martedì, 19 settembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Previdenza: ecco come calcolare la pensione
Pubblicato il 24-07-2014


Per valutare l’entità delle propria pensione bisogna tenere conto che il sistema di computo muta a seconda dell’anzianità contributiva perfezionata al 31 dicembre 1995. Una vera e propria data limite separatoria. A chi (entro la predetta soglia) può vantare almeno 18 anni di iscrizione previdenziale si applica il tradizionale, e più favorevole, criterio retributivo, legato alle retribuzioni del periodo lavorativo conclusivo. Anche se, con l’ultima riforma intervenuta, per il calcolo retributivo rileva soltanto l’anzianità maturata fino al 31 dicembre 2011. Per chi invece può contare su meno di 18 anni di assicurazione, la modalità utilizzata è quella mista. Per l’anzianità accreditata fino al 31 dicembre 1995 si applica il metodo retributivo, e per i periodi successivi vale il sistema contributivo, strettamente commisurato al valore dei versamenti effettuati. A chi infine è stato assunto dopo il primo gennaio 1996 si applica unicamente il criterio contributivo.

Metodo retributivo

Il cosiddetto sistema di calcolo «retributivo», definitivamente superato dal primo gennaio del 2012, si basa su due elementi: il numero degli anni di contribuzione perfezionata e la media delle retribuzioni percepite, aggiornate, riferite all’ultimo lasso di tempo di attività lavorativa. L’ammontare della pensione è pari al 2% del reddito pensionabile per ogni anno di contribuzione: con 25 anni si ha diritto al 50%, con 35 anni al 70% e così via, fino all’80% con 40 anni, tetto massimo di anzianità presa in considerazione.

La misura del trattamento di quiescenza è costituita dalla somma di due distinte quote (A + B): la prima (A) corrispondente all’importo relativo all’anzianità contributiva risultante alla data del 31 dicembre 1992; la seconda (B) corrispondente all’anzianità acquisita dal primo gennaio 1993 al 31 dicembre 2011. La base pensionabile della quota A è data dalla media degli stipendi degli ultimi 5 anni che precedono la decorrenza. Mentre quella di riferimento della quota B (da impiegare per l’anzianità acquisita dal primo gennaio 1993 in poi) si ricava dalla media annua degli emolumenti ricevuti negli ultimi 10 anni (sempre andando a ritroso dalla decorrenza).

Gli importi che servono per il conteggio non sono quelli realmente incassati con la busta paga, ma quelli rivalutati tenendo conto dell’inflazione, con esclusione dell’anno di decorrenza e di quello immediatamente precedente. Per una prestazione pensionistica con decorrenza 2014, la retribuzione di 30 mila euro percepita nel 2012 diventa pensionabile nella misura (rivalutata) di 30.600 euro.

Metodo contributivo

Il meccanismo è abbastanza semplice. La legge stabilisce che il montante individuale dei contributi sia determinato applicando alla base imponibile (retribuzione o reddito) una aliquota di computo, 33% per i lavoratori dipendenti, 22,20% per gli autonomi, e rivalutando la contribuzione così ottenuta su base composta al 31 dicembre di ogni anno, con esclusione della contribuzione dello stesso anno, al tasso di capitalizzazione dato dalla variazione media quinquennale del prodotto interno lordo (Pil) nominale. Al momento del pensionamento, al montante contributivo, cioè alla somma delle quote accantonate (e rivalutate), si applica un coefficiente di conversione connesso all’età: 4,661% per chi sceglie di chiederla a 60 anni, 5,435% a 65 anni, e così via fino al massimo di 6,541% per chi resiste sino a 70 anni. Come si può facilmente intuire, la procedura su cui si fonda il calcolo contributivo premia attraverso una rendimento crescente negli anni chi resta in costanza di rapporto di lavoro il più a lungo possibile.

