venerdì, 19 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Piketty: ecco perché i poveri
devono occuparsi del denaro
Pubblicato il 14-07-2014


Piketty-Il-CapitaleUscirà fra poco tradotto in italiano da Sergio Arecco per l’editore Bompiani il poderoso trattato di Thomas Piketty “Il capitale nel XXI secolo” 928 pagine che imporrano una radicale revisione di molte verità finora ritenute fondamentale riferimento dagli economisti “grandi firme” mondiali. L’opera alla quale hanno contribuito decine di ricercatori Europei, Americani e di molti altri paesi del mondo sotto la guida dell’Autore tratta della “distribuzione delle ricchezze” e del suo sviluppo su un ampio arco di storia. “L’accumulazione del capitale privato comporta necessariamente e inevitabilmente una concentrazione sempre maggiore della ricchezza e del potere in poche mani come sostenne Karl Marx nel diciannovesimo secolo, oppure le dinamiche equilibratrici della crescita, della concorrenza e del progresso tecnico determinano, nelle fasi avanzate del processo economico una riduzione spontanea delle disuguaglianze e un’armonica stabilizzazione dei beni come pensò Kuznets nel ventesimo secolo? Che cosa sappiamo realmente del processo di distribuzione dei redditi e dei patrimoni dal diciottesimo secolo in poi e quali lezioni possiamo trarne per il ventunesimo secolo?”

Queste le domande alle quali Thomas Piketty e il suo staff di ricercatori cercano di rispondere con questa monumentale opera e Piketty avverte subito, con una modestia che è caratteristica di tutto il suo scritto, che le risposte che suggerisce sono imperfette e incomplete “ma fondate su dati storici e comparativi più ampi rispetto a quelli offerti da tutti i lavori precedenti e trovano posto in un quadro teorico rinnovato che consente di comprendere meglio le tendenze e i meccanismi messi in campo”.

Un elemento interessante della trattazione di Piketty è che, insieme a una metodologia di documentazione rigorosa e fattuale e sulla base di sofisticate elaborazioni della massa di dati, solo oggi possibili con la tecnologia informatica, associa la sua indagine ai romanzi di Honoré de Balzac e di Jane Austen dai quali si possono trarre, dice, “quadri assai esaurienti della distribuzione delle ricchezze nel regno Unito e in Francia nel periodo 1790-1830”.

Piketty analizza all’inizio del libro rapidamente le teorie che hanno fondato il dibattito sulla distribuzione della ricchezza: Marx, Engels, Young, Kuznets, Smith, Ricardo. Le inquadra criticamente e storicamente e dichiara la fondamentale differenza che distingue il suo lavoro da quelli di precedenti autori e ricercatori che indica nella “distanza storica” sulla quale si svolge la sua analisi e nello spessore quantitativo della documentazione raccolta grazie a strumenti informatici e di elaborazione inaccessibili ai suoi predecessori.

Quali sono le conclusioni e si possono sintetizzare in poche righe? No.
Novecentoventotto pagine di trattato critiche, dense di contributi teorici originali, basate su una massa di dati che copre un arco di tempo plurisecolare, associate a un supporto online di diagrammi e documentazione accessoria (http://piketty.pse.ens.fr./capital21c) non sono riducibili a uno slogan di poche righe e chi ci si provasse farebbe un cattivo servizio ai lettori e un pessimo servizio all’autore.

Vale la pena riportare due raccomandazioni di Piketty quando descrive i principali risultati ottenuti nel suo libro. La prima: diffidare di qualunque forma di determinismo economico. La storia della distribuzione delle ricchezze è una storia profondamente politica, che non si esaurisce nell’individuazione di meccanismi puramente economici. La storia delle disuguaglianze dipende dai valori storicamente consolidati, dai regimi finanziari e fiscali e dalla loro gestione politica. Dipende “dalla rappresentazione di ciò che è giusto e di ciò che non lo è che si fanno gli attori economici, politici e sociali…”

La seconda: “…la dinamica della distribuzione delle ricchezze è sottesa da fenomeni di vasta portata nel tempo e nello spazio che possono indurre divergenza o convergenza e non esiste alcun processo naturale e spontaneo che eviti il prevalere di tendenze destabilizzanti e portatrici di disuguaglianza.”
I tempi delle dinamiche di convergenza (verso una maggiore uguaglianza) e di divergenza (verso una maggiore disuguaglianza) sono lunghi e non esiste una curva normale di svolgimento del processo che può essere disturbato da continui imprevedibili “black swans” (guerre, rivoluzioni, crisi politiche, crisi economiche, cambio di sistemi monetari…).

Due momenti dell’opera di Piketty sono interessanti per l’Italia e per l’Unione Europea.
Per l’Italia:
Tra il 1970 e il 2010, la ricchezza pubblica è diminuita dell’equivalente di circa un’annualità di reddito nazionale, mentre, nel medesimo periodo, i patrimoni privati sono passati da appena due annualità e mezza di reddito nazionale nel 1970 a quasi sette annualità nel 2010, con un crescita di circa quattro annualità e mezza. In altri termini, la diminuzione del patrimonio pubblico equivale a un quinto o a un quarto della crescita dei patrimoni privati, fatto tutt’altro che trascurabile. Il patrimonio italiano è sì cresciuto in misura notevole, passando da circa due annualità e mezza di reddito nazionale nel 1970 a circa sei annualità nel 2010, ma molto meno del patrimonio privato, la cui straordinaria crescita è in parte ingannevole, poiché corrisponde per quasi un quarto a un debito crescente di una parte dell’Italia nei confronti di un’altra parte del Paese. Anziché pagare le tasse per equilibrare i bilanci pubblici, gli italiani – o quantomeno la media degli italiani – hanno prestato denaro al governo acquistando buoni del tesoro o attività pubbliche, accrescendo così il loro patrimonio privato senza accrescere il patrimonio nazionale.

