sabato, 22 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Quando i confini generano drammi
Pubblicato il 11-07-2014


Tutto il mondo sta osservando con preoccupazione ciò che in queste settimane sta avvenendo in Iraq. Il movimento Jihadista, sotto la leadership di  Abu Bakr al-Baghdadi, sta operando per creare, di fatto, uno Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), annettendo diversi territori “politicamente” e “formalmente” appartenenti ad entità nazionali distinte. In pratica, la creazione di un nuovo stato che mette in discussione i confini stabiliti dagli accordi Syket-Picot del 1916.

Tale episodio offre l’occasione per interrogarsi sul valore del termine “confini” e di come questi vengano, oggi, definiti e rispettati.

Un passo indietro. Nel 1919, ad esempio, in seguito alla fine del primo conflitto mondiale, furono stipulati i trattati di Versailles che modificarono l’assetto geografico dei paesi belligeranti e non.

Nel 1947, i trattati di Parigi ridefiniscono i confini a conclusione della Seconda Guerra Mondiale. Con il citato accordo Sykes-Picot , Regno Unito e Francia definirono le reciproche sfere di influenza nel Medio Oriente, in seguito alla sconfitta dell’impero ottomano durante la Prima Guerra Mondiale.

Che i confini di un territorio vengano stabiliti da potenze vincitrici al termine di conflitti (e non in base al principio di autodeterminazione dei popoli), è evidente, ma é lecito domandarsi che valore abbia, oggi, il confine.

Questo modo di procedere è ancora valido o c’è un altro paradigma che può essere preso in considerazione?

Impossibile non fare riferimento all’Europa. Il concetto di frontiera è stato, di fatto, totalmente abolito. Parlare di demarcazione in relazione ad un’Unione dove sia stata adottata una moneta unica e dove la circolazione delle merci e delle persone è libera, non ha più senso. L’idea del confine possiede, nell’Europa del XXI secolo, solo un valore puramente affettivo. Ogni individuo mantiene un legame profondo con la propria terra madre, ma vive nella consapevolezza di essere cosmopolita. Ha dentro di sé l’idea che la sua patria sia la casa, il porto protetto, ma studia le lingue per poter interagire con gli altri popoli della Comunità, sempre più vicini, più simili a lui. L’Unione Europea ha superato tale “limite” nel modo più civile possibile, attraverso la via diplomatica e non quella dei conflitti. Un esempio per tutti.

Francesca Fermanelli

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