domenica, 19 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il caos della Libia
Pubblicato il 27-08-2014


Non era imprevedibile lo sviluppo della situazione in Libia nel senso che l’immenso stato nordafricano, quello “scatolone di sabbia” come lo definiva Salvemini, ricco nel suo sottosuolo, ha poggiato per oltre un quarantennio su un equilibrio politico regionale assai precario, tenuto insieme con la forza prima dell’utopia rivoluzionaria e poi da quella del terrore del Colonnello Gheddafi.

Il tentativo suggestivo, ma resosi dopo poco meno di tre anni vistosamente impraticabile, di ricreare le basi di uno Stato di diritto fondato sulla democrazia e suo partiti si scontra con le fondamenta tribali e con la divisione regionale di un territorio che gli italiani chiamarono Libia (come i latini definivano tutta l’Africa) ma che non era altro che l’unione forzosa di Cirenaica e Tripolitania.

A complicare il quadro naturalmente è stata l’onda imprevista delle rovoluzioni arabe, un impasto di sovversione delle masse impoverite, di costruzione a tavolino dell’esportazione della democrazia e del logoramento di regimi troppo longevi e divenuti ostaggi di corruzione immobilista.

Per questa ragione l’enorme quantità di armi e di denaro straniero circolante investito per mettere fuori causa il regime del Colonnello ha finito per ingrossare le fila dei pretendenti alla successione, la fragilità delle istituzioni costruite artificiosamente non reggono l’urto delle milizie ispirate dall’onda islamica e finanziate dalla penisola arabica in particolare dai qatarini e da quelle di influenza occidentale e laica unite nella lotta agli antichi cacicchi del vecchio regime gheddafiano, un tempo loro nemici.

La cacciata dei fratelli musulmani dal governo del Cairo e la fuoriuscita di molti combattenti qaedisti e filo neo califfato ha ingrossato le fila dei fondamentalisti di Benghazi e Misurata. La conquista dell’aeroporto di Tripoli rappresenta una svolta strategica e politica significativa.

Ci sono formalmente due assemblee parlamentari di segno opposto, quella eletta con elezioni regolari a maggioranza laica, quella che si auto-determinò dopo la rivoluzione a guida islamica e con l’obiettivo dichiarato di realizzare la prima nazione assoggettata alle regole del Corano nella sua accezione più arretrata. Tutto questo avviene a quattro passi da casa nostra. A poche centinaia di chilometri l’insurrezione islamista minaccia la già fragile democrazia transitoria tunisina che si avvia alle elezioni, inquieta gli algerini che vedono un potenziale nemico alle proprie frontiere desertiche.

Possiamo parlare di una minaccia diretta all’Italia?

Certamente minacciati sono gli interessi petroliferi italiani che non possono essere difesi ad oltranza dall’Eni se non si ripristinerà una legalità ed una sicurezza decente, sono una minaccia per la sicurezza il traffico organizzato di esseri umani, di organi e di merci illegali.

Per l’Italia a metà degli anni duemila si aprì una finestra di opportunità quando il colonnello, dismessi i panni del leader riottoso e guerrafondaio, cercò di rinverdire la propria credibilità internazionale riqualificando la propria figura quale punto riferimento e di cerniera fra l’Africa mediterranea e quella centrale, baluardo dell’insorgenza integralista e sincero emancipatore di aree del continente arretrate. Con l’Italia ufficiale si intendeva riaprire un rapporto più stabile e virtuoso (con quella economica il colonnello non cessò mai di trescare) che mettesse d’un canto la sanguinosa parentesi coloniale.

Di tutti i popoli mediterranei alla fine gli italiani continuano ad essere quelli più compatibili e nella stessa Libia il ricordo del dominio coloniale appartiene soltanto ad una parte anziana della popolazione.

Le vicende traumatiche della fine del regime hanno rimesso l’Italia in una posizione di coda, surclassata dall’interventismo anglo-francese, questi ultimi tradizionalmente ambiziosi di ricostruire una leadership politica di fatto nel mediterraneo. Solo il coraggio di un giovane ambasciatore italiano, conoscitore profondo del mondo arabo, ha impedito che a Tripoli si bissasse la brutta figura di Mogadiscio quando l’ambasciata italiana ed i suoi carabinieri furono fatti evacuare al primo scoppi della guerra civile che ancora oggi si trascina stancamente distruttiva.

L’Ambasciata Italiana a Tripoli rappresenta il tentativo di non disperdere la fiducia e la speranza di ricostruire in quel lembo d’Africa un rapporto virtuoso, un dialogo serrato e franco con tutti coloro che ne saranno i rappresentati politici. Possiamo difendere i nostri interessi difendendoci a riccio e rinunciando ancora una volta alla nostra influenza su una terra che è stata per oltre quarant’anni un pezzo d’Italia con tutte le contraddizioni che i possedimenti coloniali portano con se. Possiamo esercitare una moral suasion sui combattenti di oggi che sono e saranno sempre i nostri vicini di casa, ed affinché l’operazione Mare nostrum non si limiti al suo approccio compassionevole ed umanitario è indispensabile assumere una forte iniziativa di carattere politico che riporti l’Italia ed i suoi interessi mediterranei al centro di un nuovo protagonismo politico.

Bobo Craxi

 

 

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Commenti all'articolo
  1. Condivido la posizione di Bobo Craxi.
    Risolto il problema Mogherini, mi auguro che il suo successore, assuma immediatamente una posizione convincente, nei confronti di tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

  2. In queste complesse e tormentate vicende internazionali si intrecciano aspetti, politici, economici e umanitari, la cui lettura, e interpretazione, non è mai semplice, specie per chi non possiede esperienza e conoscenza specifica di queste cose, e si basa quindi e soltanto sulle notizie di stampa per farsene una opinione.

    Anche in questo caso c’è però un pezzo dell’intero quadro che riesce di più immediata e semplice percezione, ed è la questione energetica, laddove troviamo scritto “Certamente minacciati sono gli interessi petroliferi italiani che non possono essere difesi ad oltranza dall’Eni…..”

    Dal momento che anche sul versante orientale sembrano venire segnali preoccupanti circa i rifornimenti di gas, viene spontaneo chiedersi cosa succederà all’economia di un Paese come il nostro, che dipende sostanzialmente da fonti energetiche altrui, se petrolio e gas di importazione dovessero scarseggiare o rincarare, e come potremo dare un aiuto a chi sta peggio di noi (com’è nel nostro comune sentire pur tra normali contraddizioni, e anche dubbi, spesso non immotivati) se dovremo pensare innanzitutto, e soprattutto, a noi stessi.

    01.09.2014

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