giovedì, 16 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Le creature femminili
nel teatro di Lo Russo
Pubblicato il 21-07-2014


Rosaria-Lo-RussoRosaria Lo Russo rappresenta nel panorama poetico contemporaneo un unicum per la singolarità e l’originalità della sua voce, pur innestata in una tradizione rivendicata, rivissuta e spesso riproposta, soprattutto di ascendenza femminile. Lo Russo è traduttrice ufficiale di Anne Sexton, promotrice culturale, si deve a lei e a Daniela Rossi l’iniziativa bellissima di “Fragili guerriere”, sorta di work in progress di voci come Amelia Rosselli, Patrizia Vicinelli, Vivian Lamarque. Ma Lo Russo è innanzitutto un intellettuale fra i più colti e preparati di questo nostro paese: saggista, lettrice-performer e poeta. Anzi come ama definirsi con un bel neologismo, che non rappresenta un vezzo, bensì una condizione esistenziale, “poetrice”.

In “Poema” ritroviamo tale funzione, una figura medievale, una rappresentazione dell’io lirico. Il titolo richiama palesemente al genere letterario, soprattutto direi d’aria nordica, una narrazione in versi di una storia, un’autobiologia, che è sempre e comunque messa in scena di una dramatis persona, di un personaggio del dramma. Come ha avuto modo di dire: “Di meno tipico c’è il fatto che in entrambi i casi l’eroe è un’eroina e l’aedo una poetrice (il neologismo col quale designo “l’autrice di poesia”, serve per distinguere l’autrice dalla Poetessa in quanto personaggio, inconscio o concreto…)”.

Per un’analisi stilistica e testuale puntuale sull’uso della voce, del romanzo di sé, si rimanda agli importanti interventi critici di Cecilia Bello e di Marco Simonelli; qui preme presentare l’Autore, che riprende e capovolge la sua vita, la trasforma e la plasma come un grande happening, fondando – su una lingua propria e inusitata (reinventa la lingua della letteratura) – il teatro del mondo. Cosa che l’accomuna ad altre voci come Ombres, Calandrone, Gualtieri.

All’apparenza il libro, edito grazie a “Zona” nella collana Level48, si presenta alla stregua di un compendio dell’attività poetica di Rosaria, lungo un decennio, ma è solo una parvenza di quello che è in realtà . Ovvero una nuova opera, autonoma e altra, rispetto alla cernita operata tra le raccolte della gioventù. (Sono escluse le prime due sillogi). Lo Russo ha posto varianti, optato per omissioni, ha volutamente strutturato il libro, collocato i componimenti lungo l’arco di capitoli, che devono essere letti come veri e propri atti teatrali: si va da “Sanfredianina” (1996) a “Lo dittatore amore” (2004). Tutti i testi- liricissimi- sono pensati e scritti per il teatro, sono poesie teatrali; ciascuno di noi potrà leggerli ad alta voce e trovarsi catapultato nel corpo delle donne, che si presentano in lutto e in amore sul proscenio della parola.

Donne lacerate e che si ricompongono nel momento in cui intonano il loro epicedio o il loro desco carnale. Ritroviamo Madonne e Ofelie, Penelopi: ”Da vent’anni velata pattuglio questa casa/ Da vent’anni pattuglio questa casa ammogliata/ rimasuglio di sposa obnubilata/ e mi sconforta questa gorgiera guaina dove non proferisco verbo né suono di sgomento” e oneste veneziane, beate come Angela da Foligno, ma anche Biancaneve e Rosaspina, rinnovate Mirre in cerca di incesti paterni, corpi estenuati per consunzione e che bruciano per il mondo, senza rassegnazione. Bellissimo lo “Xenion di Ofelia”: “Le mie creature finalmente dormono,/ hanno perduto ogni contrattura del volto,/ ogni strenua difesa è stremata/ […] Il loro riposo è un tempo franato. […]Le mie creature non si accorgono di nulla,/ il chiarore ovattato dell’alba/ rimargina la loro verginità.”

A chiusura, è il penultimo testo, la poetrice pone Epitaffio: “non ci posso più nulla contro chi sbatte contro l’insopportabile ingenuità del mio teatro. […]la bocca cucita gli occhi lustri/ un nodo in gola dolenzia livida di punture dappertutto: era questa la forma poetica./ Dedizione ed arresto sono le conseguenze della contemplazione dell’immagine./ Smetto di masturbarmi allo specchio del Padre.”

Anche a teatro il dolore di sé e per sé lenisce la vita.

 Andrea Breda Minello

 

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