Sunset Boulevard, prima nazionale del musical in scena al Festival di Todi

Sunset BoulevardProseguendo l’entusiasmante esperienza intrapresa nel ’90 con il debutto per la prima volta in Italia di “A Chorus Line“ della Compagnia della Rancia, il Todi Festival 2014 presenta la prima nazionale di Sunset Boulevard, celebre musical di Broadway per la  prima volta prodotto in Italia, e in scena nella suggestiva piazza di Todi.

LA PRIMA VERSIONE ITALIANA – Il Festival di Todi, giunto alla sua XXVIII edizione – e imperdibile appuntamento per i veri amanti del Teatro e dell’Arte – domani sera, 31 agosto ospiterà la prima assoluta della versione italiana dello spettacolo che vede Donatella Pandimiglio nei panni di Norma Desmond. A dirigere il musical è Federico Bellone, le scene e i costumi sono a cura di Andrea Comotti, le coreografie realizzate da Gail Richardson, mentre la direzione musicale è del M° Giovanna Maria Lori.

LA STORIA DEL MUSICAL – Composto da Andrew Lloyd Webber nel 1993 su testi e libretto di Don Black e Christopher Hampton – e basato sul film di Billy Wilder “Viale del tramonto” del 1950 – il musical racconta di Norma Desmond, diva dimenticata del cinema muto, e del suo incontro con il giovane sceneggiatore Joe Gillis. L’incontro suscita nella star la speranza di poter tornare nel mondo del cinema, e mostrare la superiorità della propria arte su quella degli attori del sonoro. Lloyd Webber cominciò a pensare all’adattamento musicale del film negli anni settanta, ma solo nel 1991 chiese ad Amy Powers di scrivere i versi di Sunset Boulevard. Al progetto si aggiunse Don Black e, infine, Christopher Hampton.

Siria Garneri

E se Massimo D’Azeglio
avesse avuto ragione?

bismarckI tedeschi, è noto, possiedono caratteristiche antropologiche uniche. Sono, sosteneva agli inizi del XIX secolo il filosofo Johann Fichte, gli unici in Europa ad avere un fattore unificatore spirituale e materiale (la lingua) che li rende “nazione”. Tale postulato, pure con le distorsioni che ne hanno scandito le interpretazioni negli anni successivi, costituisce ancora, nonostante i 40 anni di divisione in due stati, la ragione posta a base del loro way of life.

Schönhausen è un comune di poco più di 2000 abitanti situato nel Land della Sassonia-Anhalt (ex DDR), che sarebbe rimasto sconosciuto ai più se non fosse il luogo dove ebbe i natali un certo Otto Von Bismarck, luterano, “der Eiserne Kanzler” che, nella seconda metà del 1800, adottando e distorcendo il pensiero di Fichte, realizzò l’unità della nazione tedesca sotto la dinastia degli Hoenzollern, gettando le basi politico e culturali per le disastrose avventure, per tedeschi ed europei, passate alla storia come il secondo e terzo Reich.

Personalità complessa e controversa, ancora oggi oggetto di approfondimenti storici, Bismarck rimane tuttavia, nel bene e nel male, un sicuro punto di riferimento della Germania e dei tedeschi, a maggior ragione dopo il crollo dl Muro di Berlino. Sempre nel XIX secolo, all’indomani dell’Unità, Massimo D’Azeglio, eclettica personalità politico letteraria del Risorgimento italiano che fu il padre politico di Camillo Cavour, a cui sopravvisse, con malcelato pessimismo, scriveva: “Purtroppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gli Italiani”.

Leri Cavour è una frazione del comune di Trino Vercellese, paese noto per la centrale già nucleare poi riconvertita a termoelettrica, dove il venticinquenne Cavour, reduce dai viaggi in Europa impiantò una fattoria modello, introducendo e sperimentando tecniche agricole innovative, sistemi idrici di irrigazione e tecniche di coltivazione che, in seguito, applicò nel ruolo di ministro dell’agricoltura nel gabinetto dello stesso D’Azeglio in Piemonte.

