giovedì, 17 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Corrado Oppedisano:
L’Europa a Lampedusa
Pubblicato il 13-08-2014


Lampedusa registra centinaia di migranti morti, persone che si aggiungono a nuovi episodi come i 19 morti asfissiati dai gas di stiva, sessanta annegati da un barcone. E’ necessaria una forte risposta politica europea ed internazionale per capire e combattere le cause di tali fenomeni.
Si apprende che i Socialisti europei hanno scelto di tenere la riunione annuale della Commissione internazionale per le Migrazioni proprio sull’isola siciliana il prossimo Ottobre. Di conseguenza il Premier Renzi potrebbe convocare formalmente la Commissione europea proprio a Lampedusa. Nessuna commemorazione, ma una sessione operativa della UE diretta dall’italia su protezione umanitaria, interventi UE, riforme strutturali, visione euro-mediterranea e dialogo internazionale per la distensione e la pace.

Sappiamo che bisogna riscrivere parte del Regolamento di Dublino del 2003, secondo il quale la domanda di asilo va presentata nel primo paese europeo di arrivo, con la “schedatura” delle persone, tra cui quei profughi che non desiderano restare in Italia ma trasferirsi nei paesi del Nord Europa per ricongiungersi ai loro cari. Non a caso la Germania ha 110mila richieste d’asilo rispetto le nostre 26.000. Per assurdo, se saranno schedati in Italia, quando arriveranno in Germania potrebbero subire sanzioni da clandestinità e rispediti in Italia.

Questa è la ragione per cui più di metà dei rifugiati fugge alle schedature e ai controlli pagando, in Italia, in Europa, altra criminalità per farsi condurre a destinazione. Il vertice UE del 27 giugno scorso non ha sciolto il nodo del reciproco riconoscimento d’asilo: cioè, che un provvedimento ottenuto in Italia sia valido per trovare lavoro in Germania o altri paesi.

Nonostante la miopia di alcune forze politiche italiane Mare Nostrum è una iniziativa umanitaria di salvataggio e di lotta ai trafficanti, non va abbandonata ma potenziata. Dall’ottobre 2013, quando è partita, ad oggi, l’esercito italiano ha salvato 70mila vite umane con investimenti di 9 milioni di euro al mese sino ad oggi. L’UE a dicembre ha inviato un contributo di 30 milioni di euro

I soldi non bastano è c’è da riprogrammare una strategia complessiva sul piano europeo contro il traffico di migranti affinché Europol e Frontex non si limitino ad essere operazioni solo emergenziali ma di pianificazione complessiva. Necessitano infatti di radicale riforma a partire dalla logistica che dovrebbe, a mio avviso, portare Frontex ad avere una sede mediterranea e non solo a Varsavia, dove “l’eco delle imbarcazioni suona lontano” o, meglio, attraverso una specifica nomina di un ufficio europeo dedicato al mediterraneo.

Vanno riviste le relazioni con i paesi partner, attivando da subito corridoi umanitari per consentire a chi abbandona il paese natale di non fuggire, ma di organizzarsi in sicurezza con i paesi ospitanti evitando di abbracciare la sola opportunità offerta dalla criminalità e dagli sfruttatori. In tal senso i conflitti, in Etiopia, in Eritrea, in Sudan, in Siria, quello israelo-palestinese provocheranno altre fughe, e a oggi gli sbarchi in Italia hanno già raggiunto la cifra record di 80 mila in sei mesi. Un’azione diplomatica, immediata, distensiva ma incisiva sulla prevenzione e sulla cessazione dei conflitti armati si rende inderogabile.

In tal senso andrebbe valutata seriamente, visto il varo positivo della riforma della legge 49 sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo che ha appena superato il voto dell’aula di Montecitorio, la pressione posta dal terzo settore, le Ong, e tutto il settore umanitario, presenti nei territori. Questa può attivare interventi di cooperazione allo sviluppo che già hanno indicato e segnalato, al dibattito parlamentare, nuovi strumenti per contrastare la povertà e la fuga dai territori. Si dovrebbe altresì valutare l’attivazione di nuove sedi consolari nei territori partner per procedere a nuovi protocolli internazionali attraverso cui poter prevenire direttamente -e in loco- dalla prima fase emergenziale umanitaria, combattendo le cause che producono fuga e morte.

Occorre anticipare gli interventi per risolvere una terribile fuga da paesi che sfocia in un disperato sradicamento dei nuclei familiari, abbandono delle terre e dai propri cari. Tutto ciò snatura un paese, il suo popolo, intere generazioni

Per questi motivi centinaia di operatori umanitari che vivono e conoscono i territori a rischio, esperti ben amalgamati all’interno delle realtà locali, a stretto contatto, da molti anni, con la popolazione e le istituzioni potrebbero essere i primi terminali per l’Italia e l’Europa di comunicazione e dialogo per le agenzie preposte.

Corrado Oppedisano

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