domenica, 19 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

L’intelligence al servizio
dell’economia nazionale
Pubblicato il 21-07-2014


Intelligence-economiaLa fine del confronto bipolare ha rappresentato una frattura nel governo delle relazioni internazionali; il dissolvimento dell’URSS ha portato progressivamente ad una crescita dell’importanza delle questioni economiche rispetto a quelle politiche e militari. I cambiamenti sono stati determinati da un insieme di fenomeni correlati: da una parte, è venuto meno il sistema di rigida contrapposizione degli Stati schierati su fronti contrapposti, quello bipolare, segnato dallo scenario dello scontro Est-Ovest; dall’altra, si è affermato un sostenuto processo di globalizzazione, che ha reso i sistemi economici nazionali maggiormente interconnessi e più in concorrenza tra loro.

Oggi, perciò, lo scenario dei rapporti internazionali è caratterizzato da una competizione generalizzata tra i vari Stati, un tempo allineati e rigidamente disciplinati all’interno delle rispettive alleanze. Il motivo del loro contendere ha ad oggetto l’acquisizione ed il controllo di un bene particolare, i dati e le informazioni, utili alla difesa e alla tutela del loro sistema economico. A tal fine, gli Stati si avvalgono di strutture e organizzazioni non sempre ufficiali, nel senso che spesso ricorrono anche all’apporto dei privati; all’argomento “Limes”, la rivista italiana di geopolitica, dedica per intero il numero del corrente mese di luglio.

Tradizionalmente, i “servizi segreti” sono funzioni dello Stato e la loro legittimazione è fondata sulla presunzione che l’attività di intelligence sia utilizzata per il benessere e la sicurezza dei cittadini. Per questo motivo, fino a prova contraria, gli “agenti segreti”, ovvero le spie, sono ornati, per definizione, da un’aureola patriottica, sebbene i servizi che essi rendono allo Stato siano un “prodotto sui generis”, nel senso che si tratta di un “prodotto coperto”, per la cui acquisizione vengono spesso trascesi i vincoli di legge, inclusa quella con cui si pretende di regolarne le modalità di svolgimento.

All’interno degli Stati retti da un’organizzazione istituzionale democratica si pretende di rendere “trasparente” la segretezza dei servizi di intelligence. L’intento di trasformare una struttura segreta in una trasparente è però palesemente contraddittoria; gli “agenti segreti”, ovvero le spie, rubano, corrompono, rapiscono e spesso uccidono, per vincolo di mandato. Nell’esercizio dell’attività di intelligence, si ha una conferma dell’assunto formulato da Bernard de Mandeville nella sua opera di successo “La favola delle api”; ovvero si ha la verifica che la “soddisfazione” di vizi privati si trasforma, nel caso dell’attività di intelligence per ragione di Stato, in pubblica virtù. Se gli agenti segreti rendessero trasparente la propria attività, esecrabile per la morale individuale e perseguibile penalmente, non servirebbero la “res publica”, ma al contrario ne minaccerebbero l’integrità o, al limite, l’esistenza stessa. Nel caso dell’attività di intelligence, perciò, “la legittimità dei fini prevale sulla legalità dei mezzi”.

Per tutte le ragioni esposte, servizi di intelligence e democrazia formano un binomio difficile da governare; ragione, questa, per cui se si vuole che l’organizzazione e la conduzione dell’attività di intelligence per scopi economici vengano conservate efficienti, occorre che il loro governo sia realizzato in modo flessibile e basato su una sostanziale “studiata ipocrisia”.

Nel quadro dell’importanza che la competizione economica internazionale ha assunto, a seguito della crescente integrazione delle economie nazionali nel mercato internazionale, l’intelligence economica risulta un complesso fenomeno, per il quale l’attività di intelligence tradizionale ha cessato di essere adatta a costituire un valido presidio contro tutte le minacce che oggi gravano sugli interessi di uno Stato economicamente avanzato. Ciò perché il potenziamento della produttività e la conservazione della competitività del sistema economico nazionale sono divenuti un fattore di fondamentale importanza per lo Stato, per via del fatto che i rischi gravanti sul sistema economico pesano anche sulle strutture sociali e politiche che lo governano. Inoltre, di pari passo con l’approfondirsi della globalizzazione, gli Stati si sono trovati a confrontarsi e a competere, non tanto sulla base della loro potenza bellica, soprattutto per quanto riguarda i Paesi economicamente più sviluppati, ma sulla base della loro forza economica; così, il “peso politico” di ciascun Stato viene a dipendere sempre più strettamente da variabili economico-finanziarie, piuttosto che da quelle di altra natura.

Per tutte le ragioni esposte, l’attività di intelligence economica è diversa dallo “spionaggio” economico e industriale, nel senso che a caratterizzare le azioni dei servizi è la necessità di una collaborazione stretta tra lo Stato e il complesso della attività produttive, per lo più private, per affrontare i problemi connessi con il coordinamento di tutte le attività di acquisizione delle informazioni e di diffusione fra tutti gli operatori interessati di quelle economicamente rilevanti.

A questo punto viene spontaneo chiedersi quale sia la possibilità per l’Italia di organizzare un servizio di intelligence efficiente, ma compatibile con il funzionamento democratico del suo sistema istituzionale. La consapevolezza di dover proteggere gli interessi nazionali ha motivato il Paese, non soltanto a riformare con una recente legge le attività di intelligence, ma anche ad allargarle ed a renderle sempre più efficienti, soprattutto quando gli interessi nazionali non coincidono con quelli degli Stati alleati o amici; ciò al fine di non dover subire le disfunzioni proprie del modo di operare di altri sistemi economici, oppure per sottrarsi agli esiti negativi della conservazione di una qualche istituzione, come ad esempio l’euro, che il tempo ha reso “obsoleta” e causa di esiti indesiderati.

Il pericolo che l’Italia possa trovare molte difficoltà nell’organizzazione di un servizio efficiente di intelligence e possa essere esposta al rischio di vedere ostacolate le politiche pubbliche a sostegno della propria economia, subendo un declassamento della propria credibilità a livello internazionale, mutua la sua origine dalla storia non lontana dello Stato italiano, per via del fatto che spesso i servizi di intelligence sono risultati “deviati”, a volte d’intesa col “nemico”.

Per questa ragione, in Italia, sia pure dopo l’approvazione di una nuova legge di riforma, l’organizzazione di efficienti ed efficaci servizi di intelligence, come ha dichiarato su “la Repubblica” del 18 luglio il sottosegretario con delega all’intelligence, Marco Minniti, può essere realizzata solo nel rispetto di un punto di equilibrio tra “sicurezza nazionale e libertà individuali”: è, questo, l’eterno leit motiv sollevato ogni volta che gli italiani devono fare i conti con l’organizzazione di un’attività per la quale, come già si è detto, la legittimità dei fini prevale sulla legalità dei mezzi; tale apparente contraddizione, considerate le deviazioni dei servizi nel recente passato, rende quasi impossibile per gli italiani, a differenza di altri popoli, disporre della protezione di un’efficiente attività di intelligence senza che sia compromessa la sicurezza della loro libertà. Ovviamente, tutto ciò comporta un costo, anche se è probabile, considerata la “frantumazione” politica di un’opinione pubblica esasperata dalla durezza della crisi economica, che solo le generazioni future se ne potranno rendere conto.

Gianfranco Sabattini

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