martedì, 19 settembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Se Sanchez si ispira a Gonzalez e a Renzi
Pubblicato il 29-07-2014


Il nuovo segretario del Psoe, il giovane Pedro Sanchez, appena quarantaduenne, é il nuovo segretario del Psoe, dopo la sconfitta elettorale dei socialisti spagnoli alle elezioni europee. Unico caso in cui il principale partito di opposizione affonda assieme al principale partito di governo. Le dimissioni del vecchio segretario Rubacalba sono state immediate. Quest’ultimo rappresentava un ritorno al pragmatismo dopo la fase giudicata eccessivamente ideologica di Zapatero. Sanchez pare in questo una via di mezzo. Ma lo distinguono anche una grande capacità di comunicare, dovuta anche, dicono, alla sua particolare avvenenza, e la grande vittoria ottenuta alle “primerie” (lo scrivo in spagnolo, non in barese…).

Sanchez non ha avuto dubbi e ha esplicitamente dichiarato di ispirarsi a Felipe Gonzalez e a Matteo Renzi. Il primo, grande padre del Psoe, aiutato e sostenuto dai socialisti italiani e da Craxi in particolare durante a fase dell’esilio, e poi leder incontrastato del Pose e presidente del governo iberico. Il secondo, giovane anche più di Sanchez, anch’egli trionfatore alle primarie e, diversamente dal vecchio segretario del Psoe e da quasi tutti quelli dei partiti socialisti europei, trionfatore anche a livello elettorale. Niente da dire. I punti di riferimento di Sanchez sono giustificati. Lo dico anche a quei compagni che pensano di costruire un partito socialista in Italia diverso e addirittura conflittuale con il Pd di Renzi. O che giudicano Renzi alla stregua di un usurpatore.

L’Avanti non ha certo evitato di criticare a volte anche aspramente alcune proposte di Renzi. Sull’Italicum credo di aver speso le parole più dure. Anche sulla riforma del Senato mi pare che non siano mancati accenni critici e valutazioni non certo coincidenti con quella del Pd e anche con quelle che fanno capolino nel nostro piccolo partito, che ogni tanto pare un po’ troppo preoccupato di non disturbare il manovratore. Ma sulla strategia di fondo non ho dubbi. Bisogna prendere atto della realtà. Se ciò che ci fa vivere (ma anche su questo a Venezia mi sono permesso di esprimere più di un dubbio) è solo l’identità socialista europea, allora siamo un grumo che resiste, ma la battaglia è già stata vinta.

Non so se qualcuno si ricorda di Giuseppe Saragat quando si presentava ai congressi socialdemocratici con la V in segno di vittoria. Eppure il suo partito, il Psdi, aveva solo il due per cento. Saragat aveva vinto sul piano politico perché le sue idee di un socialismo democratico e antitetico a quello dell’Urss avevano ormai oltrepassato i confini del suo partito e si erano radicate in tutta la sinistra. Anche noi possiamo cantare vittoria e non dobbiamo assolutamente ammainare bandiera bianca, perché oggi il Pd di Renzi, contrariamente a quello di Veltroni, Franceschini, Bersani ed Epifani, è diventato un partito socialista. Anzi il più forte dei partiti socialisti d’Europa. E un punto di riferimento per importanti soggetti della tradizione socialista europea. Mica dobbiamo dolercene proprio noi che lo abbiamo sempre auspicato.

Semmai il problema che resta aperto è quello del rapporto del Pd di Renzi con la tradizione socialista italiana. È qui che ogni tanto la catena si inceppa. Abbiamo recentemente assistito a una sorta di beatificazione di Enrico Berlinguer, che socialista non è mai stato né in Europa né in Italia. Di lui si può lodare lo strappo dall’Unione sovietica che data 1981, e prima la politica di unità nazionale, la lotta al terrorismo, la svolta nella politica economica che va però attribuita a Luciano Lama durante quegli anni. Ma non si possono dimenticare l’appoggio all’occupazione della Fiat, il referendum sulla scala mobile, il suo ancoraggio intellettuale a una filosofia antiriformista, più conciliabile con la tradizione della sinistra cattolica che con quella del socialismo democratico. Se noi continuiamo a resistere è anche per questo. Perché non esiste solo il socialismo europeo, ma anche il socialismo italiano, la sua storia, i suoi personaggi, che non possono restare sospesi, se non dimenticati. Perchè ci vuole pur qualcuno che si accorge che la catena si inceppa. Meccanici di idee, difensori di una storia, coerenti come nessuno. È attenti ai problemi dell’oggi, della giustizia, della democrazia.

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Vedi Mauro, è quello il problema vero. Mentre è falso quello del socialismo europeo, un’organizzazione talmente vaga e generica da contenere oramai tutto ciò che è vagamente progressista, a partire dagli eredi dei partiti comunisti dell’est europa. Come era falsa e ambigua la tesi sostenuta da chi, tra noi, compresi molti giovani, indicava nel PD pre-renziano, non ancora aderente al PSE, l’unica ragione della nostra esistenza autonoma. Sono proprio quelli, che venuta meno quella ragione, sono oramai con i piedi e con la testa dentro il PD.