Il Conte era talmente legato a quei 900 ettari di terreno che anche da primo ministro continuò ad occuparsene e non perdeva occasione per farvi ritorno al punto che più di uno storico ritiene probabile che, a causa del clima insalubre della risaia, proprio durante uno dei suoi frequenti soggiorni a Leri, Cavour contrasse la malaria che lo condusse alla morte a soli 50 anni. A Schonehausen, la casa natale del Cancelliere di ferro, da decenni è adibita a museo (foto).

lericavourA Leri Cavour, quella che fu la fattoria modello del primo presidente del Consiglio dell’Italia unita, patrimonio di storia, agricoltura e memoria, dopo che la proprietà è passata tra mani pubbliche e private e viceversa, è letteralmente abbandonata a se stessa in totale rovina, a disposizione di vandali, ladri e addirittura di deficienti che giocano al soft air (guerra simulata), usandola come campo di battaglia. Un piccolo esempio di ciò che, in questo caso in negativo, segna la differenza tra tedeschi e italiani e che rende, per taluni aspetti, nonostante Alessandro Manzoni abbia tentato di “sciacquare i panni in Arno”, ancora attuale l’amara considerazione di Massimo D’Azeglio.

Emanuele Pecheux

 

Sopra la banca l’Italia campa?

Il nostro valido e coraggioso collaboratore Angelo Santoro, al quale l’Avanti riserverà una apposita rubrica, ha messo il dito sulla piaga. E ha ricevuto una messe impressionante di commenti a sostegno della sua battaglia. Che non è tanto contro le banche, ma contro coloro che usano le banche contro gli interessi dei cittadini. Non sto a qui a riprendere l’allucinante vicenda della azienda Mandelli di Piacenza, né quella segnalata ogni volta da tanti piccoli imprenditori e artigiani. L’impressione che se ne ricava è che senza un nuovo orientamento nel credito nessuna legge dello stato potrà essere risolutiva per la nostra crescita economica.

Intendiamoci. Le banche devono fare i loro interessi, che sono quelli di tanti risparmiatori. Ora sappiamo bene che non è stato, e forse non è, sempre così. Basterebbe pensare agli investimenti in bond di aziende clamorosamente fallite, anche se sempre tutelate e avvantaggiate dalle banche, che spesso, come nel caso clamoroso della Parmalat erano di proprietà degli stessi imprenditori. O nella frantumazione dei crediti in cosiddette pattumiere dove c’era un po’ di tutto. Buone cose miste a frattaglie. Insomma l’idea dei cittadini credo sia che le banche non solo non abbiamo fatto gli interessi delle imprese che chiedono credito, ma neppure dei risparmiatori che pretendono la tutela dei loro interessi.

Dunque la nascita di Interessi comuni, che prendendo piede anche grazie all’Avanti, si sta diffondendo in tutta Italia come associazione a tutela dei cittadini, rappresenta uno strumento utile non solo di conoscenza e di denuncia, ma anche di proposta per la soluzione dei problemi di tanti. In questo senso Santoro si è già incontrato con Nencini per suggerire alcune modifiche della legge in vigore, nel segno di una maggiore apertura e affidamento a chi intende tutelare la propria attività produttiva e a chi intende investire sulla crescita e sull’occupazione. I socialisti non possono essere insensibili a questa situazione, che vede l’Italia in un tunnel del quale ancora non si intravvede l’uscita.

È di ieri l’ultimo dato Istat sulla previsione di sviluppo che nel 2014 starà tra il meno 0,2 e il più 0,2, dunque ben al di sotto delle previsioni governative. Con la disoccupazione che continua a crescere (siamo al 12,7, con il 42,9 di disoccupazione giovanile). A questo si aggiunge la deflazione, cioè la diminuzione dei prezzi che sarebbe allo 0,1, risultato del mancato consumo, nonostante gli ottanta euro. Il governo annuncia provvedimenti, come lo Sblocca Italia per 3,6 miliardi di euro, rispetto ai dieci annunciati, la riforma della giustizia civile, con l’abbreviamento dei processi, un ulteriore sgravio sulle ristrutturazioni delle abitazioni. Poi ci sarà il Jobs act, sul quale Renzi si troverà a fare i conti col sindacato. E anche con l’amico Landini. La sensazione è che i tempi, che inevitabilmente si sono allungati rispetto alle previsioni un po’ semplicistiche del presidente del Consiglio, non ammettano tentennamenti e deroghe. Renzi, mentre gusta il suo gelato crema e limone dopo la ben più gelata secchiata di Forte dei Marmi, sostiene che farà gol sotto la curva dei tifosi avversari. Ce lo auguriamo. Di autogol questa nostra Italia ne ha già fatti abbastanza.

