lunedì, 22 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Piketty, tassare il capitale
per ridurre le disuguaglianze
Pubblicato il 11-07-2014


Italiani poveriThomas Piketty, l’aurore del libro “Le Capital au XXIe Siècle”, oggetto di ampi dibattiti a livello mondiale, ha concesso un’intervista, curata da Alice Bèja e Marc-Olivier Padis, per conto della rivista “Esprit”, successivamente pubblicata anche dalla “New Left Review”, ed ora pubblicata in versione italiana sul numero 4/2014 di “MicroMega”. Nell’intervista, l’economista francese, oltre a ribadire le tesi contenute nel suo libro, approfondisce il discorso sull’origine delle disuguaglianze distributive e sulle misure utili per correggerle o rimuoverle.

Piketty contesta la validità della “teoria della convergenza” e dell’idea secondo cui le disuguaglianze tendono a diminuire col passare del tempo. Lo spostamento del fulcro della riflessione economica dalla dinamica del reddito a quella del patrimonio permette di cambiare l’approccio al problema dell’origine delle disuguaglianze e della natura più conveniente delle politiche utili alla loro correzione. In ogni caso, i modi in cui ogni Paese si comporta a fronte delle disuguaglianze deriva, secondo Piketty, dal come queste sono percepite in relazione agli altri Paesi; ciò significa che per affrontare le problematiche concernenti l’accumulazione patrimoniale, la dinamica del reddito e le loro conseguenze è necessario evitare di cadere nella “trappola” di un determinismo economico assoluto.

Secondo l’economista francese, la teoria della convergenza, che assume una riduzione meccanica delle disuguaglianze distributive via via che cresce il sistema economico “riposa su basi teoriche ed empiriche fragili”. Essa derivava per lo più dall’ipotesi formulata negli anni Cinquanta da Simon Kuznets; questi, osservando all’interno dell’economia statunitense una diminuzione delle differenze distributive del reddito, occorsa durante la prima metà del secolo scorso, è stato indotto a ritenere valida quella teoria, condivisa da molti economisti. La riduzione era in realtà una conseguenza delle due guerre mondiali; ciò nonostante, “ci si è messi a fantasticare di un meccanismo teorico universale in grado di condurre verso una situazione di armonia”.

L’assunto della validità delle teoria della convergenza ha potuto radicarsi nella maggior parte della ”corporazione” degli economisti, anche per l’assenza di studi e ricerche di carattere storico sull’andamento delle disuguaglianze. Certamente, afferma Piketty, esistono delle forze che spingono nella direzione della convergenza, quali quelle che hanno a che fare con la diffusione delle conoscenze, sia a livello individuale che collettivo, ed è anche possibile che tale processo coinvolga in futuro i paesi che ancora sono in ritardo sulla via della crescita e dello sviluppo. Tuttavia, esistono anche delle potenti forze, originate dalla dinamica dei patrimoni, che agiscono in senso divergente; ciò perché, se l’economia di un dato Paese cresce debolmente e il rendimento del suo patrimonio è maggiore del tasso di crescita, le disuguaglianze aumentano meccanicamente. In questo caso, la crescita del reddito può anche bilanciare l’aumento della concentrazione patrimoniale; ma una sua crescita debole non può che controbilanciarlo in maniera debole.

È questa una conclusione per lo più negata dall’economia tradizionale, perché gran parte di coloro che ne accettano la razionalità che gli è sottostante tende a credere che le forze naturali della concorrenza e della crescita siano sufficienti a “ridefinire incessantemente la posizione economica dei singoli individui”; ciò nella più totale ignoranza del fatto che nel corso del “XX secolo sono state soprattutto la guerre a fare tabula rasa del passato e a rimescolare le carte”. La concorrenza e la crescita, in sé e per sé considerate, non garantiscono alcuna armonia distributiva.

