venerdì, 17 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Una conventio ad excludendum per le donne in politica
Pubblicato il 07-07-2014


È ormai una equazione provata: quando la selezione avviene sulla base della competenza, siamo le prime, quando a prevalere è una logica meramente politica, siamo le ultime. La domanda è: perché?

Perché proprio noi che quotidianamente camminiamo su un filo sottile, un filo spesso sospeso nel vuoto, nella costante incertezza del passo seguente, nella precarietà del nostro presente, nell’incognita del nostro futuro mantenendo salda la concentrazione sempre, imponendoci anche nella disperazione di andare avanti comunque?

Le difficoltà sono innumerevoli, ma la ragione non è questa, alle difficoltà siamo abituate. Il punto è invece un altro: gli uomini. Sì, proprio loro, loro che spesso ignorano il fatto che le donne hanno dimostrato di poter imporre alla politica la loro presenza, hanno mostrato di essere attive sulla scena pubblica con una sensibilità diversa, nuova.

Invece continuano a esistere due distinte sfere d’azione, ancora oggi, quella pubblica e quella privata. La prima, naturalmente, occupata dagli uomini, la seconda ad appannaggio delle donne. Un’immagine ovviamente dettata da una tradizione millenaria di monopolio maschile per cui, per usare un paradosso, sembra quasi che le donne o partecipino alla vita politica dimenticando però di essere donne, oppure se ne ricordino dimenticandosi la politica.

Dal Quirinale al Parlamento, passando per regioni, giunte e consigli comunali, più dei due terzi degli incarichi istituzionali in Italia oggi è ancora in mano agli uomini. Il motivo? Semplice, raramente qualcuno cede volontariamente ad altri il proprio potere, figuriamoci ad altre e lo schema ‘donna in più-uomo in meno ’ è abbastanza intuitivo anche per chi mastica poco di politique politicienne.

Ciò che stupisce però spesso è altro. A intonare la solita canzoncina che non servono azioni positive, un vecchio, abusato trucco ideato da quella fatta di politici di lunga data, di identità gelose di se stesse per dare nobiltà a questo no alle donne o a più donne nelle Istituzioni, una scusa che di nobile ha però ben poco, spesso siamo anche noi donne. Si, proprio noi che sappiamo quanto sia difficile essere donna oggi in una società ideata secondo canoni e modelli spesso esclusivamente maschili, noi che lavoriamo quanto gli uomini, ma che, per un teorema ancora non dimostrato, recepiamo molto meno.

È necessario allora affrontare una questione di fondo: perché le donne dovrebbero essere più numerose in politica? Una maggiore presenza in che modo potrebbe determinare miglioramenti? Sono domande frequenti, alle quali io risponderei semplicemente che una rappresentanza equilibrata è un’esigenza di giustizia evidente di per sé, rispetto alla quale non è necessario individuare giustificazioni ulteriori.

Deve essere chiaro: l’immagine di un Paese in cui le donne dedicano il loro tempo solo al privato pazientemente, con ostinazione, in silenzio fino al momento in cui improvvisamente la misura non si manifesta ormai loro colma, quasi non si fossero accorte che nel frattempo qualcosa non andava nel verso giusto, non corrisponde alla realtà.

In questi anni non abbiamo mai perso la nostra capacità di parola, non l’abbiamo mai immolata in nome di una retorica del silenzio che non ci appartiene e che inverte invece l’angolazione di ogni problema.

Perché allora continuiamo a non riconoscere alle donne un importante ruolo, il soggetto su cui ripensare politiche economiche e sociali in grado di interpretare le diverse richieste che provengono dalla società? La sotto-rappresentazione politica è ovviamente anche sotto-rappresentazione delle necessità. Non a caso, siamo ancora lontani da quel sessanta per cento di occupazione femminile che la Strategia di Lisbona ci chiede da tempo ormai.

Siamo certe allora che il nostro sia solo una questione di rappresentanza femminile nei consigli comunali, regionali o in Parlamento? O è, molto più realisticamente, un problema di cultura politica?

Non a caso, esiste ancora una marcata tendenza a rimuovere tutto ciò che accade al di fuori di una politica declinata al maschile, a non superare canoni ormai passati, a non far vivere un immaginario diverso, a non sconvolgere l’esistente, a non sovvertire schemi, contraddire convinzioni, criticare modelli.

Intanto nell’attesa che si alzi pienamente il vento, quello giusto, quello che darà forza a una nuova onda, possiamo goderci la brezza di aver iniziato a sciogliere qualche nodo, di aver scardinato, rotto meccanismi e abitudini cristallizzate nel tempo, di aver iniziato a recuperare un nuovo spazio, il nostro spazio.

Se la libertà è davvero partecipazione, lo è però per tutti e per tutte, donne e uomini insieme, in ufficio, in famiglia, fuori e dentro casa. Sempre, comunque.

Maria Pisani

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