Balcani, una Dichiarazione
per gli scomparsi in guerra

Profitti-di-guerra_largeIn occasione della Giornata internazionale per gli scomparsi, i presidenti di Croazia, Ivo Josipovic, Serbia Tomislav Nikolic, Montenegro Filip Vujanovic e il leader della presidenza tripartita bosniaca Bakir Izetbegovic hanno firmato a Mostar una dichiarazione con la quale i quattro Paesi balcanici si impegnano a continuare nelle ricerche delle persone scomparse nelle guerre degli anni ’90 nella ex Jugoslavia, garantendo il rispetto dei diritti dei familiari degli scomparsi.

Il documento, che definisce il ruolo e la responsabilità degli stati nella ricerca delle persone scomparse a causa dei conflitti e di violazioni dei diritti umani, è stato redatto dalla Commissione internazionale per le persone scomparse (Icmp). L’intento è che venga firmato dal maggior numero possibile di Paesi, per costituire poi un’organizzazione internazionale che sia la prima ad arrivare sul luogo di sterminio o di catastrofi naturali.

Secondo i dati dell’Icmp, nelle recenti guerre jugoslave sono scomparse 40.000 persone, di cui circa 30.000 in Bosnia. I resti di una parte di questi sono stati successivamente identificati, ma a distanza di quasi vent’anni non si conosce ancora la sorte di 12.000 persone. In Bosnia, dove l’apposito Istituto ricerca ancora 8.000 persone, negli 11 obitori dove si raccolgono i resti esumati dalle fosse comuni sono custodite le ossa di circa 4.000 vittime non identificate della guerra del 1992-95.

E’ un problema comune di tutti i Paesi dell’ex Jugoslavia, ma la priorità, ha detto il presidente montenegrino Vujanovic, deve essere anche quella di perseguire tutti gli autori dei crimini e della scomparsa delle vittime. “E’ una questione di verità e di giustizia – ha affermato il croato Josipovic – e non è un compito facile, ma è indispensabile per il risanamento della società, il perdono e la riconciliazione, per il progresso e un futuro sano”

Secondo Amnesty International, a 15 anni dalla fine del conflitto nei Balcani, sebbene abbiano ratificato la Convenzione per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate, Bosnia-Erzegovina, Serbia e Montenegro devono ancora assolvere ai propri obblighi di fornire ai parenti degli scomparsi la verità in merito alle circostanze delle sparizioni forzate, i progressi e i risultati delle indagini, nonché sulla sorte toccata alle persone scomparse. Croazia e Macedonia hanno firmato la Convenzione ma non l’hanno ancora ratificata.

Con la firma della dichiarazione di Mostar si chiude una settimana importante per l’immagine politica dei Balcani, a Berlino il Presidente della Commissione UE Barroso, ha portato l’incoraggiante esempio della Serbia, dell’Albania e del Kosovo e dei progressi da loro fatti segnare, aggiungendo che la Croazia dimostra che l’ingresso nella UE è un obiettivo raggiungibile. Barroso ha anche sottolineato che i Paesi della regione possono contare sul pieno sostegno dei membri UE nel processo di adesione, precisando però che la realizzazione dello stato di diritto, la cooperazione regionale e la buona gestione delle finanze pubbliche rimangono fondamentali.

Sara Pasquot

 

L’agroalimentare, l’Europa
e la crisi ucraina

AgroalimentareLe ferree regole dell’embargo russo costa all’agroalimentare italiano oltre 100 milioni per il primo anno, ma le conseguenze si dirameranno su tutto il nostro export agroalimentare verso la Russia che vale circa 700 milioni di euro. Sono queste le stime che Federalimentare espone nella sua ultima nota sull’impatto economico derivante dai divieti alle importazioni adottate da Mosca dopo le sanzioni della Ue per la crisi ucraina. L’Italian Trade Agency stima che nel 2015 le perdite saliranno a ben 250 milioni.

