sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Inps, azzerati gli errori dell’Istituto sulle pensioni
Pubblicato il 28-07-2014


Sembra quasi un condono tombale o comunque qualcosa che gli somiglia tanto. Il 5 luglio del corrente anno sono stati azzerati gli errori commessi (dal 2001 in poi) dall’Inps nella determinazione del rendimento della pensione. A partire dal 6 luglio scorso, quindi, i pensionati che negli anni passati avevano riscontrato errori di calcolo nei loro trattamenti di quiescenza non potranno più rivendicarne la correzione a proprio favore. A sollevare il problema sono stati i consulenti del lavoro che, con una recente circolare della loro Fondazione studi sottolineano le criticità.

La norma di abolizione del percorso di rettifica Inps è stato introdotto dalla legge 111/2011 poi ripresa nei dettami fondamentali dal messaggio Inps 4774 del 19 2014. La disposizione riduce di fatto da 10 a 3 anni i termini di decadenza del diritto dei pensionati a ricorrere in giudizio contro l’Istituto di previdenza sociale. Secondo recenti elaborazioni effettuate dalla Fondazione studi dei Consulenti del lavoro in Italia il 38% circa delle prestazioni pensionistiche liquidate contiene degli errori di computo, un dato che dà immediatamente un’immagine sintetica della platea più o meno potenziale interessata dal provvedimento.

Gli sbagli di calcolo, quando sono a sfavore del pensionato si aggirano mediamente su un importo di 30 euro al mese. Se l’impossibilità a ricorrere riguardasse tutta la potenziale platea eventualmente coinvolta, l’impatto di questo taglio lieviterebbe a circa 3 miliardi di euro. Con la previsione della decadenza è stato stabilito un periodo di tre anni entro i quali il pensionato deve accorgersi degli errori commessi dall’Inps nel conteggio della propria rendita previdenziale; in assenza di contestazione, perderebbe questo diritto anche per il futuro mantenendo dunque una pensione sbagliata a vita.

Alla luce di quanto appena indicato, la Fondazione Studi consiglia ai pensionati di attivarsi per verificare che attualmente l’importo del trattamento erogato dall’Inps sia corretto rivolgendosi alle sedi dell’Istituto territorialmente competenti per residenza del titolare interessato. Nel caso di un errore che abbia prodotto una corresponsione di un assegno di quiescenza di importo inferiore al dovuto, il suggerimento è quello di adire velocemente l’autorità giudiziaria: “Il termine di decadenza di tre anni per intraprendere l’azione legale, decorre dall’erogazione di ogni singolo rateo di prestazione. Pertanto il diritto di ogni rateo è da considerarsi autonomo rispetto al complessivo diritto alla pensione”.

Scuola, indennità di disoccupazione per precari

Sono in arrivo delle buone notizie per tutti gli insegnanti precari secondo quanto stabilito dal messaggio N. 6050/2014 dell’Inps che darà un pò più di ottimismo in questi mesi estivi a questa bistrattata categoria di lavoratori. In quest’ultima nota, infatti, sono state rilasciate importanti e precise informazioni per quanto concerne l’aspetto della retribuzione nei periodi di inattività. Secondo quanto disposto dall’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, infatti, anche i docenti precari avranno diritto all’Aspi in relazione alle giornate non lavorate dei mesi di luglio e agosto, che, naturalmente, non sono soggette attualmente ad alcuna retribuzione.

Miur, scuola, Aspi anche ai docenti precari per i mesi di luglio e agosto
Quella trattata dall’Inps non è una questione di poco conto perché va a regolamentare finalmente il trattamento di tutti quei docenti fuori ruolo che, nei giorni successivi al 30 giugno, rimanevano esclusi dall’erogazione delle mensilità relative ai mesi estivi, ovvero luglio e agosto. Secondo quanto specificato in questo documento dell’Ente assicuratore, invece, il rapporto di lavoro a tempo indeterminato di questa categoria di lavoratori, ovvero gli insegnanti precari, si deve considerare come costituito a decorrere dalla nomina agli effetti giuridici.

