martedì, 22 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Medio Oriente: ricercare
soluzioni e iniziative
Pubblicato il 01-08-2014


Medio OrienteLa proposta di Pia Locatelli alla Camera, nel dibattito del 30 luglio sulle comunicazioni del ministro Mogherini relative alla crisi a Gaza, è significativa e merita di essere commentata e spiegata. La deputata socialista ha posto il problema di ricercare soluzioni e iniziative, da parte dell’Italia e dell’Europa, che vadano oltre l’osservazione impotente del precipitare ulteriore del conflitto e la lamentazione frustrata sull’impasse del processo di pace. La sua proposta è che si stabilisca una data, oltre la quale l’Unione Europea si impegni a riconoscere lo Stato di Palestina, se il blocco del processo di pace continuerà a permanere. Questa proposta ha senso, ed è basata su un’analisi attenta delle situazione del conflitto, un’analisi che guarda oltre le posizioni dei troppi interessati a riscuotere una parcella da questa guerra senza fine.

Qui citiamo una vecchia storiella ebraica: quella dell’anziano avvocato che lascia al figlio la conduzione dello studio, e gli consegna la pratica più voluminosa, la causa che lo studio di famiglia porta avanti di generazione in generazione attraverso molteplici, complesse, combattute udienze in tribunale; l’erede si dedica allora con grande energia allo studio del difficile incartamento, e alla fine arriva a una luminosa soluzione, corre in tribunale, ottiene la sentenza tra lo sbalordito compiacimento del giudice e delle parti, e fiero e orgoglioso corre dall’anziano padre, che lo accoglie a bastonate: “Sciagurato” gli grida “la nostra famiglia ha riscosso parcelle su quella pratica sin dai tempi del tuo bisnonno!”.

Infatti, il conflitto israelopalestinese non è un conflitto difficile a risolversi: ogni metro quadro di territorio è stato misurato, ogni insediamento censito. Si sa tutto, dove, come, perché. Si conosce anche la soluzione: due stati, confini secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite, con correzioni eventuali concordate, riconoscimento del problema dei profughi palestinesi, con una qualche compensazione laddove il ritorno non sia francamente possibile, soluzione per Gerusalemme. Questa soluzione è terribilmente semplice, se vi fosse una volontà politica comune, come parve crearsi nel 1993 con gli accordi di Oslo (poi l’assassinio di Rabin, e molte altre cose, sono accadute, tutte disgrazie), e non vi fossero, in servizio permanente effettivo, forze che speculano e incassano sanguinose parcelle politiche per diluire, procrastinare, allontanare questa soluzione.

Da una parte, non c’è dubbio che il governo israeliano di destra degli ultimi anni ha evitato decisamente la ripartenza del processo di pace: ha proclamato di non avere un partner, e ha continuato a creare fatti compiuti sul terreno, dal muro a nuovi insediamenti. Sul piano ideologico ha proposto una narrazione del conflitto funzionale a massimizzare l’appoggio esterno delle amministrazioni repubblicane Usa e delle destre europee: sarebbe un conflitto di civiltà, tra democrazie e dittature, ricalcato sulla guerra al comunismo, con gli islamici genericamente definiti al posto dei soviet. E’ la narrazione di cui qui si fa tamburino Giuliano Ferrara, secondo cui esiste solo il diritto di Israele, inteso peraltro in senso assai ampio, non due diritti di due popoli egualmente degni e da armonizzare, e si dicono ipocrite messe per la triste sorte dei cristiani arabi iracheni ma si dimenticano i cristiani arabi palestinesi, che non rientrano nel quadretto.

Si tratta di una narrazione che maschera la realtà: il conflitto è per la terra, i palestinesi sono un popolo multireligioso, lo stato palestinese è uno stato che, al netto delle condizioni di emergenza che alterano il processo politico e sociale, ha un presidente eletto democraticamente, un parlamento di cui fanno parte forze del tutto laiche e di orientamento progressista, e insomma “nel presidente Abbas Israele ha una controparte impegnata alla soluzione dei due stati e alla sicurezza” come ha scritto Barack Obama nella sua lettera aperta al pubblico israeliano, una mossa inaudita che indica tutta l’esasperazione dell’amministrazione democratica, e le parole scelte sono, non per caso, l’opposto speculare al famoso “Israele non ha un partner” di Sharon a Bush nel 2004. Il presidente Abbas ha mostrato “moderazione” in tutti questi anni, e non ha ricevuto che porte in faccia dal suo necessario interlocutore, Beniamin Netanyahu, fino a pochi giorni fa, quando l’esercito israeliano ha compiuto addirittura un’incursione nel centro di Ramallah, senza alcuna opposizione dal governo palestinese, che ne è uscito però ulteriormente umiliato. Ora, il bombardamento della popolazione a Gaza mette tutti i palestinesi, non Hamas soltanto, in una situazione moralmente e psicologicamente insostenibile.

Dall’altra parte, non c’è dubbio che l’azione di Hamas è disastrosa e destabilizzante, in primo luogo per la causa nazionale palestinese: Hamas governa da sola Gaza, e conduce una sua guerra privata e irresponsabile contro Israele. Il governo israeliano, che non ci pare molto più oculato nel tutelare la propria causa nazionale, pare pensare che la vittoria militare sia necessaria, al prezzo della strage di vittime civili, ma il rischio è che Hamas, come Hezbollah a suo tempo in Libano, possa piuttosto ottenere una sorta di vittoria virtuale, sopravvivendo come organizzazione per poi proclamarsi vincitore non appena l’esercito israeliano si ritirerà (dovrà farlo prima o poi), con il guadagno netto di essere diventato un soggetto politicamente legittimato da una trattativa. Hamas si è già guadagnata, di fatto, il riconoscimento di parte belligerante, governi ed emissari sono lì a rincorrerli con proposte e soluzioni, e anche il governo israeliano, di fatto, tratterà con loro in qualche modo, attraverso i più vari intermediari. Se poi guadagnano anche l’apertura di un mezzo valico di frontiera… La prospettiva, disastrosa, è quella di due soggetti palestinesi, che forse non è sgradita a quei partiti israeliani di destra che hanno sempre puntato sulla delegittimazione dell’interlocutore palestinese unico (tanto peggio tanto meglio, è la politica degli estremisti e dei populisti sotto ogni cielo). La via ragionevole era di ricondurre Hamas nel quadro istituzionale palestinese, e a questo il presidente Abbas si era dedicato con il sostegno della comunità internazionale: ora tutto è più difficile, e a questa difficoltà, oggettivamente, il governo israeliano ha contribuito.

