domenica, 20 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Meglio le riforme dell’autocritica
Pubblicato il 21-07-2014


Nell’editoriale apparso sul “Corriere della Sera” domenica scorsa, Ernesto Galli della Loggia ha esortato le corporazioni italiane, magistrati, esponenti della politica locale, industriali, a fare autocritica sui tanti errori commessi.

C’è da guardare con diffidenza verso lo strumento dell’autocritica, poiché è stato usato sistematicamente nei regimi totalitari, per imporre ai dissidenti le “verità” dello Stato controllato dal partito unico.

Un tempo nei partiti della sinistra marxista-leninista vigeva l’istituto della autocritica. Nei Paesi comunisti era utilizzato per indurre gli accusati dei processi staliniani, durante gli anni delle “grandi purghe”, a confessare i presunti crimini contro “il partito”. Il famoso libro di Arthur Koestler, Buio a mezzogiorno, ne ha dipinto un quadro agghiacciante, così come la confessione di Nicolaj Bucharin, uno dei protagonisti della rivoluzione bolscevica e dopo la morte di Lenin avversario di Stalin, che nel corso dell’ultima udienza, il 12 marzo 1938, del processo intentatogli dal regime sovietico per “tradimento”, fu costretto a dire: “Cittadino Presidente e Cittadini Giudici, sono perfettamente d’accordo con il Cittadino Procuratore circa l’importanza di questo processo che ha svelato i nostri crimini scellerati, i crimini perpetrati dal ‘blocco della destra e dei trotzkisti’, del quale sono stato uno dei leader e per l’attività del quale rivendico ogni responsabilità. Questo processo, che è il risultato di una serie di altri processi, rivela tutti i crimini, i tradimenti, il senso storico e le radici della nostra lotta contro il partito ed il governo sovietico”. Qualche giorno dopo venne fucilato.

A meno che l’autocritica non sia libera e frutto di un percorso di revisione personale e culturale, come quella, ad esempio, del filosofo e sociologo francese Edgar Morin, che prima coltivò l’utopia di un sogno (la rivoluzione comunista) e poi ne destrutturò l’ideologia. Un percorso strettamente autobiografico e non a caso il testo più significativo è proprio l’Autocritica del 1959,in cui riesamina lucidamente la sua militanza all’interno del partito comunista francese e il suo distacco definitivo dopo l’espulsione dal partito avvenuta nel 1951.

Dunque, lasciamo perdere le autocritiche che, in uno Stato liberaldemocratico, sono peraltro difficili da ottenere.

L’Associazione dei Magistrati affermerebbe mai di avere sbagliato, opponendosi all’istituto della responsabilità civile delle toghe italiche? O i grandi industriali direbbero mai di avere dilapidato i soldi del contribuenti, quelli delle casse integrazioni o delle rottamazioni, per ristrutturazioni aziendali conclusesi con delocalizzazioni che hanno portato all’estero l’occupazione? O quale politico affermerebbe di non avere assunto atti legislativi o amministrativi per il bene dei cittadini? Per non parlare della Chiesa cattolica caro della Loggia, che ha “riabilitato” Galileo Galilei, ma senza “autocritica”, mentre si attende ancora una presa di posizione contro il rogo dei cavalieri Templari e di Giordano Bruno.

Meglio, allora, un serio processo riformatore che riguardi in Italia il funzionamento della giustizia, intervenendo sui codici di rito (e a proposito di quello penale, uno dei padri costituenti, Piero Calamandrei, affermò da esponente della Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo, che il “se il Codice Penale è il codice per i delinquenti, quello di Procedura Penale è il codice per i galantuomini”), le regole del mercato economico, il funzionamento della macchina pubblica e i diritti del cittadino rispetto ad essa.

Renzi aveva parlato di “100 giorni” per le riforme, proprio partendo da questi temi (…forse avendo in mente Napoleone Bonaparte tra il rientro a Parigi dall’isola d’Elba e la seconda e definitiva restaurazione di Luigi XVIII sul trono di Francia), poi di “1000”: già, i tempi delle riforme annunciate e sempre rinviate del vecchio doroteismo democristiano.

Maurizio Ballistreri

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