Che cosa ne consegue? Che la retrodatazione degli effetti giuridici non deve andare ad intaccare quello che deve essere considerato come un sostanziale stato di disoccupazione, nonostante la scissione tra l’epoca degli effetti giuridici e quella successiva, quella che, in pratica, riguarda gli effetti economici. C’è anche da considerare un altro elemento: non si può imputare alla volontà del lavoratore l’inattività riguardante il periodo non lavorato e quello che comporta un’inevitabile stato di disoccupazione. Ecco perchè l’Inps ha ritenuto giusto allargare anche agli insegnanti precari il diritto alla riscossione dell’indennità di disoccupazione Aspi relativamente alle giornate di nomina giuridica non lavorate e prive di retribuzione.

Ex Enpals, estratti conto solo online

Dal 1° agosto le domande di estratto conto certificativo di artisti e sportivi potranno essere presentate solo in via telematica. Lo spiega l’Inps, nel messaggio 6058/2014 ricordando che, in seguito al passaggio all’Istituto delle funzioni di Inpdap ed Enpals, anche a queste due gestioni è stato esteso il programma di telematizzazione dei servizi. L’inoltro delle relative istanze potrà essere effettuato con le seguenti modalità:

Web – Servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite Pin attraverso il portale dell’Istituto;
Servizio di invio online;
patronati – usufruendo dei servizi telematici offerti dagli stessi;
Contact center – chiamando da rete fissa il numero verde 803164 oppure da telefono cellulare il numero 06164164 a pagamento secondo il piano tariffario del proprio gestore telefonico. Il Contact center fornirà al cittadino tutte le informazioni in materia, nonché l’assistenza in merito al servizio web per orientarlo al corretto utilizzo dello stesso, supportandolo in tutte le fasi.

Pensioni, la riforma includerà penalizzazioni

La pensione anticipata continua a scatenare dibattiti accesi. Al momento l’istituto viene definito dall’Inps come “una prestazione economica a domanda, erogata ai lavoratori dipendenti e autonomi iscritti all’assicurazione generale obbligatoria (AGO) ed alle forme sostitutive, esonerative ed integrative, la cui pensione è liquidata con il sistema di calcolo retributivo, misto o contributivo”.

Sul tavolo del Governo però ci sono una serie di proposte di riforma che puntano a migliorare e in qualche modo estendere a più categorie di lavoratori la possibilità di andare in pensione prima come: l’uscita flessibile a 62 anni con 35 anni di contributi; la scelta di passare da lavoro full time a lavoro part time con orario ridotto e riduzione della retribuzione (ma con contributi pagati regolarmente); nonché il sistema di calcolo contributivo, che dovrebbe essere allargato a tutti, uomini e donne, e fino al 2018, e infine il prestito pensionistico.

La verità è che l’Italia attraversa un momento di crisi ancora profondo, che non vi sono le risorse che si vorrebbero per mettere in pratica le proposte più ‘comode’ per i lavoratori e tanto richieste e che la riforma delle pensioni attuale, pur riportando errori e rigidità, è l’unica finora in grado di garantire un risparmio di circa 80 miliardi di euro. Appare, dunque, ben evidente come di fronte a tale cifra ogni ipotesi di cambiamenti sfumi.

Ridurre la spesa pubblica per permettere di accumulare risorse da impiegare per modificare le pensioni; questa pare l’unica reale opzione e pertanto si torna a pensare alle possibilità che il commissario straordinario per la spending review, Cottarelli, aveva anticipato e che prevedevano un piano di tagli anche sulle pensioni, a partire da: un nuovo contributo di solidarietà per le cosiddette pensioni d’oro; la deindicizzazione delle pensioni più alte dal 2015; la revisione delle pensioni di guerra; la parità nella contribuzione tra uomini e donne; l’abbassamento della percentuale di conversione e del valore delle pensioni di reversibilità in base al reddito.