Questo aumento della ricchezza privata, eccezionale rispetto al resto dell’Europa, è una dinamica che andrebbe tenuta presente mentre il Paese si appresta ad affrontare un periodo di radicali riforme strutturali interne e a confrontarsi con la strategia conservatrice dell’austerità oggi dominante nell’Unione Europea.

Sulla moneta unica europea Piketty denuncia la assoluta stranezza storica di una moneta senza uno stato e senza una banca centrale con i poteri per governarla sui mercati finanziari. Per Piketty l’uscita dalla attuale crisi deve passare attraverso una maggiore integrazione dell’Europa politica, un parlamento in grado di proporre un bilancio Europeo, un sistema fiscale unificato, una condivisione dei debiti pubblici. Piketty esamina criticamente le diverse possibili strategie per ridurre i debiti pubblici europei (tassa progressiva sui patrimoni, inflazione) e i pro e i contro relativi, analizza alcune situazioni emblematiche delle recenti esperienze monetarie europee (Cipro, Grecia).

Questa la sua conclusione, estremamente attuale, nel dibattito corrente:
“Oggi, per i Paesi europei, la priorità dovrebbe essere quella di istituire un potere pubblico continentale in grado di riprendere il controllo del capitalismo patrimoniale e degli interessi privati e di promuovere il modello sociale europeo per il XXI secolo; i piccoli contrasti tra modelli nazionali sono relativamente secondari, tanto più che è in gioco la sopravvivenza del modello comune.”

Un messaggio preciso per Bruxelles e per Berlino evocato, forse non per caso, nel discorso di Matteo Renzi al Parlamento Europeo in occasione dell’insediamento del semestre italiano.

Sempre per quanto concerne l’Europa e l’Italia Piketty è molto critico nei confronti di vincoli giuridici o addirittura costituzionali al pareggio di bilancio e di limiti al tetto del debito pubblico questo pur non essendo favorevole al debito pubblico come strumento finanziario strutturale dello Stato: “Non ho alcuna simpatia particolare per il debito pubblico, a proposito del quale ho scritto a più riprese che finisce per favorire redistribuzioni alla rovescia: dai più poveri verso chi dispone di mezzi per prestare denaro allo Stato (un ceto privilegiato al quale sarebbe di gran lunga preferibile, in linea di massima, far pagare le tasse).”
…e ancora: “Non sono poche le ragioni che inducono a pensare che non sia molto saggio scolpire nel marmo giuridico o costituzionale dei rigidi criteri di bilancio.”

L’opera di Piketty sta facendo discutere le accademie del mondo e costituisce a mio avviso un riferimento di svolta storico nella trattazione dell’economia e della macroeconomia. I suoi tratti originali e significativi sono proprio la “politicità”, e la base documentale. Il linguaggio colloquiale facilita la comprensione di fenomeni complessi e complicati anche da parte di lettori laici. L’opera va letta integralmente e progressivamente perché il libro insegna se stesso nel senso che leggendolo si acquisiscono le conoscenze necessarie a comprenderne il seguito.
Sarebbe errato cercare risposte consolidate nel libro. Le pagine stesse costituiscono lo svolgimento di un pensiero e non la costruzione di una tesi. Un pensiero che si colloca nella vicenda economica e culturale della nostra storia e la complessità del contesto in cui si muove consiglia più di considerare le dinamiche che non di consolidare un risultato. Questo è l’interesse del libro: la considerazione della complessità del mondo e le linee generali di cui si deve tener conto per muoversi e andare avanti. Le soluzioni arrivano se la complessità del momento è attentamente considerata.

Un libro che dovrebbe essere oggetto di attenta lettura da parte dei nostri decisori politici: anche se le risposte di Piketty sono articolate, complesse e mai univoche, la cultura che trasmette potrebbe sicuramente migliorare il dibattito in corso e le decisioni che ne deriveranno.

Questa la riflessione conclusiva del libro:
“Esistono mille modi di fare ricerca nell’ambito delle scienze sociali, e quello “basato sui dati” non è sempre indispensabile, né particolarmente fantasioso (ne convengo). Ma è anche vero che i ricercatori di scienze sociali (tutte le scienze sociali), i giornalisti e i responsabili di tutti i tipi di media, i militanti sindacali e politici di ogni tendenza, e in primo luogo tutti i cittadini, dovrebbero interessarsi al denaro, alla sua misurazione, ai fatti e ai processi che lo riguardano. Chi ne ha molto non dimentica mai di difendere i propri interessi. Il rifiuto della contabilità ha raramente giovato ai più poveri”.

Lorenzo Matteoli
recensione dal blog matteolilorenzo
di : Il Capitale nel Ventunesimo Secolo di Thomas Piketty – (in Italia edito da Bompiani)

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Commenti all'articolo
  1. Molto interessante la recensione. Non mancherò di acquistarlo e analizzare perché la sociologia soprattutto in ambito socio economico è la materia di mio principale interesse.
    Analizzare i dati per capire, prevenire e possibilmente curare e guarire.

  2. Complimenti a chi lo ha postato sull’Avanti e chiaramente all’estensore Matteoli. Comunque un’aspetto socio economico da non sottovalutare, in specialmodo dei nostri improvvisati politicanti.

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