sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Tv: “Il grande sogno”
di Michele Placido
per raccontare il ’68
Pubblicato il 31-07-2014


Il Grande SognoUn sogno che si trasforma quasi in un incubo. E, soprattutto, il desiderio di rivoluzione, di cambiare il mondo da parte di giovani che chiedono diritti, libertà, uguaglianza e un futuro migliore, che incrocia le vite di tre personaggi apparentemente destinati a vivere in contesti distanti e diversi. Mettendoli, ieri come oggi, di fronte all’amara costatazione del prezzo da pagare per il cambiamento. Facendoli crescere tra ribellione, rabbia, violenza, paura, gioia, amore, sofferenza, senso di oppressione, anelando all’indipendenza da ogni forma di imposizione.

Pronti a lottare, rischiando la vita, col potere e con chi lo incarna, opponendosi con un altro tipo di forza: quella della convinzione in certi ideali e principi democratici. Laura, Libero, Nicola (rigorosamente in ordine alfabetico): tre giovani degli anni Sessanta, ma che possono essere anche figli della società contemporanea. Raccontano il Sessantotto per riportarci ai giorni nostri. Solamente chi ha vissuto quei tempi può capire cosa sia stato. Ed è così che “Il grande sogno” (2009), per la regia di Michele Placido, vuole tracciare una raffigurazione realistica di quei momenti che hanno segnato la storia d’Italia e del mondo.

Non manca, infatti, uno sguardo alle problematiche internazionali, con il conflitto in Vietnam. Senza cesure, la sceneggiatura di Placido è rigorosamente drammatica, come nel suo tipico stile; soprattutto nel finale in cui disegna bene le conseguenze di quel tentativo di “alzare la testa” e di dire “no”. I toni diventano sempre più forti, anche con scene di sesso più spinto, forse proprio a sottolineare l’esasperazione della situazione e del “conflitto”, per così dire, tra polizia, da una parte, e studenti ed operai dall’altra. Per un momento si è anche sperato di poter costruire un dialogo, ma poi ci si rende ben conto che tutto è vano.

È, infatti, lo stesso Nicola (interpretato da Riccardo Scamarcio), un giovane poliziotto appassionato di recitazione, ad affermare con convinzione: “mi dispiace per ciò che è successo (le rappresaglie e i conflitti ndr), ma da ex poliziotto (una volta infiltratosi tra gli studenti dove conosce gli altri protagonisti, Libero e Laura, ndr), so che tra i miei colleghi c’è voglia di cambiare le cose e di formare un Comitato di dialogo”. Ottimismo smentito, però, dai fatti: immagini storiche (si vede anche il presidente americano dell’epoca Nixon ndr) mostrano chiaramente il crescendo di violenza che caratterizza questi conflitti armati (con bombe molotov e anche con le potenti al napal); il sangue dei manganelli che infieriscono sulle schiene dei civili, anche ad Avola in Sicilia durante le proteste dei contadini (che gli studenti sostengono ndr).

E così la primavera del ’68 si trasforma nell’inverno del ’68. E le parole che riecheggiano quasi nell’aria di Martin Luther King che parla nel suo famoso discorso: “I have a dream” (a cui forse si ispira il titolo, che comunque lo richiama ndr), non restano che tali, una nube di fumo che si dissolve di fronte alla gravità della realtà dei fatti. Parole che vengono sostituite e rimpiazzate da quelle di Libero (alias Luca Argentero ndr): “In Italia la risposta alla ribellione è la repressione, come sotto il regime fascista. È ora di dire basta”, con cui esorta i compagni. Dire basta alla violenza, al sangue (rosso come il colore della scritta “occupazione” che aleggia sulle pareti dell’Università di Roma “La Sapienza”).