Stress lavoro correlato e rischi psico-sociali: per l’Europa un conto salatissimo

Affrontare lo stress lavoro-correlato e i rischi psicosociali può essere considerato costoso, ma ignorarli costa molto di più. Nei Paesi del vecchio continente almeno 20 miliardi all’anno, stando alla stima più prudente (e datata) citata nella recente relazione Calculating the cost of work-related stress and psychosocial risks dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (Eu-Osha), che ha dedicato proprio a questi fenomeni la nuova edizione della sua campagna biennale “Ambienti di lavoro sani e sicuri”.

I calcoli della ricerca di un anno fa. Secondo un altro studio sulla salute mentale citato nella relazione, svolto nel 2013 grazie a un finanziamento dell’Unione europea, il conto annuale della depressione lavoro-correlata sarebbe, però, molto più salato. La stima è pari a ben 617 miliardi di euro all’anno ed è stata ottenuta sommando i 272 miliardi a carico dei datori di lavoro per assenteismo e presenteismo (ovvero la presenza al lavoro anche quando si è ammalati e non si può, di conseguenza, essere efficienti), i 242 miliardi di perdita di produttività, i 63 miliardi per l’assistenza sanitaria e i 39 miliardi versati dai sistemi del welfare sotto forma di rendite per disabilità.

È una delle sfide principali. Come confermano anche questi numeri, i rischi psicosociali e lo stress di origine lavorativa rappresentano una delle sfide principali con cui è necessario confrontarsi nel campo della salute e della sicurezza sul lavoro, in quanto possono avere importanti ripercussioni sulla salute delle singole persone, ma anche su quella delle imprese e delle economie nazionali. Circa la metà dei lavoratori europei considera lo stress un fenomeno comune nei luoghi di lavoro e ad esso è dovuta quasi la metà di tutte le giornate lavorative perse. Oltre ai problemi di salute mentale, i lavoratori sottoposti a stress prolungato possono infatti sviluppare gravi problemi di salute fisica, come le malattie cardiovascolari o i disturbi muscoloscheletrici.

Una revisione della letteratura disponibile. Anche se sono in ascesa le prove che suggeriscono che lo stress lavoro-correlato e i rischi psicosociali comportino costi significativi, i dati che dimostrano la natura effettiva di questa zavorra finanziaria per i datori di lavoro e le società in generale rimangono per ora limitati. Di qui la decisione dell’Agenzia di Bilbao di condurre una revisione della letteratura disponibile sul costo di questi fenomeni a ogni livello – individuale, aziendale, settoriale e sociale – per discuterne la complessità e individuare le lacune esistenti.

Tracciata una mappa a pelle di leopardo. La mappa che emerge dalla relazione dell’Eu-Osha è a pelle di leopardo. I Paesi europei per cui sono riportate statistiche più o meno dettagliate relative ai costi sociali dello stress sono, infatti, soltanto otto (Danimarca, Francia, Germania, Olanda, Spagna, Svizzera, Svezia, Gran Bretagna), mentre tra quelli extracontinentali sono citati i casi di Australia, Canada e Stati Uniti. Il quadro, inoltre, si fa ancora più rarefatto quando si tratta di individuare ricerche relative ai costi sostenuti a livello aziendale o settoriale.

Per ogni euro in prevenzione un beneficio di 13,6. Nella sua analisi, l’Agenzia di Bilbao si sofferma anche sulla valutazione economica degli interventi che affrontano lo stress lavoro-correlato e i rischi psicosociali, partendo dalla stima formulata nello studio Matrix del 2013 sulla salute mentale sul lavoro, secondo cui ogni euro investito in programmi di promozione e prevenzione genera nell’arco di un anno un beneficio economico pari a circa 13,6.

Carlo Pareto

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