Occorre allora, da un lato, rafforzare la Palestina laica e democratica, dall’altra ricondurre, come chiede Obama, Israele al tavolo delle trattative (sempre nella speranza che prima o poi ritorni un governo laburista, speranza purtroppo oggi non molto vicina). La pressione sul governo israeliano deve rimanere forte: non si tratta di chiedere di abbassare la guardia sulla sicurezza del proprio stato, di non difendersi dai razzi e da altre minacce, una richiesta assurda e che sarebbe respinta a ragione e senza indugi, ma di fermare l’eccesso sporporzionato, illegale e tragico di rappresaglia verso un nemico che comunque non costituisce una minaccia militare effettiva, di far cessare le perdite umane innocenti nella micidiale situazione geografica della Striscia di Gaza, sovrappopolata e impraticabile, e di continuare a proporre la semplice, luminosa verità che l’occupazione dei territori palestinesi, la chiusura dei valichi, gli insediamenti, i posti di blocco, insomma la malata normalità precedente alla guerra odierna è non solo illegale ma anche insostenibile, ed è la causa prima dell’insicurezza e della guerra, del terrorismo e del fondamentalismo. Questa guerra non è possibile perderla per gli israeliani, ma non possono neppure vincerla, solo protrarla all’infinito. Occorre affermare, insomma, che nazionalisti ed estremisti delle due parti devono smetterla di incassare parcelle, agitando le bandiere di guerre di civiltà e di religione: occorre dividere la terra e iniziare una convivenza tra due popoli simili e vicini per cultura e storia e persino per le dolorose esperienze in cui si rispecchiano a vicenda, il resto è ideologia, cinismo, strumentalizzazione, giulianiferrara.

Allora, riconoscere, in mancanza di altri progressi a livello bilaterale, lo stato di Palestina (che già oggi si chiama così ed ha un suo status minore all’Onu) sarebbe un modo per intervenire a compensare la Palestina democratica per la sua pluriennale pazienza e sopportazione, quel restraint a cui continuamente vengono chiamati, e che sono rimasti soli a praticare: e a dare un segnale che, lungi dall’intaccare la sicurezza israeliana, renderebbe chiaro che deve esistere una simmetria tra diritti e doveri delle due parti, inclusa la possibilità di avere accesso alle sedi dell’Onu e alla Corte internazionale, e pari dignità, e che, così come la parte palestinese legittima non intende discutere l’esistenza dello stato di Israele, come peraltro riconosciuto dallo stesso Arafat nel 1993, è ormai impossibile negare ai palestinesi, in linea di principio, uno stato, anche perché è proprio questa situazione di intedeminatezza che consente e sostiene il quasi-stato pirata di Hamas a Gaza.

Luca Cefisi *

*rappresentante del PSI nella presidenza del PES. E’ stato delegato dell’Unione Internazionale dei Giovani Socialisti per il dialogo tra organizzazioni giovanili israeliane e palestinesi durante il processo di pace negli anni ’90, e successivamente membro del Comitato per il Medio Oriente dell’Internazionale Socialista.

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Commenti all'articolo
  1. Ciao Luca, grazie per l’interessante contributo che condivido largamente.
    Resta però un punto sul quale secondo me il dibattito si sta avvitando. L’attuale conflitto è l’esito drammatico della presa del potere di Hamas nella striscia di Gaza. Il punto è come fermare la violenza di questa organizzazione? Che cosa potrebbe indurre Israele a fermare la battaglia contro chi ne minaccia l’esistenza? Trovo che la proposta israeliana di una zona demilitarizzata e sotto controllo internazionale non abbia alcuna controindicazione rispetto al bene dei cittadini palestinesi. A me pare chiaro che se a seguito del ritiro dei coloni da Gaza gli investimenti fatti sono stati quelli per i tunnel, la Palestina democratica ha dato prova di non essere sufficientemente robusta per difendersi da sola dalla violenza di Hamas. Penso che in Occidente dovremmo discutere questo punto vitale che al momento mi pare il vero insormontabile ostacolo a che le persone civili dei due popoli possano intraprendere un cammino di pace e di uscita dal ghetto per gli abitanti della Striscia.
    Ciao e grazie

  2. Occorre credo evitare le semplificazioni. Hamas è co-responsabile della situazione, ed è un problema. Ma non il solo responsabile, nè il solo problema. La ricostruzione a freddo delle vicende dell’escalation indica anche le gravi responsabilità del governo Nethanyahu, anche dal punto di vista della sua stessa agenda: se si voleva eradicare Hamas non vi si è riusciti, anzi, e rimangono solo i morti e macerie. Non c’è un ostacolo insormontabile, ma ce ne sono molti, tutti sormontabili con la volontò politica: quello principale è sempre lo stesso: la fine dell’occupazione e anche dell’embargo di Gaza, con la costituzione di istituzioni palestinesi solide che riconducano Hamas in un alveo ragionevole, e la riapertura del negoziato.

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