  2. Caro Mauro, la tua analisi e’ ancora una volta buona ma sento anchio come Luis lo stridere delle unghiw sugli specchi…
    Il PD di oggi e di ieri non e’ altro che una amalgama tra’ ex democristiani e comunisti Italiani che poco hanno a che fare con i la storia del SOCIALSMO Italiano ed Europeo…
    E’ facile oggi essere Socialisti Europei…
    Era piu’ difficile qualche anno fa’!
    In ogno caso i tempi cambiano ma faccio fatica a vedere D’Alema Veltroni Franceschini Letta Socialisti Europei…
    Ma ho fiducia in Renzi e che possa veramente farci fare quel salto necessario che tutti auspichiamo verso un forte partito della sinistra Europea che raccolga tutte le diverse entita di una sinistra moderna ed al passo con i tempi e rivolta soprattutto vetso i giovani!

  3. Caro Mauro,
    premesso che io non credo che un partito, mi riferisco al PSI, possa vivere solo di ricordi ed identità che non si rinnovino adeguandosi al tempo in cui vive ed opera, considerare Renzi ed il suo PD un partito socialista perché ha aderito frettolosamente in una riunione della direzione nazionale al PSE, mi sembra un modo troppo semplicistico di considerare la svolta di quel partito.
    E’ come se d’incanto fosse scomparso chi non voleva morire socialista perché cultore delle origini democristiane e analoga scomparsa fosse avvenuta tra le fila di chi era comunista e poi post-comunista.
    Poi si scopre che tra gli antenati, a cui di solito ci si rivolge per segnalare le proprie origini ed ispiratori di valori che si conservano, c’è Berlinguer, magari Fanfani, ma mai che so, tanto per dire, Turati, Nenni o magari Lombardi.
    Certo non pretendo che chi dice di ispirarsi a Tony Blair riconosca il grande ruolo di Craxi, ma concludere che il PD sia una moderna evoluzione del socialismo italiano, mi pare francamente troppo.
    Non ti sembra poco convincente che Renzi citi chiunque, ma mai un socialista italiano come ispiratore della sua politica? O che un Civati quando si inventa storico politico e scrive un libercolo dal titolo:” Nostalgia del futuro-la sinistra e il pd da oggi in poi” dimentichi completamente l’esistenza dei socialisti, cancellando la loro esistenza dalla storia politica italiana?
    Le svolte politiche così impegnative come quella del PD che ha due componenti maggioritarie provenienti da culture che un tempo erano contrapposte, avrebbero richiesto una riflessione storica e culturale capace di una sintesi che poteva anche approdare al socialismo, magari diverso da quello della tradizione italiana, ma credibile perché frutto di una vera operazione culturale, storica e politica.
    Invece nessuna Bad Godesberg italiana, nessuna seria riflessione storica, nulla di nulla, solo una valutazione riguardo a chi rivolgersi nel panorama politico europeo in considerazione anche delle affinità programmatiche contingenti.
    Sono troppo critico? Può darsi e spero di sbagliare, ma questi però sono fatti. La politica è cambiata? E’ più “leggera”, pretende meno rigore culturale, può darsi che sia anche vero, ma una cosa è rifiutare le ideologie paralizzanti del novecento, altra è sostituirle con il pensiero debole o peggio con un pragmatismo senza forti ideali a cui fare riferimento.
    Per questi motivi è indispensabile rigenerare il PSI, non per fare il segno della vittoria solo perché altri hanno abbandonato le loro bandiere e casualmente hanno issato quelle del PSE, ma per non disperdere l’unico patrimonio che abbiamo che non consiste nella difesa identitaria di un corpo morente, ma nella volontà di rendere vitali con le nostre proposte e la nostra azione politica la cultura civile e democratica che trae ispirazione dai valori che hanno nutrito intere generazioni dei socialisti italiani, che come è noto, hanno sempre avuto una loro originalità rispetto ai socialismi europei.

  4. Il Pd come più forte partito socialista europea sembra davvero espressione strana per una formazione politica che in Italia non si è mai definita socialista. I nom contano poco e uno dei limiti dei socialisti italiano è stato proprio quello di restare attaccati a una sigla quando i suoi competitor di nomi ne cambiavano a ogni stagione. Ma definire socialista il Pd, chiuso e immobile nelle sue due aree costitutive, respingente per ogni possibile accoglimento di altre aree che suonano come disturbatori dei manovratori, mi pare troppo. Il verticismo della legge elettorale e delle riforme costituzionali sono lontanissime dalle nostre eleborazioni e sensibilità.

  5. Caro Direttore, giuste considerazioni che stridono con la decisione della Segreteria di “dover votare, senza criticare la Riforma del Senato e l’Italicum uscito dall’accordo B.R.”.

  6. Qualche volta Matteo Renzi esprime opinioni che non sono esattamente coincidenti con le mie; in questo caso comincio a cercare i motivi ragionevoli di quell’opinione diversa e, nella peggiore delle ipotesi penso che, alla prova dei fatti, potrebbe cambiare idea. Sono in totale disaccordo con coloro che lo accusano di non essere coerente. Ho invece la sensazione che il suo sia il metodo sperimentale, quello della modernità, che prevede un controllo frequente della traiettoria che inevitabilmente dovrà essere corretta lungo il tragitto. Mi ricorda il metodo per lo sviluppo delle applicazioni informatiche che evita analisi di dettaglio troppo particolareggiate preferendo le correzioni in corso d’opera col contributo dell’utente pilota. E’ così che assume un’importanza straordinaria il metodo di lavoro, il rispetto delle regole di stile nella scrittura del codice e la leggibilità che favorisce le attività di una squadra di sviluppatori sul medesimo progetto.

Lascia un commento