lunedì, 18 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

La riduzione dell’orario
di lavoro a 36 ore
Pubblicato il 21-07-2014


LavoroNel 1997 quando c’era il governo Prodi fu proposta per la prima volta, in maniera semi-organica, la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro da 40 a 36 ore settimanali. Un sogno, quella della possibilità di un tempo di lavoro ridotto a poche ore al giorno, che non nasce negli ultimi quindici anni, ma percorre tutto il XX secolo. Economisti, sociologi e filosofi del calibro di Paul Lafargue, Alfred Marshall, John Maynard Keynes e, ovviamente, Karl Marx hanno auspicato giornate lavorative anche di tre o quattro ore. Tutto ciò per dedicare il tempo rimanente ad attività libere che esaltino la creatività umana. I cambiamenti nei modi di produzione, dal sistema fordista-taylorista a quello toyotista, ha riacceso i dibattiti sulla riduzione della giornata lavorativa.

In un mondo globalizzato, meccanizzato e digitalizzato la forza-lavoro di per sé ha perso di significato. La diminuzione delle ore lavorative, a parità di salario, è una concreta possibilità di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro nonché uno degli strumenti più efficaci per affrontare il problema della disoccupazione, vera bestia nera dei nostri tempi. Negli ultimi due decenni la parola ricorrente è stata “flessibilità”, tornato in auge di recente con l’elezione a presidente della Commissione Europea di Jean-Claude Juncker (PPE). Un termine che racchiude in sé una realtà: il cambiamento epocale nel mercato del lavoro e nell’organizzazione interna al ciclo economico produttivo. La dottrina giuslavorista deve essere modificata poiché per numerosi economisti alla riduzione dell’orario lavorativo corrisponderebbe un decremento della disoccupazione. La flessibilità del lavoro, che comprende anche la riduzione dell’orario di lavoro lavorativo a parità di retribuzione, è invocata da più soggetti economici tra cui gli imprenditori, i quali indicano questo tipo di riforma come una condizione indispensabile per adattarsi all’incessante cambiamento tecnologico-organizzativo in mercati sempre più globalizzati.

Inoltre questa svolta epocale è richiesta con forza anche dai lavoratori che ne individuano una nuova forma di emancipazione in vista di un migliore perseguimento del proprio benessere. La flessibilità dell’orario di lavoro è stata proposta da esperti e perseguita da politici nella convinzione che avrebbe consentito di aumentare l’occupazione dei lavoratori potenziali, con particolare attenzione ai giovani. Un cambiamento atteso soprattutto in Italia, dove la disoccupazione giovanile nella fascia d’età 18-25 anni è pari al 46%, mentre su scala nazionale si attesta intorno al 12,8%.

La riduzione effettiva delle ore lavorate è una misura con una duplice finalità: aumentare il benessere psicofisico del lavoratore e strumento atto a ridurre la disoccupazione ripartendo il lavoro tra un numero maggiore di soggetti. L’aumento del tempo libero è il frutto del progresso tecnologico in atto e in una prospettiva di breve periodo sarà necessario prenderne coscienza. Le classiche 8 ore lavorative sono già obsolete. Diverso, invece, il discorso della sicurezza del posto fisso di lavoro, il quale deve essere costantemente protetto. In questa logica i sindacati devono riassumere quel ruolo originario che la Storia gli ha assegnato: la difesa ei diritti dei lavoratori.

La risposta che a partire dagli anni Novanta è stata data alla crescita della disoccupazione è la precarietà travestita sotto la veste della flessibilità. La soluzione più congrua alla malattia del XXI secolo, la disoccupazione, consiste in un semplice calcolo aritmetico. Infatti, se il sistema produttivo richiede in un periodo di tempo un dato numero di ore di lavoro con un determinato numero di addetti per raggiungere un certo livello di prodotto, allora basterebbe ridurre il numero medio di ore lavorate per aumentare il numero di occupati necessari per raggiungere il medesimo livello di prodotto. Il famoso slogan propagandato “lavorare meno, lavorare tutti” deve essere revisionato in “lavorare meno, lavorare tutti a parità do retribuzione”. La nozione di worksharing muove in questa direzione, cioè coloro che hanno un lavoro dovrebbero lavorare meno ore al fine di creare nuove opportunità occupazionale in favore di coloro che vedono un’attività fissa lavorativa come un miraggio.

Tuttavia è da evidenziare i punti deboli di questo tipo di riforma. La riduzione dell’orario di lavoro comporta teoricamente l’allargamento della base occupazionale, ma se ciò avvenisse a parità di salario si prospetterebbe il pericolo di appesantire gli oneri dei datori di lavoro, indebolendo dunque la loro concorrenzialità. Perciò la riduzione della giornata lavorativa non può prescindere da una completa revisione della contrattazione collettiva, della dottrina giuslavorista e del sistema di Welfare State.

L’accordo più noto è quello della Volkswagen, siglato nel marzo 1994, il quale prevedeva una riduzione progressiva dell’orario settimanale fino a 30 ore per i propri operai, con l’obiettivo di creare nuovi posti do lavoro. Tuttavia l’esperimento ebbe vita breve e nell’arco di un anno fu revocato l’accordo. Un esempio più significativo è quello francese poiché intervenne direttamente il governo su tale questione. La Francia è stato l’unico Paese industrializzato che ritenuto opportuno ricorrere ad una riduzione dell’orario di lavoro per contrastare la disoccupazione avvalendosi di provvedimenti legislativi tra il 1997 e il 1998. Il ministro dell’Occupazione e della Solidarietà di allora, Martine Aubry, presentò un progetto di legge per stabilire a 35 ore la durata della settimana di lavoro per le imprese con più di 10 addetti dipendenti. Le motivazioni presentate da Aubry furono: occupazione, risultati produttivi, tempo libero e negoziazione decentrata. Questo progetto di legge prevedeva ingenti incentivi statali, o alleggerimento del peso fiscale, alle imprese per incoraggiare l’assunzione a tempo lavorativo ridotto.

L’idea di abbassare l’orario della giornata lavorativa in Italia non è da considerarsi un’utopia ma una valida soluzione, ovviamente da approfondire e analizzare in ogni suo aspetto, per contrastare la disoccupazione dilagante. Certo è che il governo, il Parlamento, le associazioni come la Confindustria, Confartigianato e i sindacati, devono riunirsi con spirito patriottico per studiare una proposta che potrebbe cambiare, in meglio, la situazione occupazionale italiana, nonché la produttività e il benessere dei cittadini-lavoratori. Questa riforma sarebbe, in definitiva, la piena attuazione dell’art.4 della nostra Costituzione: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

Manuele Franzoso

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