I divieti imposti da Mosca prevedono un embargo totale su carne di manzo, suina e avicola, frutta e verdura, latte e formaggi dai Paesi dell’Ue, dagli Usa, ma anche da Norvegia, Australia e Canada. «Le sanzioni sono spesso inutili – afferma Luigi Scordamaglia, vicepresidente di Federalimentare e Assocarni – ma nei confronti della Russia sono addirittura controproducenti. L’Unione europea dimentica costantemente che siamo noi ad aver bisogno della Russia e non viceversa. Europa e Russia sono obbligate all’integrazione commerciale e queste sanzioni favoriscono i nostri competitor». Lo stesso premier russo Dmitri Medvedev aveva definito la via delle sanzioni come “un vicolo cieco”. Dalle contro sanzioni, che prendono di mira per ora l’agroalimentare europeo, sono esentate alcune categorie, in particolare il cibo per l’infanzia e gli alcolici. L’embargo durerà un anno, ma il premier ha subito messo in chiaro che sarà possibile ridurre il periodo i partner mostreranno un atteggiamento costruttivo.

Gli analisti di Capital Economics hanno intanto calcolato che la Russia nel 2013 ha importato alimenti per 7,1 miliardi da paesi sanzionati. «L’Italia – sottolinea Paolo Bono, economista di Nomisma – esporta ortofrutta per 80 milioni. Il danno è evidente e potrebbe diventare permanente: in seguito, sarà molto difficile scalzare i nuovi fornitori». Infatti i russi, nell’intento di spezzare il fronte occidentale, sostengono che lo stop agli europei apra le porta ai produttori locali, ma anche a Bielorussia, Uzbekistan, Argentina e Brasile. Diventa critica la situazione nell’ortofrutta, già in grande difficoltà per l’eccesso di produzione di frutta e per i prezzi riconosciuti ai produttori inferiori ai costi di produzione.

«Piove sul bagnato – afferma Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative e di Conserve Italia – L’ortofrutticolo è tra quelli più esposti da questa crisi: solo nel 2013 l’Italia ha esportato in Russia ottantamila tonnellate di frutta con quattromila tir. Inoltre, con l’embargo russo la produzione di Grecia e Spagna si scaricherà sull’Europa con effetti drammatici. A rischio anche l’expo di carne: «Lo sgarro maggiore all’Europa – rivela Luigi Cremonini (patron dell’omonimo gruppo) – è che in barba a qualsiasi morale i russi in un giorno hanno riabilitato ventotto macelli brasiliani, in precedenza chiusi per la mancanza degli standard minimi».

Alessandro Munelli

Sentenza storica, sì adozione a coppia lesbica

Adozioni coppie lesbicheSentenza che farà storia quella del tribunale per i Minorenni di Roma che ha riconosciuto l’adozione di una bimba che vive in una coppia lesbica, figlia biologica di una sola delle due conviventi. Si tratta del primo caso in Italia di stepchild adoption adozione da parte di uno dei due componenti di una coppia del figlio, naturale o adottivo, del partner. Continua a leggere

