venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Scene di vita e morte
nella poesia di Annovi
Pubblicato il 31-07-2014


Annovi_scoltaGian Maria Annovi, classe 1978, con questa plaquette (edita da nottetempo nella collana poeti.com, che ha un’edizione limitata di 150 copie, ma si presenta in e-book e dunque accessibile a tutti e a un prezzo irrisorio) prosegue il suo lavoro di ricerca poetica innestato in un percorso più ampio sul logos, sulla lingua in divenire ovvero sulla dispersione di identità, implosioni culturali, scarti semantici, che hanno portato a una mutazione sostanziale non tanto e non solo dell’italiano come phoné, bensì di una identità che deve essere riconsiderata, rivalutata e scorporata per ritrovare la sua nuova essenza: ”sento la voce di Dante/ quando ascolto che parla/ lingua la sua che s’innova e che/ scalcia// che s’esalta tra i denti// che scalza dal nostro domani/ questo paralizzato italiano”.

La scolta, così come viene ribadito in calce, è il personaggio cui è affidato il monologo di apertura dell’Orestea, che svanirà dopo aver esautorato la sua funzione di intro alla trilogia. Annovi ci dice che “il senso della sua esistenza di personaggio è unicamente nell’attendere.” Anche con questo poeta ci ritroviamo a dover considerare e comprendere la lirica contemporanea come innesto e interscambio tra poesia e teatro, anzi come un tutt’uno. Annovi già nel precedente lavoro, Italics, ha aperto con una sezione che è palesemente un atto unico (TT/DUET- The tempest in LA); qui invece struttura paradossalmente un soliloquio a due voci: una badante che funge da scolta e la signora, che ha smesso di parlare, in fin di vita, e i cui pensieri vengono registrati e riportati in corsivo.

È un logos appunto, una guerra in senso eracliteo, quello tra le due presenze femminili della casa, tra due mondi, che per motivi differenti vogliono attestare il loro diritto a essere, a dimorare nonostante il tempo che le fagocita e trascina con sé: “una scena per due sparimenti// la scorgo accovacciata/ un cane che ascolta// e mi guarda// mi conta i fiati// e non sa se vuole che li fermi”. Siamo in un teatro di posa e siamo ben oltre una letteratura post moderna con la citazione bergmaniana di Persona: “Penso che potrei diventare te, se ci provassi. Dentro, intendo”. Rispetto ai personaggi del cineasta svedese, quelli di Annovi si fermano prima, non possono diventare, perché sono e rimangono se stessi apparentemente incomunicabili: il tramite è la compassione in senso foscoliano, un attaccamento alla vita, che è sostanzialmente necessità di dire, di testimoniare: “io sono la stessa di/ Signora.// lei vuole morire/ con rigore.// io stare.// solo questo lei/ vuole.”

L’opera si apre con un canto d’ingresso affidato a un gruppo di badanti dell’Est, dopo la messa ortodossa (e che ricorda per afflato quello delle nostre quasi dimenticate mondine), per proseguire con le riflessioni astiose della Signora e le mansioni della scolta ripetitive e sempre identiche, sine die: ”lava là in fondo che Signora non vuole/ e mi grida./ ma io volio profuma di buono/ non quello suo odore// di donna che more”. Si prosegue con il canto delle vicine, beghine di campagna, che sparlano della moritura e si continua col flusso di coscienza delle due protagoniste: “penso di togliere/ il soffio/ a la donna.// con cuscino con/ borsa di plastica./ forse// ma c’è icona di vergine/ in calendario di maggio// dico rosario.”

Gian Maria mette in scena, o forse come direbbe Bene pone oltre scena, due figurae commoventi, disperate, come questo nostro mondo, due figurae che hanno bisogno solo di una lingua, che è mancante e monca sempre per rinascere e rigenerarsi, per tastare, evidenziare il soffio e il corpo: “il cielo è un focolaio/ di cose fredde/ viste dai ricami della tenda// da milioni di anni”. La morte azzera questa possibilità e conduce a ”una pace che invade le narici/ la go/ la”. L’attesa è finita e ciò che resta, nonostante tutto, è la parola e il suo vuoto.

Andrea Breda Minello

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