venerdì, 17 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

La memoria da non perdere: Carmelo Battaglia
Pubblicato il 14-07-2014


Chi potrebbe mai commemorare il martirio di San Bartolomeo senza dire che era cristiano o Martin Luther King senza ricordare che era di colore o Anna Frank senza dire che era ebrea? Eppure, Laura Boldrini, il 10 giugno scorso, è riuscita in un’impresa simile. Ricorreva il 90° anniversario della morte di Giacomo Matteotti, una delle figure più importante della storia del socialismo italiano, ucciso da una squadraccia fascista per la sua forte opposizione parlamentare al regime e la presidente della Camera, commemorandolo, ha dimenticato di ricordare agli italiani in quale partito e in quale idea politica si riconoscesse Matteotti. La Boldrini ha ricordato l’impegno riformista di Matteotti in Parlamento, ma senza alcun riferimento alla militanza socialista nel Partito Socialista unitario di Filippo Turati, del quale fu segretario.

La Boldrini però, non ha avuto gli stessi problemi di memoria quando, un paio di giorni dopo, ha fatto un intervento in occasione dei 30 anni dalla scomparsa di Enrico Berlinguer. In quella circostanza la Boldrini ha evidenziato l’appartenenza di Berlinguer al partito comunista, ricordando “l’importante stagione di conquiste sociali e civili” della sua segreteria e la “svolta” democratica eurocomunista“. Siamo in presenza di una vera e propria manipolazione da ministero della Verità, che George Orwell nel romanzo “1984” descrive come metafora del comunismo sovietico.

D’altronde, i socialisti sono abituati ai tentativi di oblio, tra cui le vicende del dopoguerra legate alla tragica scia di sangue dei sindacalisti siciliani trucidati. Una drammatica sequenza di assassinii che collega con un “filo rosso” ideale dirigenti sindacali di sinistra, l’eccidio di Portella della Ginestra, l’assassinio di Pio La Torre, dei magistrati Scaglione e Costa, dei commissari Boris Giuliano e Beppe Montana sino al cratere di Capaci e alla strage di via D’Amelio, con l’uccisione dei magistrati Falcone e Borsellino e delle loro scorte.

Dalle carte processuali relative ai sindacalisti siciliani martirizzati dalla mafia dopo la fine della seconda guerra mondiale e agli albori dell’Italia repubblicana, emergono figure nitide ed esemplari, i cui nomi, tra i quali i socialisti Placido Rizzotto, Salvatore Carnevale, Calogero Cangelosi ed Epifanio Li Puma, sono stati a lungo, e a ben ragione, tra i simboli della sinistra nell’Isola, prima che il “nuovismo” e l’acritica accettazione del “culto” del mercato facessero tabula rasa di una storia e di una tradizione legate alle lotte sociali e alle battaglie contadine, strumenti fondamentali di riscatto per i ceti più deboli, contro le inconfessabili alleanze tra il notabilato aristocratico e borghese isolani e Cosa nostra, passando per pezzi dell’apparato istituzionale, avvenute dal 1944 sino agli anni ’80 del Novecento. La gran parte di quei drammatici delitti vide come “scenario” le zone dei feudi in provincia di Palermo: il Corleonese, il Partinicese e le Madonie. Si consumò a Portella della Ginestra (tra Piana e S. Giuseppe) la strage del 1° Maggio ’47; Epifanio Li Puma fu assassinato a Petralia il 2 marzo, Placido Rizzotto a Corleone il 10 marzo e Calogero Cangelosi a Camporeale il 1° aprile di quel terribile 1948; Salvatore Carnevale fu trucidato il 16 maggio 1955, mentre si recava al lavoro in una cava di pietre a Sciara, in provincia di Palermo.

E tra queste mirabili figure di dirigenti sindacali socialisti trucidati dalla mafia si deve ricordare Carmelo Battaglia, ucciso all’alba del 24 marzo 1966.

Carmelo Battaglia, sindacalista socialista dei Nebrodi in provincia di Messina (uno dei territori siciliani fondamentali delle lotte contadine nel dopoguerra), era stato dirigente della Camera del lavoro di Tusa e socio fondatore della cooperativa “Risveglio alesino”, nata nel 1945 per la concessione delle terre incolte. Nel 1965, i contadini e coltivatori cooperatori, insieme a quelli di una cooperativa di Castel di Lucio, erano riusciti ad acquistare dalla baronessa Lipari, il feudo Foieri, che si estendeva per 270 ettari. Un’iniziativa di grande rilevanza sociale, che poneva un ulteriore tassello alla fine della gestione feudale delle terre, ma che venne immediatamente contrastata dai gabellieri dell’epoca, i quali avevano gestito il feudo sino ad allora. Nel quadro del forte conflitto scaturito, maturò, probabilmente, il delitto Battaglia.

Carmelo Battaglia, assieme agli altri sindacalisti socialisti uccisi, dovrebbe essere recuperato non solo alla memoria storica, ma anche all’attualità politica, per illustrare una via alla sinistra legata ai valori di democrazia, di legalità, del lavoro, di diritti sociali, che si possono sintetizzare in un modo soltanto: socialismo!

Maurizio Ballistreri

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Commenti all'articolo
  1. caro Ballistreri, grazie per il ricordo di questo antico compagno. Però, permettimi, non puoi lasciarci nella suspence come hai fatto.
    Direi che hai l’obbligo di raccontarci quale è stato il destino della cooperativa di San Lucio negli anni successivi :).
    Grazie di nuovo.

  2. Carissimo Maurizio, importantissimo il tuo recupero storico delle
    fulgide figure che si sono immolate per un grande ideale.Ma il Partito Socialista , la Sinistra ha affievolito l’impegno per cui si battevano questi nostri martiri.Noi continuiamo a sperare e lottare …………….

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