Scrive Angelo Santoro:
Una sfida al presidente dell’Abi

Egregio Presidente,
con rispetto ma costanza mi rivolgo a Lei per la seconda volta. Difatti, in un mio precedente intervento, esattamente il 17 Agosto sull’Avanti Online, mi ero permesso di “sfidarla” in senso metaforico, cioè di essere ascoltato portando alla Sua vista alcune situazioni che mi sono fatto carico di aiutare a risolvere. L’invito a Lei per una singolar tenzone nasce per arrivare a proporLe una possibile soluzione. E mi rivolgo a Lei anche in quanto massimo rappresentante dell’Associazione a cui fanno riferimento le banche italiane.
Il problema dei contenziosi in essere, ed anche futuri, tra cittadini e banche, tra aziende e banche, tra bottegai e banche, sta diventando una perversa situazione con risvolti etici e sociali. Non si tratta solo di contenziosi aritmetico-finanziari. Quelli li conoscete bene. Lei e le banche che rappresenta vivete quotidianamente sui numeri che i capitali fanno muovere, sui crediti e sui debiti, sui finanziamenti e sui mutui. Quello che voglio portare a Lei in questo ideale “duello” sono i risvolti che comportano simili contenziosi ed i rischi ad essi connessi.
Prendiamo ad esempio uno specifico riferimento ad uno dei contratti più in voga negli ultimi dieci anni tra gli Istituti ed i clienti: i mutui ipotecari per l’acquisto di un immobile. Sono stati concessi negli anni dello “sprecone”, quando cioè le banche distribuivano quattrini come petali di rosa alla festa dell’Immacolata di “paese”, finanziando l’acquisto di appartamenti e botteghe ben oltre il valore stesso del mattone. Certamente non potevamo immaginare il crollo verticale del mercato immobiliare: però è avvenuto! Veniamo quindi ad oggi. Moltissimi di questi neo proprietari hanno perso il lavoro e non riescono più a pagare le rate. Nasce la tensione finanziaria che conosciamo bene. Gli Istituti di Credito, a carico della collettività, si fanno approvare una legge in quattro e quattr’otto, la n°147 del 2013, che permette loro di detrarre le perdite se cartolarizzate. Insomma, come spiegavo meglio nel “guanto della sfida”, questa pratica comporta un benservito ai poveracci a favore delle aziende di riscossione, autorizzate a vessare i debitori per diritto acquisito. Nel mio immaginario c’è invece un’altro epilogo: questi poveracci subiscono le violenze dei “mazzieri” inviati dalla agenzie di riscossione, e s’incamminano verso il martirio finanziario. Ma le agenzie di riscossione, a loro volta, si rivolteranno contro le banche che gli hanno ceduto questi crediti. Insomma il sistema del credito rimarrà con il cerino in mano e si ritroverà, avendoli espropriati, tutti i mattoni che ha finanziato all’80% del valore in meno. Mi spiego meglio Presidente. In questi anni di concessione arrembante di mutui, i mutuatari hanno pagato praticamente solo interessi; il capitale è praticamente tutto lì da rimborsare, una rimanenza da pagare per i vessati di almeno il 90% più interessi. Bene, anzi, male, perché il problema è che l’immobile non vale più 100 e manco 80, ma vale 20 sul mercato immobiliare di oggi. Allora perché questi signori, elevati al rango di poveracci, oggi dovrebbero continuare a pagare 90 una cosa che ne vale 20?!? Lei lo farebbe? Io no!!! Attenti signori banchieri, Suoi associati, che se queste decisioni vengono prese da dieci persone, sono persone disoneste e senza parola, quasi dei delinquenti; ma se lo fanno in 100.000, questi diventano degli eroi e voi degli arraffoni. Facciamola finita per favore!! Ovviamente Presidente il mio è solo un viaggio immaginifico ma che si basa su dati veri e dimostrabili. Per evitare tutto questo, io che da sempre mi occupo e preoccupo dei risvolti sociali ed etici delle vicende del nostro convivere civile, mi sono fatto arruolare da un drappello d’imprenditori “scelti” che hanno sottoscritto una richiesta indirizzata alla Sua persona, a cui io ho dato anima, e che di seguito Le riporto in corsivo. Noi non facciamo raccomandate ad personam in modalità “segreta”. Una situazione che vede coinvolti tanti imprenditori, con le loro famiglie e dipendenti, che vanno ben oltre l’esiguo numero dei firmatari, non può essere tenuta riservata perché è ormai una patologia sociale. E come tale, in modo del tutto trasparente, va comunicata. Per questo La coinvolgo pubblicamente.
Presidente, cosa facciamo: ne vogliamo parlare? A Lei la scelta del quando, del dove e dell’ora.