Purtroppo la pace stenta ad arrivare e la realizzazione degli ideali per cui questi giovani lottano è sempre più lontana: i poliziotti perquisiscono la casa di Laura (i cui panni veste Jasmine Trinca). La fiducia e la sicurezza sono messe a duro repentaglio; diventa sempre più difficile distinguere i traditori dai traditi. I sentimenti si confondono e alcuni degli studenti universitari, tra cui Libero e i fratelli di Laura (Andrea, Marco Iermanò e Giulio, Marco Brenno) vengono arrestati. È un mondo che crolla loro addosso e che segnerà profondamente i protagonisti, cambiandoli. Ed è questo destino comune che unisce personaggi così diversi. All’inizio, infatti, sembra che siano agli antipodi, ai poli opposti, poi ci si renderà ben conto che non è così. In apertura di film c’è chi lotta per un’università migliore, come Laura, con più diritti per tutti, per dare la stessa opportunità anche ai poveri di studiare: per lei, senza un’università migliore non può esserci futuro migliore.

Poi c’è chi lotta, invece, per combattere il sistema capitalistico nel suo insieme, con una visione più politica, come Libero. Dopo il degenerare degli eventi, con l’avvelenamento dei supplì da mangiare destinati agli occupanti ad esempio, si troveranno (insieme con Nicola) a formare un trio inossidabile. Ed ad inseguire il loro sogno. Anche se saranno costretti a cambiarlo, in un certo qual modo (rivedendo la loro visione del mondo), i tre arriveranno comunque a realizzare i loro sogni. Ad esempio Nicola prenderà consapevolezza della lezione del nonno: “ha fatto la rivoluzione del ’48 e diceva sempre che è un grande sogno, ma poi ci si risveglia”, con tanto amaro disincanto. Però riuscirà comunque ad entrare all’Accademia di recitazione.

NOTE DI REGIA – Nulla di più verosimile. La storia, infatti, è ispirata ai fatti vissuti dallo stesso regista. Placido, per la precisione, partecipò da poliziotto agli scontri di Valle Giulia. Le riprese, inoltre, (iniziate il 9 giugno 2008) si sono svolte a Roma e nel Salento. Infine, per il ruolo di Laura, interpretata da Jasmine Trinca, ci si è ispirati alla reale esperienza della sorella del co-sceneggiatore Angelo Pasquini (altro regista e sceneggiatore italiano). Così come per il personaggio di Nicola ci si è basati sulla stessa gioventù di Michele Placido che si trasferì a Roma dalla Puglia (Torremaggiore-FG) per diventare attore e che, per guadagnarsi da vivere, entrò nel corpo della Polizia prima di frequentare l’Accademia di arte drammatica.

CRITICA – Intenso l’effetto del continuo passaggio sonoro-muto, dalle urla della folla di studenti rivoluzionari al silenzio profondo dello smarrimento quasi, conseguente al caos e alla violenza che ne deriva. E del persistente variare dai colori al bianco e nero storico, potremmo definirlo, per una confusione tra realtà e finzione, tra storia vissuta, conosciuta e studiata solamente attraverso i testi, i libri e le televisioni e la vita vera (che assume connotazioni quasi più moderne). Quasi che ci sia la volontà di farne un racconto distante e distaccato in certi momenti, forse tropo tragici, come fosse stato solamente un brutto incubo (più che “Il grande sogno”) da cui ci si è svegliati.

Una nota vogliamo dedicarla anche al testo della colonna sonora del film, “Ora lo so”, scritto dallo stesso Placido su musica di Nicola Piovani ed interpretato da Giorgia. Perfettamente racconta la disillusione di questi giovani per “un grande sogno senza eroi”. Quasi che le loro grida di rabbia, dolore, amore, passione, libertà non siano state ascoltate, ma siano andate a costituire “un’idea di bastarde libertà”, non infondate, ma non ®accolte dalla società civile. Neppure dagli organi di stampa. “Dobbiamo pensare a una forma di stampa alternativa, che ci rappresenti”, è l’appello di Libero e di Laura. Troppe le bugie raccontate dagli organi di stampa, che li ha convinti che fosse “indispensabile la rivoluzione violenta”. In massa. Quella delle folle che sono stati in grado di mobilitare. Per questo ci è sembrato giusto ricordare quell’epoca e questo film che ha cercato di raccontare in modo il più completo possibile quegli eventi storici che ancora possono fare molta scuola.

Barbara Conti

 

 

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