La mancanza di studi storici sull’origine delle disuguaglianze distributive è imputabile all’atteggiamento di sufficienza assunto da tutti quegli economisti (di solito di scuola americana) che, matematizzando oltre ogni limite plausibile i loro modelli esplicativi ed interpretativi della realtà economica, hanno finito con l’astrarsi dalla realtà storica, riducendo i loro modelli teorici ad espressione di un formalismo così vuoto di esperienza fattuale da renderli privi di ogni contatto con le discipline considerate “molli” (cioè, poco formalizzate), tra le quali la storia dei fatti sociali. Pertanto, quegli economisti che fanno largo uso di modelli matematici occupano il campo degli studi economici dando a sé stessi “l’illusione della scientificità, quando in realtà le basi fattuali dei loro ragionamenti sono estremamente fragili”; in aggiunta, ciò rende invisibile il problema delle disuguaglianze, unitamente agli esiti negativi del loro impatto sul corretto funzionamento del sistema economico, e radica il convincimento che esse siano socialmente accettate.

L’invisibilità del problema delle disuguaglianze, secondo Piketty, è causa di trasformazioni sociali imprevedibili, facendo correre il rischio ai singoli sistemi sociali di ritrovarsi delle società ancora più diseguali di quelle che, grazie alle trasformazioni, ci si aspettava di veder superate. Gli studi che normalmente vengono condotti, anche dagli organismi ufficiali di statistica, sul problema delle ineguaglianze patrimoniali e reddituali omettono di descrivere le disuguaglianze per quello che esse realmente sono, lasciando per lo più campo libero a iniziative massmediatiche che offrono ai lettori discorsi ideologici sulla distribuzione del patrimonio e del reddito, nella forma di “un inno allo spirito d’impresa e alla ricchezza meritata”. Se si vuole realmente contrastare con successo le conseguenze negative delle disuguaglianze distributive, occorre condurre più approfonditi studi storici sulle dinamiche patrimoniali e reddituali, mettendo a punto strumenti adeguati per consentire l’elaborazione di politiche pubbliche in grado di tradursi in interventi equilibratori efficaci.

Per la correzione delle disuguaglianze, Piketty non propone una qualsiasi tassa, ma un’imposta progressiva sul capitale, strumento utile, non solo per correggere la distribuzione patrimoniale e reddituale, ma anche per risolvere la crisi del debito pubblico, che rallenta le attività d’investimento in grado di stimolare un più alto tasso di crescita. Tutte le grandi rivoluzioni democratiche, afferma Piketty, sono state anche delle rivoluzioni di tipo fiscale; e in futuro sarà lo stesso.

L’alternativa all’imposta progressiva sul capitale è rappresentata dalla possibilità che i singoli Paesi si “autoaffliggano” con un lungo periodo di austerità per rimborsare il proprio debito; si tratterebbe, però, di una soluzione che potrebbe durare decenni, affievolendo la capacità dei singoli Paesi di proiettarsi verso il futuro e smarrendo la loro consapevolezza di poter uscire, attraverso un dibattito democratico, dalle secche di una stagnazione originata da una distribuzione delle risorse disfunzionale a livello soggettivo.

La trasparenza in fatto di disuguaglianze è dunque necessaria al dibattito democratico; e sin tanto che il livello di concentrazione della ricchezza accumulata e del reddito prodotto rimane indeterminato, sarà impossibile che le misure di politica economica siano largamente condivise. Su questo punto, tuttavia, Piketty si dichiara, a ragione, poco ottimista, in considerazione del fatto che la lezione del passato sembra suggerire che siano i mutamenti violenti a “giocare un ruolo centrale”, considerato che non sempre le istituzioni democratiche riescono, a causa degli ostacoli opposti dalle élite dominanti, a porre rimedio alle iniquità distributive; al pessimismo, Piketty, contrappone solo la speranza che queste élite vogliano imparare dal passato, per “trovare modi più pacifici e più sostenibili di disciplinare le dinamiche del capitalismo”. È una speranza condivisibile questa di Piketty?

Gianfranco Sabattini

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