“Esimio Dott. Antonio Patuelli
Presidente Associazione Bancaria Italiana

A seguito della lettera aperta del Dr. Angelo Santoro pubblicata il giorno 17 agosto dal giornale Avanti online, a cura del suo Direttore Dr. Mauro Del Bue, e anche per i numerosissimi commenti che tale lettera ha suscitato, noi sottoscrittori della presente, oggi, con l’aiuto di “Interessicomuni” a cui diamo mandato perchè, Lei Signor Presidente, possa ricevere il dr. Santoro latore di una nostra specifica richiesta.
Siamo un gruppo di 50 (cinquanta) Imprenditori della Provincia di Reggio Emilia in difficoltà oggettive che, per colpa della crisi generale che ha colpito l’economia italiana, si trova attualmente in uno stato di tensione con i rispettivi Istituti di Credito membri dell’Associazione che Lei presiede.
Le chiediamo formalmente di poter avere un appuntamento per poter discutere, insieme, la possibilità che venga accolta dai medesimi Istituti una proposta di sospensione temporanea di mesi dodici, esatti, di tutti i pagamenti dei nostri debiti e contemporaneamente di qualunque azione legale nei nostri confronti da parte delle Banche coinvolte. La presente proposta vuole essere da parte nostra la testimonianza di voler onorare i debiti contratti con il sistema bancario, ma nel contempo poter proseguire le proprie rispettive attività per uscire da questa situazione momentanea di crisi di mercato e di liquidità.
Entro questo periodo di sospensione richiesto, col l’aiuto di “Interessicomuni” che ci assiste, intendiamo trovare con i nostri rispettivi Istituti di Credito una soluzione definitiva per proseguire nella restituzione e nel saldo del debito contratto prima che si perda nel labirinto delle “discutibili” agenzie di riscossione che acquistano in blocco le nostre botteghe dove lavoriamo, e le nostre case dove viviamo con i nostri anziani e i nostri bambini al 10% di quanto pagate e dalle stesse Banche finanziate. La legge 147 del 2103 favorisce chi specula sui poveracci ma questo è altro discorso.
Le chiediamo quindi che il dr. Angelo Santoro venga da Lei accolto per formalizzare insieme una tal richiesta, che possa essere discussa e poi eventualmente accettata dalle banche rappresentate dalla Vostra Illustre Associazione.”

Scrive Paolo Bolognesi:
Se gli ottanta euro non bastano…

Stando alle odierne notizie di stampa, gli ottanta euro promossi dall’attuale Governo sarebbero serviti a poco, nel senso che i loro effetti sulla capacità di spesa degli italiani, su cui puntavano i vari sostenitori della iniziativa, si sono rivelati ben al di sotto delle aspettative, posto che nel corso di giugno 2014 il volume degli acquisti sarebbe sceso del 2,6%, rispetto allo stesso mese dell’anno passato.

Per ora avrebbe dunque ragione chi ebbe a definire quella misura economica come un “obolo” o come una “aspirina elettorale”, anche se bisognerebbe capire meglio quale può essere stato il reale impiego di detta somma, se ad esempio è stata depositata negli istituti di credito e similari, a mo’ di salvadanaio in previsione di tempi ancora più duri, o se invece è rimasta in casa, “sotto il cuscino” come si usa dire, per paura che ai nostri “risparmi” vengano applicate ulteriori imposte, visto come stanno andando i conti pubblici, e in particolare il debito dello Stato (questo sì in ascesa, all’opposto dei consumi).

Non ci è dato che fare ipotesi, ma i discorsi che si sentono in giro, ovviamente per chi li vuole ascoltare, danno sovente il segno di uno stato d’animo generale che inclina al pessimismo e al “timore” di qualcosa, vuoi a livello economico (aumentato costo dei servizi, pericolo di vederci rincarati o contingentati i rifornimenti energetici causa le vicende internazionali….) vuoi su piano sociale (perdita del lavoro o difficoltà a trovarlo, concorrenza della mano d’opera straniera, diffidenza verso un multiculturalismo di cui ci sfuggono gli esiti e la portata….).

E’ un insieme di percezioni, talvolta anche indefinite, che genera comunque incertezza sul futuro, di fronte alla quale non basta verosimilmente una “iniezione” di ottanta euro mensili, ma occorre piuttosto ridare al Paese fiducia e ottimismo, o tentare quantomeno di farlo, e stimolarne l’orgoglio e un nobile “patriottismo”, anche per evitare che molte delle nostre attività passino in altre mani.

L’Italia ha fama di essere un Paese solidale e generoso, ma farà fatica a restare tale se si indebolisce, e impoverisce, e perché ciò non accada e possa anzi risollevarsi quanto prima, riacquistando slancio ed entusiasmo, e prospettiva, occorre innanzitutto non “tartassare” i ceti produttivi, quelli che possono generare “ricchezza” per sé e per altri, e vanno pertanto incoraggiati. Le forze liberal-riformiste possono essere in questo senso una voce molto importante, ed efficace, ovviamente se ne sono convinte.