La quota C

Per le pensioni con decorrenza dal 2012 in poi , il calcolo della rendita deve tener conto anche di una quota (C), riferita all’anzianità maturata dopo il 31 dicembre 2011. La riforma Monti-Fornero ha infatti stabilito, a far tempo dal primo gennaio 2012, la modalità di computo contributivo per tutti, compresi coloro che potevano vantare i fatidici 18 anni di versamenti al 31 dicembre 1995, i quali hanno finora beneficiato del solo (e più favorevole) criterio retributivo. In sostanza, chi avrà un assegno pensionistico determinato con il calcolo «misto», incasserà una prestazione data dalla somma di due quote: quella «retributiva» conteggiata sulla base dell’anzianità accreditata al 31 dicembre 2011; quella «contributiva» correlata all’anzianità perfezionata rispettivamente dal primo gennaio 2012, ovvero dal primo gennaio 1996.

Inps, a giungo meno Cig

Nello scorso mese di giugno, il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato di 74,5 milioni, con una diminuzione del 24,3% rispetto allo stesso mese del 2013 (98,4 milioni di ore). I dati destagionalizzati, inoltre, evidenziano in confronto a maggio 2014 una variazione congiunturale pari al -12,7% per il totale degli interventi di cassa integrazione. Dall’analisi delle tipologie di intervento si ricava che le ore di cassa integrazione ordinaria (Cigo) autorizzate a giugno 2014 sono state 22,4 milioni, mentre nel mese di maggio 2013, erano state 28,1 milioni: di conseguenza, la variazione tendenziale è pari a -20,3%. In particolare, la variazione tendenziale è stata pari a -21,6% nel settore Industria e -16,6% nel comparto Edilizia.

Le variazioni congiunturali calcolate sui dati destagionalizzati registrano per il mese di giugno 2014 un avanzamento pari all’1,0% rispetto al mese precedente. Il numero di ore di cassa integrazione straordinaria (Cigs) autorizzate a giugno 2014 è stato pari a 36,5 milioni, con una contrazione del -16,4% in confronto al giugno 2013, nel corso della quale sono state autorizzate 43,6 milioni di ore. Rispetto al maggio del 2014, si riscontra una variazione congiunturale, calcolata sui dati destagionalizzati, del -41,4%. Passando infine agli interventi in deroga (Cigd), che come noto risentono degli stanziamenti fissati a livello regionale, sono state 15,6 milioni le ore autorizzate a giugno 2014, con un decremento del -41,5% in confronto al giugno 2013, mese nel quale erano state autorizzate 26,7 milioni di ore. Per la Cigd, la destagionalizzazione dei dati mostra una variazione congiunturale pari al +30,6% rispetto al precedente mese di maggio.

Prima di passare all’analisi dei dati relativi alla disoccupazione involontaria, si ricorda che dal 1° gennaio 2013 sono entrate in vigore le nuove prestazioni ASpI e mini ASpI. Pertanto, le domande che si riferiscono a licenziamenti avvenuti entro il 31 dicembre 2012 continuano ad essere classificate come disoccupazione ordinaria, mentre per quelli avvenuti dopo il 31 dicembre 2012 le richieste sono classificate come ASpI e mini ASpI. Per quanto attiene i dati specifici, nel mese di maggio 2014 sono state presentate 73.075 istanze di ASpI, 22.893 domande di mini ASpI, 341 richieste tra disoccupazione ordinaria e speciale edile e 9.174 domande di mobilità, per un totale di 105.484 istanze, il -20,5% in meno in confronto alle 132.719 richieste inoltrate nel mese di maggio 2013. Alla sintesi dei dati fornita alla stampa dall’Ente di previdenza, è stato opportunamente allegato il file più completo della rilevazione, che offre un “Focus” sulla diversa tipologia di interventi, un’analisi per ramo di attività economica e un’analisi per regione ed area geografica.

Ecco la rivoluzione della P.A.: tutti i certificati saranno online

A poco più di un mese dal primo giro di tavolo è arrivato il via libera del Consiglio dei ministri al disegno di legge delega sulla pubblica amministrazione. Una “rivoluzione copernicana” per la P.A. ha in proposito affermato il premier Matteo Renzi spiegando che “alla fine del percorso di riforme, alla fine dei 1000 giorni, il rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione sarà rovesciato” perché sarà l’amministrazione ad andare a casa dei cittadini, con tutti i certificati “online e scaricabili”.

