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Opinioni e commenti
 

TRATTATIVE IN CORSO
Pubblicato il 04-07-2014


Europa-patto-stabilita

Silenzio oggi dei tedeschi, complice anche il week end e la bella stagione mentre il presidente del Consiglio Matteo Renzi, ribadisce quanto già detto nei giorni passati, ma stando ben attento a non alzare il livello polemico. “Sono esponente di un partito che ha vinto le elezioni in Italia dicendo che il nostro problema non è la Germania, ma l’Italia”. Litigare sul tema della ‘flessibilità’ con la Germania (ma non solo) non serve a nessuno e Renzi e la Merkel sono i primi a saperlo. L’UE a 28 è una realtà che ha molti problemi, ma ogni Paese si troverebbe con problemi ben più gravi se pensasse di cavarsela da solo.

Dunque nella conferenza stampa che oggi ha fatto seguito all’incontro con il presidente uscente della Commissione Ue, José Manuel Durão Barroso, il presidente del Consiglio italiano ha ribadito la sua linea di condotta: “Da un lato rendere l’Europa più vicina ai sogni e alle istanze dei cittadini, dall’altro mostrare che l’Italia può cambiare se stessa” con un grande “restyling” complessivo che toccherà in mille giorni, al via dal primo settembre, “il percorso di riforme” di fisco, giustizia, pubblica amministrazione, Costituzione, legge elettorale.

Quanto alle critiche della Bundesbank, Renzi ha precisato di non aver “visto polemiche con politici tedeschi” – dimenticando volutamente il discorso all’europarlamento del capogruppo del PPE, Weber – mentre per quanto riguarda la Bundesbank, il suo compito “è assicurare il proprio obiettivo statutario, non partecipare al dibattito politico italiano. Rispetto il suo lavoro quando ha il desiderio di parlare con noi è la benvenuta partendo dall’assunto che l’Europa è dei cittadini, non dei banchieri né tedeschi né italiani”.

Da Berlino, Renzi si aspetta che dia seguito all’accordo raggiunto al vertice di Ypres, ovvero di una lettura più elastica in tema di ‘flessibilità’ sul rispetto dei parametri di Maastricht e del Patto di Stabilità rafforzato dal Fiscal Compact (da noi tradotto in Costituzione con l’obbligo del pareggio di bilancio) in cambio di un serio processo di riforme. “Non conosco Juncker personalmente” ha spiegato, ma “l’ho votato perché c’era un documento approvato dopo il passaggio a Ypres in cui si enunciava un’agenda strategica” per l’Europa. “Sono certo che Juncker lo rispetterà”. Rischia insomma di ballare la poltrona del presidente della UE e il segretario del PSI, Riccardo Nencini, traduce in chiaro il segnale di Renzi dando anche una ‘tirata d’orecchi’ ai compagni tedeschi rimasti curiosamente assenti nello scambio polemico tra governo italiano ed esponenti politici tedeschi sostenuti dal presidente della Bundesbank.

“Al congresso di Roma il Pse ha assunto l’impegno di favorire la crescita in Europa anche valutando con maggiore flessibilità i parametri previsti nel Trattato. Come si giustificano il silenzio della SPD e del presidente del Parlamento Europeo di fronte all’attacco di PPE, banchieri e popolari tedeschi al governo italiano? Non si può essere socialisti europei in campagna elettorale e assertori della ‘germanità’ dell’Europa dopo le elezioni. Gli impegni si rispettano da tutte e due le parti. Il voto di fiducia a Juncker della delegazione socialista italiana al PE deve seguire il rispetto del margine di “flessibilità” concordato durante il vertice di Ypres”.

Tutto indica che i negoziati in corso sull’utilizzo al meglio dei margini di manovra consentiti dai Trattati, non si annuncia né facile né indolore.

Comunque il predecessore di Renzi alla guida del PD, Pierluigi Bersani, ricorda che è meglio non litigare. “Litigare è pericoloso per l’Europa, per l’Italia, per tutti. C’è bisogno di argomentare” ha detto a Sky TG24. “Quando ci viene detto che il debito non fa crescita – ha proseguito – bisogna rispondere che siamo più che d’accordo che il debito non fa crescita, ma ci spieghino perché le politiche di austerità hanno fatto crescere il debito pubblico in Europa. Tranne in Germania, tutti gli altri Paesi hanno avuto una crescita del debito. (…) Bene il piglio di Renzi, ma ora cerchiamo di chiudere questi incidenti comunicativi con la Germania e la Bundesbank e cerchiamo di tenere il punto, rendendo più evidente cosa intendiamo per flessibilità e cercando di capire da loro cosa intendono”.

Di tutt’altro parere Daniele Capezzone, Presidente della Commissione Finanze della Camera che, convinto evidentemente che l’Italia sia in grado di governare le borse e i mercati internazionali, indica la strada della rottura degli accordi sfondando “autonomamente il limite del 3% per un piano di consistenti tagli fiscali, per un vero e proprio choc fiscale positivo, ovviamente accompagnato da riforme e corrispondenti tagli di spesa”.

L’impressione però è che l’Italia stia combattendo una battaglia che in fondo interessa un po’ tutti. Non solo i Paesi ‘commissariati’ durante la crisi, Grecia, Portogallo e Spagna, ma perfino la stessa Germania che ha bisogno di un mercato interno europeo in buona salute per le sue strabordanti esportazioni.

Si scommette insomma su una applicazione più flessibile del patto di stabilità di fronte al rischio assai concreto che l’economia dell’Eurozona, salva qualche eccezione, entri in una fase di stagnazione prolungata visto che la crescita resterà debole ovunque. In Francia e in Italia, secondo il Fmi, più bassa del previsto con il +0,7% contro l’1% di Parigi e lo 0,6% contro lo 0,8% di Roma. Tradotto: maggiore sacrifici di bilancio e/o minore spazio per gli investimenti pubblici.

A Roma, non a caso, si continua a parlare di una manovra autunnale attorno ai 14 mld, euro più euro meno, necessaria a coprire i buchi pregressi e quelli nuovi, come quello aperto dagli 80 euro in busta paga.

Redazione Avanti!

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Commenti all'articolo
  1. L’articolo presenta una disamina corretta ed esauriente della
    situazione.
    Mi spiace ricordare che flessibilità di bilancio non ne hanno ottenuta né Enrico Letta, né Mario Monti – che certamente sarebbe stato il meno probabile sostenitore di politiche dissennate di deficit spending. Mi spiace, perché se la flessibilità di bilancio non è stata ottenuta da Mario Monti, che aveva tutte le credenziali per poterlo fare, difficilmente sarà concessa a Renzi, che probabilmente le cancellerie europee giudicano ancora un oggetto misterioso.
    A questo punto, le ragioni della politica ci imporrebbero di sostenere, in quanto “socialisti europei di lingua italiana”, i quattro referendum per la modifica della 243/2012 (vedi http://www.referendum243.it/), la legge che dà corpo al Fiscal Compact e, di fatto, impone al Governo Italiano politiche di austerità e rigore anche al di là di ogni ragionevolezza.

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