Paolo Bolognesi

Niccolò Musmeci:
L’unica soluzione è la pace in Palestina

Da millenni quella terra è piagata dalla guerra. Contesa fra Egiziani e Hittiti già tremila anni fa oggi la Palestina è ancora coperta di sangue. Dalle spade ai fucili, non c’è duna, oasi, campo, pianura, roccia dove non sia morto qualcuno. Incrocio fra tre religioni. Nodo fra tre continenti. Incastro di molte culture. Dopo duemila anni lo stato di Israele ha ripreso a respirare e duramente si è intromesso nella scena internazionale. Appare incredibile che una terra così piccola sia riuscita a fronteggiare tutto lo scenario mediorientale. In effetti si è detto molto riguardo ai successi israeliani. Solo il fatto di possedere l’Iron Dome, che risulta praticamente impenetrabile, un esercito competente al pari delle attuali potenze dello scacchiere internazionale, un costante finanziamento del territorio insieme ad un duro lavoro, che in poco più di mezzo secolo hanno trasformato una terra rurale in una forte economia liberale. Colonia americana, finanziata dai banchieri ebrei del mondo, noncuranti di massacri, finte vittime…

Tutti questi giudizi e queste invettive si scagliano addosso a questa piccola, ma potente nazione e stavolta dobbiamo riconoscere che possiedono un briciolo di credibilità. Eppure per paura dell’accusa di antisemitismo dobbiamo tacere. Allora pensiamo, che ci è ancora dato, come sia possibile che Israele sia diventata una potenza di così grande portata. Vorrei aggiungere una critica che sento poco da parte della stampa, dei politici e della gente in generale. Se Israele si considera una nazione occidentale, moderna e superiore a degli stati retti da terroristi, che costringono il popolo a fargli da scudo umano, perché si comporta come tale? Perché lancia migliaia di razzi contro la zona più densamente abitata del suo vicino? Perché mantiene nel suo governo ministri, donne addirittura, che affermano che è un bene massacrare le madri di Gaza, presunte creatrici di mostri antisemiti?

Perché manda volantini avvertendo di possibili incursioni aeree e poi bombarda spiagge, scuole delle Nazioni Unite e obiettivi privi di importanza strategica? Perché mobilita blindati, carri armati, missili, elicotteri, la marina addirittura contro un esercito privo di ogni mezzo moderno, a parte quei tanto famosi razzi, tanto famosi quanto inutili a causa dell’Iron Dome? E se Israele è questo paese civile, perché non si comporta da tale? Se fosse una democrazia moderna e occidentale, perché usa metodi medievali? Perché bombardare una zona militarizzata ma piena di civili, costretti da terroristi insensibili, gli uomini di Hamas, a stare dove sono, immobili, come scudi umani sotto una furente costante pioggia di ferro e fuoco? E infine restare indifferenti, indifferenti a ciò che i loro ed i nostri padri soffrirono.

Se questa è una democrazia…. Invece, ingaggiare colpi su colpi cercando di intavolare una discussione, rischiare la propria incolumità, solo per una minima speranza di pace, questa è democrazia. Creare la pace, creare due stati indipendenti e sovrani: questo è possibile, ma solo se l’Europa si schierasse in modo fattivo e economico con quella parte di palestinesi che non stanno con Hamas e con gli israeliani che non credono nella guerra. Questo è ciò che non sento dire. Ciò che noi tutti sappiamo è invece che Hamas, rappresenta circa la metà dei voti dei palestinesi, opposizione alla più moderata Olp, anch’essa ormai favorevole alla pace.

I palestinesi che per difendere la propria terra accettano un’alleanza con terroristi, criminali, uomini che, indottrinati da predicatori fanatici per la gloria di un dio tramutato in un demonio assetato di sangue, vorrebbero compiere un genocidio, non possono avere giustificazione alcuna. Come mai parte degli arabi e degli stati del medio oriente condividono tali posizioni? Forse perché qualcuno li ha costretti o addirittura invitati, anche se indirettamente, a diventare malvagi in risposta ad una malvagità che hanno e sentono sulla propria pelle? Mi auguro che finalmente i giusti di entrambe le parti creino la democrazia e la pace, una pace non imposta con le armi, ma ottenuta attraverso la comprensione e il rispetto per le diversità.

Ed è proprio in questi giorni che si gettano le fondamenta di una nuova pace, se Dio vuole, quello di ambo le parti, che soffre ugualmente delle morti degli israeliani e dei palestinesi. Ma attenzione, poiché da un’ingiusta pace può nascere una guerra ben peggiore…

Niccolò Musmeci

Cristianesimo, ebraismo e islamismo, ma la questione non è solo religiosa

Sono le tre religioni monoteiste. Oggi intrecciate a grandi problemi territoriali e politici. L’ebraismo è la religione più antica. Da essa deriva il cristianesimo, che umanizza il Dio ebraico, lo fa scendere sulla terra e diventare uomo. L’islamismo non disconosce Cristo, come pure l’ebraismo, ma non lo riconosce figlio di Dio. Il fatto che il profeta Maometto faccia discendere i suoi precetti dall’arcangelo Gabriele rende anche l’islamismo una religione non contrapposta alle altre due. Il vero problema di questa guerra di religione non può essere solo religioso, ma anche politico e, come afferma Galli Della Loggia, di civiltà.

Noi non possiamo sbagliare analisi, dobbiamo invece tentare di approfondirla, per conoscere i nostri nemici, i tagliagola che anche ieri hanno decapitato quattro presunte spie del Mossad, che hanno rapito soldati dell’Onu, che non conoscono regole né tanto meno rispetto per gli avversari, che devono essere uccisi, solo perché diversi da loro, come religione, politica, civiltà. Il cristianesimo è una religione d’amore che in tre passaggi si rivela a mio giudizio la più moderna. Laddove Cristo divide Cesare e Dio, dunque stato e religione. Inventando la laicità. Laddove afferma che “chi è senza peccato scagli la prima pietra” (quante pietre in meno avremmo visto durante Tangentopoli, mi sia concessa la battuta in salsa socialista), laddove afferma addirittura che bisogna amare anche il nemico. Frase rivoluzionaria e incompresa tuttora.

Eppure in nome di Cristo sono state commesse assurde brutalità dalla Chiesa. Contro gli eretici, bruciati in piazza al tempi dell’Inquisizione, nei confronti dei popoli primitivi dell’America latina, distrutti in nome dell’evangelizzazione, in Italia al tempi del potere temporale combattendo i patrioti che volevano l’Italia unita. Da tempo non è più così. Oggi la Chiesa parla parole di pace e di rispetto per tutti, dialoga con le altre religioni, ne rispetta profondamente le credenze. L’ebraismo da tempo risente della folle persecuzione nazista. Rinato con le sembianze del sionismo e dello stato etnico anche se democratico, viene combattuto dai musulmani in nome della questione palestinese. Ai duemila missili andati a vuoto si è risposto recentemente con duemila morti.

Così quella che appare solo guerra religiosa diventa politica. L’odio per la civiltà occidentale degli integralisti islamici viene accresciuto dall’esistenza dello stato di Israele e dalle cosiddette invasioni in Iraq e Afghanistan, anche se appoggiate da paesi arabi. Il mito della guerra santa si intreccia con vaghe suggestioni di unità e di liberazione del popolo arabo. Così la terza guerra mondiale contro il fanatismo musulmano e dell’Isis, che oggettivamente può trovare nella lettura di alcuni versetti del Corano qualche giustificazione, è oggi tutt’uno con la guerra politica contro l’Occidente senza Dio e invasore. Per questo credo che i paesi democratici e quelli arabi debbano combattere questa guerra con le armi, ma non solo. Quella che deve accompagnare le armi è la politica.

E cioè la risoluzione di alcuni nodi fondamentali, primo dei qual quello intricatissimo della questione palestinese. Ma anche la vicenda siriana, da cui ha preso avvio il massacro dei fanatici jidaisti, e che é costata duecentomila morti, deve trovare soluzione. Troppo altalenante è stato il presidente Obama tra la tentazione di aiutare gli insorti e quella di affossarli. Andrebbe anche normalizzato il rapporto con l’Iran, che passa da peggiore nemico a potenziale alleato, e soprattuto rivisto quello con l’Arabia saudita, storico alleato americano e principale finanziatore dell’Isis, per non parlare del caos libico con due governi, uno laico e uno islamico, che si combattono tra loro e del caos egiziano, coi militari che cedono il potere agli islamici che poi vengono cacciati. Gli Usa, visto che l’Europa non esiste politicamente, hanno il dovere di chiarirsi. Da quel chiarimento potrà trovare giovamento anche la vittoria militare e politica contro i tagliagola. Ormai la guerra deve orientarsi verso la complessiva normalizzazione della situazione mediorientale, oggi divenuta esplosiva, dopo una primavera troppo calda. E che ha assunto molteplici sembianze e poi è divenuta insopportabile. Tanto da far rimpiangere i vecchi dittatori.