Il premier ha demandato al ministro Marianna Madia di dettagliare nello specifico il contenuto del provvedimento, ma ha ribadito che ci sarà un “rovesciamento dei ruoli: non sono più io, cittadino, che vado a fare la fila ma è l’ufficio che con una app sul telefonino o con procedura online o mandando a casa un certificato” renderà disponibile ogni documento necessario. Certo, il ddl contiene anche misure che non saranno ‘indolore’, come le nuove regole per i dirigenti pubblici, che già hanno registrato, per le prime scelte messe in campo con il decreto all’esame della Camera, diversi mal di pancia. I sindacati hanno parlato di testo “punitivo” nei confronti di chi nella pubblica amministrazione lavora.

“Nessuno vuole punire i sindacati” ha replicato il premier, chiarendo però che sul taglio dei permessi sindacali, altra nota dolente, l’esecutivo andrà avanti: “Non abbiamo timore di dimezzare il monte ore dei permessi sindacali” ha puntualizzato Renzi, aggiungendo che “stiamo attuando un percorso di riforme così radicale e significativo al Senato che figuriamoci se abbiamo paura. Se hanno il 50% dei permessi in meno nessuno soffrirà”. Nel ddl pare aver trovato posto anche una norma inizialmente pensata per entrare nel decreto (“poi non l’abbiamo inserita ma senza interveneti esterni” ha precisato Renzi), quella per semplificare l’iter delle leggi e tenere sotto controllo il fiorire di decreti attuativi che frenano l’effettivo funzionamento delle riforme: nel frattempo sarà il ministro Boschi, all’inizio di ogni consiglio dei ministri, a stilare l’elenco, ministero per ministero, di quelli che ancora mancano. “Ce ne sono ancora 752 da disciplinare – ha ricordato Renzi – di cui 286 risalgono al governo Monti, 304 a Letta e 162 sono del nostro governo, dei quali il 60% è in scadenza. Speriamo che questo funzioni da campanello d’allarme”.

Madia, ecco come cambierà la P.A.

”La possibilità di accedere a tutte le informazioni che ci riguardano da un pc, con un nostro pin, e di potere ricevere tutto ciò che si può al domicilio telematico o di residenza: è questo il primo punto, su cui vogliamo investire di più”. Così si è espresso il ministro della Pa, Marianna Madia. in conferenza a palazzo Chigi. Nella legge delega di riforma della P.a. “insistiamo molto sul rafforzamento della presidenza del Consiglio nel coordinamento delle politiche pubbliche, perché un governo non è un insieme di ministeri”, ma un unico soggetto, ha aggiunto il ministro. ”L’obiettivo”, ha detto ancora,è che ”un’amministrazione non possa più bloccare un’altra” perché in ”quel momento sta bloccando un servizio e quindi la vita dei cittadini”. Il dirigente pubblico diventa dirigente ”dello Stato, della Repubblica” nel suo insieme, non più ”di un ministero o dell’altro”, ha affermato il ministro Madia.

Ci sarà anche possibilità di muoversi da un’amministrazione centrale a un ente locale e viceversa. “Siamo in fase di coordinamento formale, aspettiamo la bollinatura del Mef. Ma sicuramente la prossima settimana” il testo della legge delega sulla P.a. “arriverà in Parlamento, sapendo che alla Camera siamo impegnati con la conversione della prima parte della riforma”, contenuta nel decreto P.a. “Inizieremo ad affrontare” il testo della legge delega “a settembre – ha spiegato – perché prima dobbiamo convertire il decreto”. Il blocco della contrattazione per il pubblico impiego ”penso’ sia ”un’ingiustizia, ma in questa crisi ne stiamo vedendo tante”, tra cui ”esodati” e ”precari”, ha evidenziato il ministro. Quindi, ha seguitato, ”il rilancio” del Paese è ”la chiave” per riaprire la contrattazione ”bloccata da troppi anni”. “Non so” – ha poi dichiarato il ministro Marianna Madia in conferenza stampa a Palazzo Chigi – quanti risparmi porterà il ddl delega di riforma della P.a. “e sono contenta di non saperlo perché l’impostazione non è di spending review: non siamo partiti dai risparmi”: “La digitalizzazione ad esempio porta risparmi, ma non li quantifico e sono contenta di non quantificarli. Un errore dei governi precedenti è stato partire dalla spending review, che è però un risultato” e non il punto di partenza, “se la politica è ben pensata”.

Carlo Pareto

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento