emerso dalconvegno “eGovernment, non solo moda” che l’Osservatorio Pubblica Amministrazione del Politecnico di Milano ha tenuto, giovedì 3 luglio 2014, a Roma. La ricerca elaborata offre dati relativi ai pagamenti elettronici dei nostri concittadini alla PA e fotografa un sostanziale stallo delle nostre amministrazioni. Un altro capitolo attiene gli acquisti e la loro razionalizzazione. Un terzo capitolo è dedicato ai percorsi dell’innovazione nei Comuni. Mentre la parte finale interessa l’Open Government ed il difficile dispiegarsi della trasparenza. Non esiste un identikit di chi paga attraverso i canali innovativi ma è comunque più probabile che abbia meno di 55 anni, che possegga una laurea e che risieda in centri con più di 100.000 abitanti. L’80% di chi li ha utilizzati è rimasto soddisfatto o molto soddisfatto soprattutto perché ha potuto risparmiare tempo e spostamenti. Ma allora, perché 3 cittadini su 4 non hanno ancora usufruito di questi servizi? Circa il 65% di chi non li ha utilizzati dichiara di preferire altri canali o di non fidarsi del Web. La restante parte, sostiene che non ne conosceva l’esistenza, di aver provato a utilizzarli ma senza successo o di non aver trovato quello che cercava. Dal lato dell’offerta, poco più di un quarto degli Enti informa di mettere a disposizione un sistema di pagamento digitale alla propria utenza, mentre superano i due terzi i Comuni con più di 50.000 abitanti che lo fanno.  I versamenti relativi ai tributi, alle attività parascolastiche e alle multe sembrano essere quelli più multicanale. Tuttavia, l’attuale approccio alla multicanalità delle municipalità sembra più frutto di una governance poco strutturata che di una ponderata strategia. Infatti solo un ente su due ha individuato al proprio interno un unico centro di competenza per la gestione di questi aspetti. Inoltre, meno dell’1% dei rispondenti ha realizzato un’unica piattaforma per la gestione di tutti i servizi di pagamento e, se il 31% sta valutando se adottarne una, circa i due terzi non considerano questo un tema prioritario nella propria agenda. La principale criticità segnalata è di non riuscire a gestire con adeguate risorse e competenze il processo di cambiamento indispensabile per la corretta adozione dei nuovi strumenti. Per questo motivo, oltre il 50% degli Enti non ha ancora fatto nulla e non prevede di farlo neanche nei prossimi 2 anni. Appare quindi fondamentale il supporto di organismi istituzionali sovraordinati, quali le Regioni, per accelerare questo processo di cambiamento attraverso la diffusione di soluzioni centralizzate e interoperabili come il Nodo dei Pagamenti dell’Agenzia per l’Italia Digitale.

Carlo Pareto

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