domenica, 19 novembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Europa, tra crisi dell’euro
e democrazia
Pubblicato il 14-08-2014


La modifica della Costituzione che sta tentando Renzi è in linea con le tendenze europee. L’idea del premier italiano è quella di restringimento dei poteri del parlamento con il conseguente accentramento al governo, secondo una visione tecnocratica ed economicistica. D’altronde, l’inserimento del “fiscal compact” in Costituzione e cioè l’accordo europeo che prevede una serie di norme comuni e vincoli di natura economica con l’obiettivo del contenimento del debito pubblico nazionale di ciascun paese, divenuto sinonimo dell’austerità (e dell’oppressione dei cittadini!), con il voto convergente del Pd e dell’allora Popolo delle Libertà e gli auspici del governo-Berlusconi, ne ha rappresentato nel 2012 l’annuncio, ergendosi a dogma con il governo-Monti.

C’è da osservare che in Europa, soprattutto a causa delle sue antiche tradizioni democratiche, si avverte il problema di una politica “spoliticizzata” dai tecnici del diritto e dell’economia e “privatizzata” dalle logiche dei poteri oligopolistici di mercato,

D’altronde, sul piano politico l’Europa sconta un vizio “genetico”, quello di una costruzione economicistica che ha generato trattati che si occupano di regole per i bilanci pubblici ma tralasciano i temi dei diritti sociali e della partecipazione democratica, con l’aggravante che essa è divenuta, dopo il crollo del Muro di Berlino e la riunificazione tedesca, una sorta di “grande spazio germanico”, nevroticamente impegnato a tenere bassa e a spingere la periferia verso una drammatica recessione deflattiva, con al centro il mito della moneta forte, l’euro quale erede del marco.

Come è noto, superando le remore della Francia di De Gaulle, nasceva nel 1957 la Comunità economica europea: un trattato che, al suo secondo articolo, stabiliva la libera economia di mercato come quella scelta fondamentale che ne avrebbe influenzato tutta la successiva storia costituzionale, prevalendo proprio sull’orientamento keynesiano francese e di altri Paesi.

Siamo nel campo di quell’ordoliberalismo, nato alla fine degli anni venti del ‘900, quale ideologia e progetto politico di destra dopo il fallimento di quello liberista di Von Mises, egualmente contrapposto al comunismo, alla socialdemocrazia, alla dottrina di Keynes, con le tesi, in particolare, della Scuola di Friburgo fondata da Walter Eucken, secondo cui “l’ordine di mercato è un ordine costituzionale, cioè un ordine caratterizzato da un quadro istituzionale che, come tale, è questione di scelte costituzionali.Si ribaltarono così, le costruzioni teoriche per una costituzione complessiva della economia e della società che furono alla base della Repubblica di Weimar, in particolare di Hugo Sinzheimer e della sua scuola: l’Ordoliberalismo contrapponeva alla pianificazione socialista una economia liberale di mercato, quel modello che con Ludwig Erhard, sotto le etichette di “economia sociale di mercato”, elaborata in particolare da Wilhelm Röpke, e di “capitalismo renano”, sarà lo strumento per l’affermazione economica della Germania occidentale nel dopoguerra. Quel modello di economia e di società che ha trovato con il neoliberismo della globalizzazione una naturale convergenza, resa possibile da una comune visione delle regole costituzionali, che restano economiche, separate dallo Stato, “spoliticizzate” ed eminentemente tecniche.

E a fronte dei processi di globalizzazione economica e di finanziarizzazione che hanno minato la sovranità degli Stati, la costituzione politica mostra tutti i suoi limiti di regolazione circoscritta allo stato nazionale, laddove la costituzione economica stabilizza la mondializzazione del potere industriale e finanziario, con l’affermazione di istituzioni sovranazionali ormai autonome dagli Stati e più influenti: Organizzazione internazionale del commercio, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, eurocrazie. Allora il problema di fondo dell’Europa è proprio questo: si devono realizzare regole “politiche” e non “tecniche ed economiche”, ponendosi l’obiettivo di una generale redistribuzione comunitaria delle risorse.

La crisi dell’euro, che inevitabilmente avverrà, a prescindere da ciò che dicono i “custodi” dell’ortodossia monetarista, potrebbe anche “costringere” l’Europa a trasformarsi in una vera democrazia, introducendo regole costituzionali politiche, unendo così una visione tecnica e neutrale del “diritto” con i sistemi di tutela sociale e di istruzione.

Ciò dovrebbe comportare il ritorno dello Stato in economia e nella società, intervenendo d’autorità sul mercato e nella sua regolazione, orientando i flussi monetari e assoggettando il sistema bancario alle esigenze generali della società.

Insomma, il sogno costituzionale di un’Europa politica e sociale, che fu dei veri europeisti nel dopoguerra.

 

Maurizio Ballistreri

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Concordo pienamente con il dott. Ballistreri. Penso che le sue analisi ed i suoi propositi debbano essere quelli dei socialisti italiani ed europei. Grazie e … si faccia sentire, a partire dal nostro partito. Saluti socialisti dalle Marche!

Lascia un commento